Violenza e fede, la Civiltà Cattolica: "Ma come ci vedono gli altri?"

Un articolo del gesuita Patrick J. Ryan tratta del rapporto tra religioni e violenze. Religioni in che senso? Tutte le religioni amano il bene e condannano il male, ma tutte le religioni hanno un rapporto con la violenza

Violenza e fede, la Civiltà Cattolica: "Ma come ci vedono gli altri?"
Papa Francesco
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Riccardo Cristiano Modifica articolo

2 Settembre 2022 - 09.51


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All’inizio questo articolo non mi ha attratto. Ho pensato che si trattasse delle solite riflessioni sull’importanza del dialogo tra culture e religioni, quel meccanismo per cui si auspica che i leader religiosi si incontrino tra di loro, trovino il modo di scambiarsi belle parole per poi lasciarle in un cassetto appena tornati a casa. Ma poche righe dopo l’inizio del testo ho trovato questa citazione di uno scrittore a me sconosciuto, Robert Burns, tratta dal testo “A un pidocchio scorto sul cappellino di una signora, in chiesa”: Eccola: «Come vorrei che un qualche Potere ci concedesse in dono di vedere noi stessi come ci vedono gli altri! ”.  

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Non è esattamente questo, immaginare come ci vedano gli altri, quello che non solo non sappiamo più fare, ma non ci interessa fare? 

L’articolo in oggetto appare sul nuovo numero de La Civiltà Cattolica in libreria da domani. Lo ha scritto il padre gesuita Patrick J. Ryan e tratta del rapporto tra religioni e violenze. Religioni in che senso? Tutte le religioni amano il bene e condannano il male, ma tutte le religioni hanno un rapporto con la violenza; questo articolo non esclude nessuna grande religione, e proprio per questo comincia dicendoci che i pidocchi non si trovano solo sui cappelli delle tre grandi religioni monoteiste: “ ci sono «pidocchi» anche sui copricapo degli indù e dei buddisti: anch’essi, infatti, hanno mostrato una fatale tendenza alla soggettività. Ne citerò solo due esempi: il trattamento che i sostenitori dell’hindutva («induità») riservano ai musulmani nell’India del primo ministro Narendra Modi, e il modo in cui i buddisti hanno trattato la minoranza musulmana Rohingya in Myanmar. Per l’occasione, tuttavia, preferisco restare a casa nostra e ragionare con i miei compagni ebrei, cristiani e musulmani, ossia con le persone con cui ho vissuto tutta la mia vita, qui a New York come pure in Africa”.  Siccome non potrò dire tutto mi soffermerò sulla parte a noi più familiare, quella sul cristianesimo: “Cristiani antichi e moderni che giustificano la violenza”. 

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Il cristianesimo ha avuto da subito a che fare la violenza, ma quella subita. Gesù Cristo è stato processato, condannato a morte, i suoi discepoli perseguitati dagli antichi romani: “Nei primi tre secoli, i cristiani non ebbero molto da spartire con la guerra; semmai, a volte furono vittime della violenza romana. Tutto però cambiò con l’ascesa al trono di Costantino. Nel giro di un secolo, per i cristiani la violenza della guerra trovò giustificazione. 

Il Nuovo Testamento si occupa in gran parte di questioni morali interpersonali, non propone una vera teoria della guerra, giusta o ingiusta che sia. Per elaborare una propria teoria, i cristiani dovettero rifarsi in parte alla Bibbia ebraica, e ancor più alle tradizioni filosofiche e giuridiche dei greci e dei romani. Agostino si oppose ai manichei quando affermarono che la Bibbia ebraica, piena di cronache di battaglie del popolo eletto, non poteva essere la parola di Dio. Si spinse oltre, quando difese l’ordine stabilito dalla dominazione romana in Nord Africa contro le razzie di eretici militanti, come i circoncellioni, il ramo armato della Chiesa donatista. Molto prima che papa Urbano II, nel 1095, convocasse la prima crociata, già Leone IV – che fu papa dal 847 al 855 – nel IX secolo aveva garantito all’esercito cristiano franco, che combatteva per salvare la Roma papale dai pirati arabi musulmani, che a chi fosse morto per quella causa non sarebbe stato negato l’ingresso nel regno dei cieli”. 

Arriviamo forse a capire perché già nel titolo l’autore parla di “soggettivismo”, cioè di quel modo personale di vedere le cose: “ La soggettività prende campo più chiaramente nella nozione medievale secondo cui la guerra contro i musulmani servirebbe come forma di penitenza imposta ai cavalieri cristiani per i loro peccati. La parola latina per pellegrinaggio penitenziale, peregrinatio, significa letteralmente «estraneità», esilio dalla propria patria come punizione per i peccati: una diffusa pratica penitenziale irlandese del primo millennio. È così che i primi crociati, all’inizio del secondo millennio, descrivevano ciò che stavano facendo”. 

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Dunque succede qualcosa di nuovo, prima impensabile: l’estraneità penitenziale dei questi “esiliati” diviene armata! Si va a recuperare alla “cristianità”, agli occhi della quale si è peccato, territori che erano stati cristiani, dell’impero bizantino. Ma è strabiliante apprendere come lo fecero: “ Il primo di quei peregrini penitenziali partì dalla Francia verso la Terra Santa per via indiretta, uccidendo gli ebrei della Renania nel 1096”. Si parte pellegrini armati pronti al pentimento recuperando terre occupate dai musulmani alla cristianità e si uccidono gli ebrei, in Renania. E poi? “Nel 1099 i peregrini radunarono nei recinti del Monte del Tempio – Haram al-Sharif – tutti gli ebrei e musulmani residenti a Gerusalemme e li massacrarono senza pietà. Solo uno o due secoli più tardi quei peregrini armati furono chiamati per la prima volta cruciati, «crociati», perché indossavano la croce sulle loro tuniche”. Qualcuno si rese conto che bisognava mettere dei paletti. 

Questo qualcuno fu San Tommaso che, dopo un pranzo con il re dei Franchi, Luigi e consapevole che non si avesse a che fare con dei santi, cercò di limitare i danni. “ Indicando le tre cose che si richiedono affinché una guerra sia giusta, egli menzionava in primo luogo l’«autorità del principe, per ordine del quale la guerra deve essere proclamata». In secondo luogo, «si richiede una causa giusta: cioè una colpa da parte di coloro contro cui si fa la guerra». In terzo luogo, Tommaso insisteva sulla necessità che «l’intenzione di chi combatte sia retta: cioè che si miri a promuovere il bene e a evitare il male». E ricordava saggiamente che può […] capitare che, pur essendo giusta la causa e legittima l’autorità di chi dichiara la guerra, tuttavia la guerra sia resa illecita da una cattiva intenzione”. Leggere questo mi ha colpito moltissimo: le regole “nostre” della cosiddetta guerra giusta furono poste per limitare le evidenti ingiustizie della “nostra” guerra, non accadde il contrario. 

Ma ciò che interessa all’autore è un’altra cosa: a lui interessa che sia in San Tommaso sia in Sant’Agstino abbiamo un punto di vista soggettivo: “Agostino credeva che il dominio imperiale romano in Nord Africa, vacillante tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, fosse cosa buona, o almeno migliore rispetto al caos provocato dagli eretici locali o dai barbari che invadevano l’Europa. Tommaso presumeva che il re Luigi avesse il diritto di intervenire nei possedimenti musulmani in Nord Africa e in Medio Oriente, per difendere i cristiani che vi si trovavano. 

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Viene da pensare che molte guerre, forse la maggior parte di esse, siano rese ingiuste dai propositi malvagi – dalle soggettività malvagie – di coloro che inviano soldati in battaglia. Il santo monarca forse nutriva buone intenzioni, ma i suoi sudditi non sempre condividevano i suoi ideali”. Volendo interrompere un attimo il racconto affascinante che ci offre con grande cultura e stupefacente equilibrio l’autore, potremmo dire che la soggettiva può produrre anche esiti inversi: i monarchi possono avere pessime intenzioni e i pellegrini armati partire in assoluta buona e candida fede. Ma dobbiamo tornare al racconto, che dopo excursus nella storia lontana ci porta in quella recente. “ 

La giustificazione per la Prima guerra del Golfo (1991) si basava sulla presunzione soggettiva che l’integrità territoriale del Kuwait fosse stata violata dall’invasione irachena. Il presidente George H. W. Bush non riuscì a capire perché Giovanni Paolo II si opponesse all’intervento internazionale guidato dagli americani in difesa del Kuwait. Lo stesso Papa si dichiarò contrario anche alla Seconda guerra del Golfo (2003), voluta dal presidente George W. Bush junior. Si supponeva che l’Iraq stesse accumulando armi di distruzione di massa, ma nessun ordigno del genere è stato rinvenuto dopo l’invasione guidata dagli Stati Uniti. 

Neoconservatori cattolici americani si recarono a Roma per cercare di far cambiare idea al Papa su entrambe le invasioni, ma senza successo. Quale fu il motivo della Prima guerra del Golfo? Dire che fosse l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq è una risposta troppo semplice. Che cos’è o che cos’era il Kuwait? Una nazione ritagliata dal governato- rato di Baghdad dall’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale. Essa venne creata anche per preservare gli interessi petroliferi britannici nel Golfo Persico, che risalivano al 1898. Non aveva una storia precedente in quanto Stato indipendente. La Gran Bretagna creò la nazione del Kuwait da una città portuale ottomana, proprio come fece con Hong Kong a partire da una città portuale in Cina. Del resto, sia l’Iraq sia la Siria furono sottratti al sultanato ottomano dopo la Prima guerra mondiale per soddisfare gli interessi francesi e britannici nella regione. Quale fu il motivo della Seconda guerra del Golfo? Il cambio di regime, la sostituzione di Saddam Hussein, un arabo sunnita, con vari governi arabi a guida sciita. La minoranza curda sunnita, nel tentativo di lasciarsi alle spalle l’Iraq, si alleò con la minoranza curda turca, con grande disappunto del governo di Ankara. I militanti arabi sunniti in Iraq si unirono con la maggioranza araba sunnita in Siria e diedero vita al fanatico Stato Islamico transfrontaliero dell’Iraq e della Siria (Isis). La popolazione cristiana di quel Paese, che costituiva il 5% degli iracheni, in massima parte fuggì dall’Iraq, soprattutto in Giordania, anche se una minoranza rimase nascosta all’interno del Paese di origine. Ovunque, in questa situazione e con tutte le relative conseguenze, hanno prevalso varie soggettività e c’è stato pochissimo senso di intersoggettività, ben scarsa percezione della sofferenza che aveva colpito i cittadini iracheni”. 

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Ovviamente questa ricostruzione di cause ed effetti intorno alle due guerre del Golfo è come tutte discutibile, tanto altro, anche di discrepante, potrebbe essere detto, ma non è questo che conta, non sarebbe questo il punto. Il punto è quello che dice l’autore: l’intersoggettività. Come abbiamo visto gli iracheni, e come ci hanno visti loro? “ Le persone comuni siriane e irachene – ossia musulmani sunniti e sciiti, cristiani ortodossi e cattolici, mandei, yazidi, non religiosi – sono state tutte immerse in un calderone bollente che sembrava non raffreddarsi mai, sebbene il presidente Trump periodicamente annunciasse che lui e il suo amico del momento, Vladimir Putin, avevano risolto tutto”. Quel pentolone sta ancora bollendo, ma i tumulti da guerra civile in corso a Baghdad raramente vengono raccontati e raramente questi racconti li ricollegano a questi precedenti. 

Questo articolo ha cambiato la mia prospettiva su ciò che mi interessa di più: come vedo gli altri, ma non per quello fin qui scritto, né per l’altrettanto innovativa e profonda parte sull’islam, ma per la sua conclusione, visto che io sono uno di quelli che l’autore chiama “laici”: “ Che siamo ebrei, cristiani o musulmani, tutti abbiamo bisogno di praticare il pentimento: teshuvà, metanoia, tawba. È necessario che ci voltiamo, torniamo indietro e cambiamo mentalità. È ancora più chiaro, tuttavia, che anche molti laici dovrebbero pentirsi, ma questo concetto non rientra nel loro modo di pensare. Non esistono un Yom Kippur laico, una Quaresima laica, un Ramadan laico. Molti anni fa, quando ero dottorando ad Harvard, incontrai a un cocktail party la moglie di un importante professore di economia. Mi chiese che cosa stessi studiando, e io le risposi: «La storia comparata delle religioni». 

«Religione», disse distrattamente; e poi si interruppe, cercando qualcosa da aggiungere. «Ha causato così tante guerre», disse infine. Replicai: «Più dell’economia?». Le persone di fede non sono le uniche che hanno bisogno di vedere il mondo in modo intersoggettivo, le uniche che hanno bisogno di pentirsi. Per tornare a Robert Burns: «Come vorrei che un qualche Potere ci concedesse in dono / di vedere noi stessi come ci vedono gli altri!» 

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Questo articolo ha fatto riemergere in me la grande lezione che mi ha cambiato per sempre ma che ogni tanto dimentico. E’ quanto mi disse un grandissimo intellettuale libanese sconosciuto in Italia: ex marxista,  poi laico progressista, lui un giorno mi disse: “tutto quello in cui abbiamo creduto nel secolo scorso oggi si dice in due sole parole: vivere insieme”. 

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