Perché il fascismo ama la morte

Nell’immediato dopoguerra nasce il Msi, i primi fascio zombies, iniziando dai vertici del partito, molti dei quali avevano avuto ruoli significativi nella Repubblica di Salò, regime collaborazionista, strumento del terrore nazista, complice delle peggiori stragi compiute ai danni di civili

Perché il fascismo ama la morte
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Antonio Rinaldis Modifica articolo

11 Maggio 2026 - 23.22


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Molti anni dopo la fine della guerra Carlo Mazzantini pubblica un libro di memorie dal titolo piuttosto inquietante, A cercar la bella morte.

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Carlo Mazzantini, dopo l’8 settembre 1943, era fuggito da casa per arruolarsi volontario, nelle file delle camicie nere, che combattevano per la Repubblica Sociale Italiana. Nel suo libro di memorie lo scrittore narra le sue vicende personali e l’ideologia dei combattenti che si unirono ai tedeschi nella lotta contro i partigiani e gli Alleati. Al di là della retorica con cui vengono descritte le imprese dei repubblichini, ciò che colpisce, a partire dal titolo del libro è l’ossessione per la morte, che aveva accompagnato fin dall’inizio il fascismo italiano. Racconta Mazzantini, che una delle canzoni che venivano intonate dalle camicie nere per accompagnare le loro imprese ai danni della popolazione civile e dei resistenti, suonava pressappoco così: “Sì siamo noi. Siano tornati! I monti non ci hanno inghiottiti. Noi siamo quelli che tornano sempre: i mai morti.”   

Chi sono i mai morti? 

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Nella letteratura di genere horror, gli zombies, i morti viventi. 

E qui comincia la tragedia.  

L’Italia deve convivere da quasi un secolo con creature mostruose: i fascio zombies. Si sente ripetere in maniera ossessiva che il fascismo è morto, ma i fascisti continuano a tornare, perché loro sono i mai morti, morti che non scompaiono e che continuano a popolare le piazze e le vie del nostro Paese. 

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Il fascismo italiano non muore, non è mai morto, pur essendo caduto il regime fascista, e, come un incubo, ritorna sempre, continuamente, anche se in forme differenti, e tuttavia sempre come fascio zombie

Ë sufficiente una breve ricapitolazione degli ultimi decenni per averne conferma.

Nell’immediato dopoguerra nasce il Msi, i primi fascio zombies, iniziando dai vertici del partito, molti dei quali avevano avuto ruoli significativi nella Repubblica di Salò, regime collaborazionista, strumento del terrore nazista, complice delle peggiori stragi compiute ai danni di civili innocenti, poi ci sono stati i tentativi di colpo di stato negli anni ’60 e ’70, il terrorismo nero, che ha organizzato attentati vigliacchi con lo scopo di terrorizzare e creare il caos, infine i fascio zombies hanno assunto profili istituzionali, sono diventati più raffinati, ed hanno iniziato a revisionare la storia, mettendo in discussione il valore della Liberazione, trasformandola in un guerra civile, per arrivare all’obiettivo che si erano proposti, ovvero equiparare i morti, in quanto morti, lasciando sullo sfondo il tema fondamentale, le ragioni per cui italiani hanno combattuto e sono caduti, che non possono essere equiparate. Da un lato i partigiani che hanno combattuto per la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dalla risorgente tirannide fascista, dall’altra le camicie nere, alleate di Hitler, corresponsabili della deportazione degli ebrei, eredi di una dittatura che aveva strangolato gli italiani per vent’anni.   

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Oggi i fascio zombies si aggirano tra di noi, sempre più spesso. Non hanno più neppure il pudore, la vergogna di presentarsi per quello che sono, per i valori che incarnano. Sono sempre più sfrontati, non hanno più paura, perché si sentono protetti, difesi e giustificati. Li abbiamo visti a Dongo, proprio il giorno della Liberazione, uomini in camicia nera, in parata, morti che chiamano per nome altri morti, creature senza pace, affamati di vendetta, esecutori di una macabra celebrazione della morte. 

La glorificazione della morte, la celebrazione della “bella morte”, come cantava Mazzantini. 

Ë proprio questo che viene troppo spesso sottaciuto. il fascismo, dall’inizio, dalla sua nascita è un’ideologia della morte. Fin dal ’19 i simboli dei fasci di combattimento erano il teschio e il pugnale. Reduci dalle trincee della Prima Guerra Mondiale, i fascisti compiono una distorsione morale gravissima, trasformano l’eroismo in sacrificio, commisurano il valore di un’azione alla quantità di pericolo che comporta, perché maggiore è il rischio, più elevata è la grandezza.  Combattere fino alla morte sembra essere, in controluce, combattere per la propria morte, in un’ubriacatura bellicista e violenta nella quale il valore della vita degrada, a vantaggio del gesto supremo di sfida con cui si combatte non soltanto il nemico, sia esso interno che esterno, ma la morte stessa, che diventa l’antagonista per eccellenza.  

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Per questa presenza imbarazzante della morte è forse possibile spiegare la rimozione che la coscienza collettiva italiana ha operato nei confronti del ventennio. Non c’è stata alcuna Norimberga, Togliatti concesse una sorta di amnistia a tutti coloro che si erano macchiati di crimini. Tutto ciò sembra certificare la fretta con la quale gli italiani hanno voluto sotterrare un capitolo della loro storia che era ingombrante, fastidioso, urticante, e per farlo hanno deciso di non pensarci. Grazie a questa rimozione è stata possibile l’eterna risorgenza dei fascio zombies, ignorati perché perturbanti, e il tentativo di renderli normali, per esorcizzare la portata angosciante del loro messaggio, di un’intera esperienza storica che è stata una tragedia collettiva, le cui ferite non si sono mai realmente chiuse.  

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