Infantino che asseconda le bizze di Trump è indigeribile: questo non è più il calcio della gente

Sarebbe ora che i vertici mondiali dello sport più praticato e più amato del mondo iniziassero ad aprire gli occhi: modificarne il senso per soddisfare l’avidità dei grandi sponsor e dei grandi autocrati

Infantino che asseconda le bizze di Trump è indigeribile: questo non è più il calcio della gente
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Seba Pezzani Modifica articolo

6 Luglio 2026 - 21.48


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Io boicotto. Voglio dirlo subito. Ammetto che qualche partita della Coppa del Mondo di Calcio 2026 l’ho vista, seppur a spizzichi e bocconi. Ma l’ampliamento della storica manifestazione da 32 a 48 squadre per renderla ancor più planetaria e, soprattutto, redditizia non convince particolarmente. D’accordo, qualche sorpresa piacevole che, con la vecchia formula, forse non ci sarebbe stata, l’abbiamo avuta: mi riferisco in particolare alle imprese sfiorate da Capo Verde. Ma troppo poco. Se si aggiunge che a questo Mondiale praticamente sono andati cani e porci ma non l’Italia, una delle nazioni dalla tradizione più fulgida, qualcosa che non va è evidente. Noi ci abbiamo ovviamente messo del nostro per non far parte della nobiltà di questo sport. Tuttavia, non c’è solo la scelleratezza del sistema del calcio italico che non ha saputo o voluto cogliere i segnali inequivocabili di un lungo declino e quelli ancor più plateali di una società ormai nemmeno più orientata bensì inserita a pieno titolo in quel processo planetario di meticciato che – che a Vannacci e soci piaccia o meno – ha creato fenomeni assoluti come Kylian Mbappé (padre camerunense, madre algerina), Ousmane Dembélé (padre senegalese, madre mauritana) e Michael Olise (padre nigeriano e madre franco-algerina), Jude Bellingham (padre anglo-irlandese e madre giamaicana) e Jamal Musiala (padre nigeriano-britannico e madre tedesco-polacca). Sono giocatori invidiati dal mondo intero, giocatori che hanno fatto la fortuna di compagini importanti come quella francese, inglese e tedesca, rispettivamente. E che dire di Folarin Balogun (nato a New York da genitori nigeriani)? Già, che dire?

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In realtà, da dire ce ne sarebbe parecchio. A partire dal fatto che mai, a mia memoria, una manifestazione internazionale di questa portata ha mostrato fin dal principio scandalosi difetti di forma e impostazione. La Coppa del Mondo di Calcio 2026 è stata organizzata da USA, Canada e Messico, anche se la gran parte delle partite si svolgono negli Stati Uniti. Si ha avuto la sensazione fin dal principio che lo sbilanciamento tra i paesi organizzatori fosse plateale e non certo virtuoso. Non c’è da stupirsi se si tiene conto del proverbiale “elefante nella cristalleria”, quel Donald Trump che, da quando è stato rieletto, si è spogliato di qualsiasi filtro che l’ABC più elementare della diplomazia dovrebbe imporre senza se e senza ma. Meno prevedibile – in fondo, non più di tanto, ora che le carte sono abbondantemente in tavola – la postura a 90 gradi assunta da Gianni Infantino nei confronti del presidente americano: tutti hanno ancora davanti agli occhi la patetica scena della consegna del “FIFA Peace Prize” proprio a Donald Trump, un premio istituito specificamente per placare i piagnistei infantili – no, almeno in questo caso, nessun gioco di parole con il presidente della FIFA – del leader supremo americano e, guarda caso, a lui attribuito nel suo primo anno di esistenza. Pare che Trump di notte pianga sognando il Nobel per la Pace che, per il momento, il comitato norvegese del premio non ha voluto attribuirgli.

Cattivoni questi vichinghi che… remano contro! Chissà che il Donald non faccia un’altra telefonata per “suggerire” a Infantino di vietare celebrazioni inopportune e irrispettose della tifoseria di una nazione rea di lesa maestà, quel remare tutti insieme come se si fosse a bordo di un drakkar. Un’altra telefonata? Si dice che il numero di cellulare di Infantino sia rovente da quando è scoccato l’amore con The Donald. Sembrerebbe che, giusto ieri, il presidente della FIFA abbia dovuto dire di sì al presidente degli USA per l’ennesima volta, creando, però, un precedente al tempo stesso imbarazzante e pericoloso: cancellare un cartellino rosso comminato dopo la revisione al VAR a un calciatore della nazionale statunitense e, soprattutto, la sua squalifica alla vigilia dell’ottavo di finale con il Belgio. Tralasciando che il fallo commesso da Balogun fosse o non fosse da espulsione, non si è praticamente mai visto che una decisione simile sia stata revocata d’autorità.

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Peraltro, questo giocatore è in gran forma e potrebbe spostare gli equilibri e, naturalmente, la federazione belga si è fatta sentire e la UEFA ha rilasciato una dichiarazione che, nella sostanza e, forse ancor più, nei toni irrituali, squarcia una crepa nella “pace olimpica”, anzi, “mondiale”: «Superato un limite invalicabile. Esprimiamo la nostra incredulità di fronte a una decisione senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile». Più chiaro di così. A questo punto, siamo curiosi di vedere in che modo Infantino gestirà il crescente dissenso nei suoi confronti. La sua disponibilità ad appagare in ogni modo le bizze e i capricci di Donald Trump è realmente indigeribile. Il suo calcio non è più il calcio della gente e sarebbe ora che i vertici mondiali dello sport più praticato e più amato del mondo iniziassero ad aprire gli occhi: modificarne il senso per soddisfare l’avidità dei grandi sponsor e dei grandi autocrati sta finendo per allontanare il pubblico e per trasformare il gioco del pallone in uno sport d’elite o in un carrozzone mediatico di stampo… americano. Diego Armando Maradona, uno degli ultimi rivoluzionari, lo aveva previsto con largo anticipo: «Un giorno, metteranno quattro pause nel corso delle partite», non per dare autentico sollievo dalla calura, bensì per far mangiare le patatine fritte e far bere una bibita gassata ai bulimici spettatori americani. Chi avrebbe pensato di poter avere la nostalgia di Sepp Blatter e Michel Platini alzi la mano.

Perdonatemi, ma io di nostalgia ne ho tanta. Non faccio il tifo per nessuno in questa Coppa del Mondo. In realtà, a questo punto, mi piacerebbe che a vincerla fosse il Marocco, con la sua nazionale anti-vannacciana composta da atleti nati per la quasi totalità in paesi europei in cui i loro genitori o nonni si sono stabiliti, con o senza permesso di soggiorno.

E l’accoglienza dovrebbe essere il biglietto da visita più bello di un paese che ospita una manifestazione sportiva planetaria. Chiunque abbia avuto la possibilità di visitare gli USA sa benissimo di cosa io stia parlando: il primo approccio con il paese è respingente. Allo sportello del controllo immigrazione solitamente siede un cerbero che non sorriderebbe nemmeno se gli/le faceste il solletico. E gli USA di Trump non hanno voluto smentirsi. Hanno negato il visto di ingresso a un arbitro somalo designato dalla federazione internazionale, hanno fatto altrettanto con le tifoserie di diverse nazioni sgradite e con svariati tifosi individuali considerati indegni. Hanno complicato a dismisura la vita alla nazionale iraniana, costretta a fare lunghissime trasferte in Messico per poter disputare le proprie partite sul suolo degli Stati Uniti e a tornarsene in Messico come una banda di ladri. E dire che, fino a prova contraria, a sganciare le bombe sono stati gli aerei americani sull’Iran e non fortezze volanti persiane sulla Terra Promessa dei Padri Pellegrini.

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Considerato che, con ogni probabilità, il calcio gli americani continueranno a chiamarlo soccer, per distinguersi dal resto del mondo e, soprattutto, per non fare confusione con il “loro” football – buffi questi americani, considerato che i piedi non è che in quello sport si usino poi tanto – resta la sensazione che l’unica aspetto della Coppa del Mondo di Calcio che gli stia a cuore sia la coppa, non il calcio. La solita ossessione a stelle e strisce di essere sulla vetta del mondo. Insomma, qualcuno si è pure messo in testa che la nazionale USA vincerà il trofeo per la prima volta. Siamo curiosi di capire come. E ancor più curiosi d assistere alla reazione di The Donald quando la prima nazionale seria, non lui, dichiarerà, dopo averli sconfitti, «Sei fuori!». Telefonerà di nuovo a Infantino e chiederà una revisione del risultato?

È un paradosso perché il calcio, a livello amatoriale, è uno sport praticatissimo negli USA. Eppure, temo che non basti il secondo mondiale organizzato negli Stati Uniti per farlo salire allo stesso livello di popolarità di basket, baseball e… football! Per riuscirci, forse, gli USA dovrebbero aggiudicarsi la Coppa del Mondo.

Nel frattempo, finché il livello del calcio giocato nel campionato italiano sarà quello evidenziato nelle ultime stagioni, il rischio vero è uno spostamento di massa dei giovani verso sport un tempo maggiormente elitari, come il tennis. Di per sé, non un delitto, ma nemmeno una cosa particolarmente edificante. Chi segue il calcio in Italia sulle piattaforme a pagamento sente criticare lo sport più amato dagli italiani e mai, ovviamente, le scelte nefaste che il governo del calcio ha fatto per soddisfare la sete di guadagno facile di tali piattaforme. Un vortice negativo di cui, francamente non si vede una fine imminente.

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