Segre, Camilleri e Giardina: salviamo la storia, ne va della democrazia

Appello per frenare il ridimensionamento drastico dell'insegnamento a scuola e all’università: «Non stupiamoci se qualcuno gioca sui binari di Auschwitz»

Una scena da “Novecento” di Bernardo Bertolucci (1976)

Una scena da “Novecento” di Bernardo Bertolucci (1976)

redazione 26 aprile 2019Culture
Un “Manifesto” per riprendere un adeguato insegnamento della storia nelle scuole e nell’università perché «la sua conoscenza è un principio di democrazia e di uguaglianza tra i cittadini». Lo hanno scritto lo storico Andrea Giardina, la senatrice a vita Liliana Segre, lo scrittore Andrea Camilleri e ne dà notizia Repubblica per un documento che assume un carattere di urgenza e che non riguarda affatto gli accademici e gli studiosi: riguarda tutti i cittadini.

Se si cessa di insegnare la storia nelle scuole, se si riduce il suo insegnamento anche nelle università, poi non dobbiamo stupirci se dei ragazzi scherzano allegramente sui binari dei deportati di Auschwitz; né dobbiamo stupirci se i negazionisti dell’Olocausto prendono sempre più piede, se presunti neo-esperti nel web hanno più credito di chi ha studiato e faticato, se i rigurgiti del fascismo hanno sempre più spazio ed eco. Ricordando che lo storico si confronta e ha idee che sottopone «alle prove dei documenti e del dibattito» Giardina, Segre e Camilleri chiedono «a tutti i cittadini e alle loro rappresentanze politiche e istituzionali per la difesa e il progresso della ricerca storica in un momento di grave pericolo per la sopravvivenza stessa della conoscenza critica del passato e delle esperienze che la storia fornisce al presente e al futuro del nostro Paese».

Lo storico, la donna che da bambina sopravvisse ad Auschwitz, il “padre” del commissario Montalbano rilevano come circolino «sentimenti di rifiuto e diffidenza nei confronti degli “esperti”, a qualunque settore appartengano, la medicina come l’astronomia, l’economia come la storia». Con i no-vax sui vaccini abbiamo visto quali guasti può procurare questo atteggiamento. Adesso è in «grave pericolo la sopravvivenza stessa della conoscenza critica del passato». Con il risultato che, complici presunti contro-esperti sui social media, «si negano fatti ampiamente documentati; si si resuscitano ideologie funeste in nome della deideologizzazione». Ovvero un negare le ideologie quando si praticano altre ideologie-

Camilleri, Segre e Giardina in un passo tuttavia vedono un lato positivo, il testo non è solo un appello di condanna: «Queste stesse distorsioni celano un bisogno di storia e nascono anche da sensibilità autentiche, curiosità, desideri di esplorazione che non trovano appagamento altrove». Ma ogni sforzo rischia di non essere sufficiente «se la storia, come sta avvenendo precipitosamente, viene soffocata già nelle scuole e nelle università, esautorata dal suo ruolo essenziale, rappresentata come una conoscenza residuale, dove reperire al massimo qualche passatempo. I ragazzi europei che giocano sui binari di Auschwitz offendono certo le vittime, ma sono al tempo stesso vittime dell’incuria e dei fallimenti educativi».

Questo soffocamento, ricordano i tre autori del testo, è in corso: la prova di storia alla maturità viene ridimensionata, nelle scuole diminuiscono le ore sulla disciplina che indaga il passato e di riflesso il presente, le cattedre universitarie calano in modo «vertiginoso», archivi e biblioteche versano in condizioni sempre più «precarie».

Il primo destinatario di questo appello è inevitabilmente Marco Bussetti, ministro dell’Istruzione. Giardina, Segre e Camilleri rendono esplicito il fatto che loro raccolgono e rilanciano un allarme diffuso e, mettendoci i loro nomi, lanciano il messaggio al governo Conte, a tutti i partiti, alle istituzioni pubbliche e alle associazioni private. E riassumono le richieste in tre capisaldi: «che la prova di storia venga ripristinata negli scritti dell’esame di Stato delle scuole superiori; che le ore dedicate alla disciplina nelle scuole vengano incrementate e non ulteriormente ridotte; che dentro l’università sia favorita la ricerca storica, ampliando l’accesso agli studiosi più giovani».

Si spera che con nomi così significativi la discussione emerga con sempre forza. Tanto più che gli effetti nefasti già si avvertono e sono qui e ora: «Eravamo persuasi che il fascismo fosse definitivamente morto – commenta Camilleri in una lunga intervista a Simonetta Fiori su Repubblica a fianco del manifesto – tanto da ammettere nell’arco costituzionale gli ex fascisti di Almirante. Se torniamo a parlare ossessivamente di fascismo è perché temiamo di vederlo rinascere in altre forme. Anche per questo è inammissibile che un ministro della Repubblica possa dire orgogliosamente che il 25 aprile è una baruffa senza senso a cui preferire una visita a Corleone». Il ministro, lo avete capito, è Matteo Salvini, leader della lega, vicepremier, titolare del dicastero che controlla le forze dell’ordine e, per come si sente lui, dell’intero esecutivo.