I cattolici tra numeri veri e deduzioni infondate

La pubblicazione dei dati dell'Istat sulla pratica religione in Italia parla di una realtà vera, ossia il calo dei cattolici praticanti. Tuttavia

I cattolici tra numeri veri e deduzioni infondate
Chiese vuote
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Rocco D'Ambrosio Modifica articolo

18 Agosto 2023 - 10.35


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Sono passate poche ore dalla pubblicazione dei dati ISTAT, che si riferiscono al 2022, sulla pratica religiosa (http://dati.istat.it/ con particolare riferimento alle tematiche: Vita quotidiana e opinione dei cittadini/Associazionismo e pratica religiosa/Pratica religiosa) e già sorgono domande e analisi. Ma andiamo in ordine. L’ISTAT, come sappiamo bene, non può addentrarsi molto in materia religiosa perché essa appartiene a una sfera, i cui dati sono questioni segrete di coscienza.

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Per cui il quesito ISTAT deve essere ed è sempre molto generico nel senso che si parla di “chiesa o di altro luogo di culto”, quindi non specificatamente di chiesa, né tantomeno cattolica; si parla, invece, di frequentazione generica. In altri termini, dalle risposte alla domanda dell’ISTAT, non si evince assolutamente (anche perché non si può chiedere) che si tratti di cattolici e che la frequentazione sia riferita alla sfera cattolica: il termine chiesa (unito a luogo di culto) è citato, dall’ISTAT, nel quesito e si riferisce all’edificio di culto. Quindi possiamo supporre (vista la tradizione cattolica di questo Paese) che i dati per lo più si riferiscano ai cattolici, ma è tutto da dimostrare. E quindi qualsiasi riferimento alla pratica cattolica, come emerge in alcune agenzie, sembra del tutto inappropriata.

C’è poi il dato sulla pratica religiosa che non riguarda più la maggioranza degli italiani. Ma su questo non ci piove. In materia le prime agenzie non sembrano essere molto precise in quanto usano titoli come: “solo 1 su 5 va a messa in Italia” (la Repubblica); “Sempre meno in chiesa” (Famiglia cristiana); “Chiese sempre più vuote, i fedeli al minimo storico: a messa 1 su 5” (Tgcom24).

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Sono titoli che attraggono, però, per diversi aspetti, sono fuorvianti. Tuttavia i commenti ai dati ISTAT riprendono una discussione interessante: il “peso specifico” del cattolicesimo italiano oggi. Non se lo chiedono solo le agenzie di stampa, ma in casa cattolica (che conosco un po’ meglio) se lo chiedono pastori e fedeli laici, in parrocchia come nelle diocesi o nelle associazioni e movimenti o negli ordini religiosi. Ci sono sempre meno fedeli che partecipano alla Messa, agli incontri di formazione o alle attività caritative, meno vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, ai sacramenti per i piccoli e i giovani e via discorrendo.

Riguardo ai numeri va detto che abbiamo bisogno di comprendere meglio i dati esistenti (ISTAT in primis) e, allo stesso tempo, promuovere, nei vari territori e istituzioni cattoliche, ricerche più capillari e mirate. Riguardo ai contenuti è innegabile che la Chiesa cattolica italiana viva un periodo di disagio. L’Italia è un Paese con un forte processo di secolarizzazione in atto. La religione cattolica ha meno aderenti di decenni fa. Infatti in diversi Paesi di tradizione cattolica, la religione cattolica non è più né religione di Stato (grazie a Dio), né religione della maggioranza.

È una realtà difficile da accettare, che può portare a rimpiangere i tempi passati, senza interrogarsi sufficientemente sulle responsabilità personali ed ecclesiali che hanno portato alla scristianizzazione, cioè sulle colpe e sulle mancate testimonianze della comunità cattolica. È una realtà, che letta con parametri politici, porta a illudersi che un nuovo partito cattolico possa portare più fedeli in parrocchie e gruppi: idea sterile e fuori del tempo. Se letta, invece, con ristretti e monolitici parametri culturali, porta a lanciare “progetti culturali”, che spesso sono solo il nuovo nome di un desiderio di egemonia culturale, ormai persa da anni per tanti motivi, interni alla Chiesa ed esterni ad essa.

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La perdita di peso sociale, culturale e politico della cattolicità, è poi un segno così negativo? È interessante che Gesù parla della testimonianza cristiana come di “sale della terra – luce del mondo” (Mt 5), “lievito nella massa – il più piccolo dei semi” (Mt 13) e cosi via. Per quanto il Signore ci abbia inviato ad annunziare il Vangelo a tutte le persone e in tutti gli ambienti (Mc 16), non è scritto da nessuna parte che l’avvento e l’autenticità del Regno di Dio dipendano da un crescendo di numeri e presenze. Anzi, Gesù prepara i suoi discepoli alle stesse persecuzioni e sconfitte che Lui stava subendo (Gv 15). Quindi sembrerebbe che il Regno di Dio avanza – è rilevante, detto nei termini sociologici – se porta frutti, se i credenti sono coerenti con la fede che annunciano, se non dicono “Signore Signore” ma se “fanno la volontà del Padre” (Mt 7).  

A questo proposito vale la pena ricordare la lezione sul “piccolo resto d’Israele” (Is 10): popolo che non cerca grandezza e potere, ma vive e cresce solo in Dio. Di un Dio, come scrive Italo Mancini, più “presente nell’invocazione che nella dimostrazione”. Ciò non significa confinarsi tra mura sicure – tentazione molto frequente – ma recuperare la memoria di una storia, che da sempre ha voluto che il popolo confidasse solo in Lui e non nei mezzi umani. E imparando, come cattolici, ad essere minoranza in un mondo secolarizzato, contraddittorio, che presenta segni positivi e negativi, ed anche ambigui.    

È innegabile che ci siano cattolici che non vogliono essere affatto minoranza, “piccolo gregge”; è innegabile che alcuni identificano la fede con lo spirito da crociata nell’imporre (più che proporre e testimoniare) la propria visione al parlamento come alla società italiana. È innegabile che ci siano cattolici che credono che, nella società e nella politica, ciò che valgono sono solo alcuni principi etici (su aborto, bioetica, eutanasia e famiglia) mentre, per loro, si può benissimo “dimenticare” temi come giustizia, pace, solidarietà, accoglienza dei migranti, lotta alla corruzione e all’illegalità, promozione dei diritti umani, tutela dei piccoli e dei deboli, salvaguardia della natura. 

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È innegabile che tutto questo sia uno dei maggiori terreni di tensione anche nel lavoro sinodale in atto. Sono convinto che ci sia ancora una possibilità di crescita per la cattolicità italiana ma solo se accogliamo un po’ di più le indicazioni, di riforma ecclesiale di papa Francesco; non certamente se  seguiamo chi strumentalizza madonne, crocifissi e Tau o fa citazioni papali in salsa populista e demagogica.

Quindi, che fare? Formare, formare tutti: pastori e fedeli laici. Formare seriamente e settimanalmente e non organizzare (solo) eventi mediatici a tema religioso. Primo Mazzolari, in una sana polemica, a fine anni ’50, sul ruolo della comunità cattolica in Italia, scriveva sull’Adesso che i cattolici non hanno il compito di “far divertire il mondo” ma quello di restituirlo – ieri come oggi – “alla serietà del vivere, del pensare, del sapere”.

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