Gianni Ferreri, da Distretto di polizia al teatro scarpettiano, nel segno della tradizione

Classe 1960, Ferreri è da oltre un anno in tournèè con l’amica Veronica Maya, volto noto della Rai, con lo spettacolo “La Banda degli onesti”.

Gianni Ferreri

Gianni Ferreri

di Stefano Pignataro


Proviene dalla  tradizione napoletana Gianni Ferreri, la tradizione di Totò, di Eduardo De Filippo, di Eduardo e Mario Scarpetta, dei Giuffrè, di cui giovedì abbiamo dato l’estremo saluto a Carlo. Attore versatile e navigato, classe 1960, Ferreri è da oltre un anno in tournèè con l’amica Veronica Maya, volto noto della Rai, con lo spettacolo “La Banda degli onesti”, una riduzione teatrale dell’omonimo film del 1956 di Camillo Mastrocinque che il compianto Mario Scarpetta adattò a spettacolo teatrale previa autorizzazione degli sceneggiatori Age e Scarpelli.


Gianni Ferreri e Veronica Maya, sotto la regia di Gaetano Liguori, giunti nel corso della tourneè al Teatro delle Arti di Salerno nei giorni 3 e 4 novembre 2018, sono stati ospiti della rassegna “Cinema è teatro” diretta e ideata dal Direttore artistico del Teatro, Claudio Tortora. La rassegna, alla sua seconda edizione, ha un duplice obiettivo comune: rendere partecipi gli spettatori alla piece teatrale ed allo stesso tempo creare momenti condivisi di riflessione con i suoi stessi protagonisti.


Giuseppe Marotta affermava che a Totò bastava poco per raccontare Napoli, anche un semplice mandolino o una canzone…perché lui era Napoli. Lei si trova a dover affrontare un classico della sua filmografia, realizzato nell’anno d’oro 1956 (quattro furono i film capolavoro di quell’anno). Con quale lettura ha affrontato questo testo? La stessa lettura che fu data all’epoca durante il film. E’ un gioco comico che nella sua drammaticità trova la comicità; in effetti i protagonisti del film e quindi dello spettacolo sono tre disperati che si trovano a compiere un’azione abbastanza normale: loro avevano i clichè della zecca originale, la carta della zecca che era originale, dunque quando Totò affermava che loro era una “dependence” era abbastanza veritiera.  Essi sono tre disperati che compiono questa “truffa” per necessità, per fame. Uno spaccato di vita del passato ma che possiamo benissimo attualizzare ai giorni nostri.


Era infine, la filosofia di Totò: nella vita esistono gli uomini e i caporali: Gli uomini costretti a lavorare senza mai ricevere un benchè minimo appagamento, mentre i caporali sfruttano e tiranneggiano su quest’ultimi. E’ presente anche nello spettacolo un segno di rivalsa civile o sociale? Certamente. E’ una riflessione che Totò faceva spesso poiché nella vita aveva subito delle angherie da parte da chi ha un piccolo potere che, con cattiveria, aspirando a divenire ancora più potenti e non avendone le qualità, si rifanno con le persone che stanno sotto di loro. La comicità di Totò nasce da questo: dal riscatto che lui ha voluto dare alla povera gente attraverso i suoi film; lui portava la fame in scena e se la fame non la si conosce realmente non solo non la si può rappresentare ma non hai la possibilità di far ridere. La risata non è scaturita dal prendere in giro ma dalla vera necessità che c’era all’epoca che lui ricordava.


Lo spettacolo viene presentato su riduzione di Mario Scarpetta, pronipote di Eduardo ed importante interprete non secondario della napoletanità. Ebbe modo di recitare anche con Steno (Banana Joe, 1982). Che ricordo ha di lui e come potremmo leggere la Napoli degli Scarpetta? La Napoli di Mario non è dimenticata, anzi, la ritrovo tutta per fortuna ed è bellissimo. Io e Mario ci volevamo molto bene, pochi anni ci separavano ed è purtroppo scomparso prematuramente. Ricordo Mario con estremo affetto; era una gran bella persona. Aveva, certo, i suoi difetti come tutti noi, un po' anaffettivo per alcune cose perché era una sorta di difesa verso gli altri…era una persona un po' diffidente. Quando però comprendeva la purezza e la bontà d’animo della persona con cui aveva a che fare a modo suo si dava.  Io feci due lavori con Mario. Mi scelse per fare “La Santarella” e durante la preparazione ha scritto questo spettacolo egli aveva già in mente di scrivere una trilogia di film di Totò ed aveva già messo mano ad un’idea rivelandomi dal principio il mio sicuro coinvolgimento nel suo progetto. La fatalità purtroppo ha spento lui e questo progetto. Ricordo che stavamo facendo uno spettacolo al Teatro Totò e lui già stava male. Era il 2004, anno della sua scomparsa a soli cinquant’anni.


Lei è riconosciuto dal grande pubblico televisivo come il volto dell’Ispettore Giuseppe Ingargiola della fortunata e longeva serie “Distretto di Polizia”. Lei è presente dalla prima all’ultima serie (undici quelle realizzate dal 2000 al 2011), si può dire uno dei pochi “sopravvissuti”. Una fiction, Distretto, che, a mio parere, è stata una delle poche ad aver saputo coniugare felicemente molti elementi tra cui sceneggiatura, azione, suspense. E’ questo forse il segreto della longevità e del successo degli agenti del “X Tuscolano”? E come è cambiato negli anni il Sovrintendente Ingargiola? Sono d’accordo per il giudizio che Lei ha dato su Distretto. Il mio personaggio, certo, è maturato e cresciuto nel tempo. Probabilmente, forse, non volevano nemmeno me come attore in un primo momento, poi il pubblico mi ha riconosciuto come Ingargiola. Noi trattavamo i casi cosiddetti, di “serie B”, ma è erroneo chiamarli in questo modo perché erano casi giudiziari che raffigurano le miserie umane, in cui la gente si riconosceva. La forza di Distretto è stata anzitutto il gruppo degli attori, bravi, straordinari che venivano dal teatro. Dietro Distretto c’era un valido produttore, Pietro Valsecchi, che ha puntato sulla qualità. Non gli interessavano solo i soldi, il prodotto con il belloccio e la bella, ma un prodotto in cui bravura, fantasia e talento viaggiassero di pari passo. Ha avuto la forza di imporre questa idea a tutta la produzione ed è stata vincente. “Pago io e lo faccio io e lo faccio vedere. Se vi piace bene, se non vi piace, lo do ad un’altra rete. Quando si è capito che Distretto è stata un’innovazione, abbiamo tutti lavorato affinchè la serie potesse appassionare ogni anno di più i milioni di spettatori che l’hanno seguita. Sono rimasto in ottimi rapporti con molti amici e colleghi della Fiction, in particolare con la “squadra”: Daniela Morozzi, Roberto Nobile, Marco Marzocca.


Una serie che appassionava emotivamente gli spettatori con i suoi protagonisti. Forse esagererò ma davvero l’irreale diventava reale in una notevole immedesimazione. E’ vero che Antonio Stornaiolo (l’attore che interpretò Gregorio Patriarca, l’assassino di Mauro Belli nella sesta serie) ha avuto delle minacce fisiche da parte dei fans di Ricky Memphis che interpretava il personaggioSi, vero. Me lo raccontava Antonio, con il quale siamo molto amici. La morte di Mauro fu una delle scene più celebri e più seguite di tutta la serie. Toccammo un picco di share altissimo quella sera. La gente ci riteneva in qualche modo ci riteneva colpevoli di aver fatto morire Mauro Belli. “Perché l’avete fatto morire??” ci gridavano quando ci fermavano per strada…ero costretto a spiegare che la colpa non era nostra, ma una decisione della serie e dell’attore. La Produzione, però, lasciò una finestra aperta…


Gli uomini della Dia che irrompono all’Ospedale quando Belli era ancora sotto i ferri ordinando al medico che “qualunque sia l’esito dovrà dire che è morto?”..Lo racconti… Esatto. Però Memphis non si è mai convinto a ritornare e quindi è rimasto il mistero. L’idea orinale di Pietro Valsecchi era far diventare Distretto la fiction più longeva che si fosse mai realizzata. Più de “La Piovra”, che non era una fiction ma uno sceneggiato (all’epoca c’erano gli sceneggiati ed non avevano le stesse strutture drammaturgiche degli sceneggiati).  La Piovra ebbe nove serie. Valsecchi ne ha fatte undici e si può dire che ha “vinto”. Come però tutti i prodotti, arriva il momento di lasciare. Se la gente si ricorda ancora di Distretto è perché gli attori hanno lasciato Distretto e Distretto ha lasciato il pubblico proprio nel momento più forte. Se fosse finito perché la struttura non avrebbe retto più non ci sarebbe stato lo stesso ricordo che la gente conserva ancora oggi. Questo è un insegnamento che io ho avuto da Renato Carosone. Uno dei primi libri che io lessi fu proprio una sua biografia. Mi colpì una sua affermazione.


Quale? “Io ho avuto la capacità e la facoltà di capire che dovevo lasciare nel momento più forte della mia carriera. Solo così avrei potuto lasciare un ricordo forte ai miei fan.” Contrariamente, se la cosa fosse degenerata, avrei lasciato un ricordo patetico. Infatti, quando è ritornato a calcare le scene quarant’anni dopo, è stato sempre un successo.


Quindi, tornando alla napoletanità, si può annoverare Carosone tra i suoi maestri? Certamente. Carosone è un mio maestro. La creatività, la gente, il clima, la filantropia. Sono questi principi che fanno di Napoli una città unica.