In ricordo di Arturo Diaconale, grande giornalista e uomo indimenticabile

Abruzzese anche nell’anima, tosto e gentile come la sua terra, liberale per tutta la vita, con il sogno di far risorgere, se non un partito, un polo di riferimento.

Diaconale

Diaconale

globalist 1 dicembre 2020

di Antonello Sette
Ieri sera avevo inviato un messaggio al suo grande amico Claudio Capotosti per sapere come stava Arturo. “La situazione non è buona. Sta combattendo…ed è un leone”, mi aveva risposto. Ha combattuto come un leone Arturo Diaconale fino alla fine contro un male che avrebbe, da tempo, abbattuto anche un titano.

Della carriera giornalistica e politica di Arturo Diaconale si sa molto. Abruzzese anche nell’anima, tosto e gentile come la sua terra, liberale per tutta la vita, con il sogno di far risorgere, se non un partito, un polo di riferimento. I liberali dovevano tornare a contare, loro, che avevano fatto l’Italia con Camillo Benso Conte di Cavour. Giornalista di talento, attento, curioso, uno dei pochi rimasti che voleva, prima di tutto, farsi capire. Direttore pe una vita dell’Opinione, la voce libera, la sua voce libera, che amava come una creatura e che non ha mai tradita.

Amava la sua famiglia, anzi le sue famiglie. Quella delle persone adorabili, che gli stavano accanto, la moglie Barbara, i figli Alessandro, Valentina e Claudia. E la famiglia, che era un popolo, il popolo laziale. Credo che fosse orgoglioso e felice di essere diventato il portavoce della Lazio, più di quando lo avevano nominato Consigliere di Amministrazione della Rai.
Della Lazio amava tutto, la storia, i colori, la gente, i giocatori del passato e del presente, i valori, la vita. E la difendeva con tutto se stesso, ragionamento e, soprattutto, cuore. Come laziale, l’ho conosciuto.  Poi ci siamo ritrovati, invitati in tandem, in tanti disparati convegni. Era, quello che un tempo si chiamava un fine dicitore, parlava forte e chiaro, si entusiasmava anche per le più piccole cose, ascoltarlo era un piacere, non poterlo più ascoltare uno strazio senza fine. Ci telefonavamo dopo le partite, lui era sempre più ottimista di me.

Dopo le sconfitte, pensava subito alla successiva vittoria. Mi rimproverava, quando, dopo una sconfitta, mi sentiva sconfortato. Mi diceva che era solo un incidente di percorso, che saremmo tornati a vincere. Il tono era cambiato, dopo la malattia. Lo spronavo a combattere, la Lazio è stata fino alla fine, un suo grande conforto. Su se stesso aveva un presentimento, anche se aveva deciso di combattere fino in fondo come un leone. Sulla Lazio era anche troppo ottimista, perché si era convinto che quest’anno neppure il Covid ci avrebbe fermato e lo scudetto sarebbe arrivato. Senza se e senza ma, con un anno di ritardo. Ero andato a trovarlo un paio mesi fa, nella sua bella casa al quartiere Salario. Era provato, voleva tanto farcela, ma si vedeva che non ne era sicuro. Che la vita era per lui uno scudetto, maledettamente difficile da conquistare. Mi avevano chiesto le persone che gli stavano vicino, con un amore dolce e totale che non potrò mai dimenticare, di accontentarmi di cinque minuti, per non affaticarlo. Siamo rimasti a parlare per due ore, come due vecchi amici, che avevano commesso l’imperdonabile errore di non frequentarsi, come avrebbero dovuto.

Ti ho dato un mio libro, con una dedica, che vorrei tanto rileggerti. Il dopo sono telefonate con la tua voce, la tua bellissima voce da speaker diventata rauca, la speranza, che conservavi intatta, di rivedersi a incubo finito. Poi, tante, troppe, telefonate senza risposta. Era un segnale, un silenzio angoscioso. Per chi, come me, ti ha voluto bene. Un giorno, quando sembrava che il progetto dell’Opinione, nuovamente cartacea, stesse andando in porto, mi avevi detto, che mi avresti voluto al tuo fianco nella nuova avventura. E’ un rimpianto, che ora fa male.