Sono le 18 e 04 del 14 maggio del 2000, la Lazio è Campione d’Italia!

Giancarlo Governi racconta lo scudetto della Lazio di Cragnotti guidata da Eriksson.

Eriksson

Eriksson

Giancarlo Governi 14 maggio 2020
Se non ci venne un infarto di massa quel pomeriggio è perché qualche santo ci ha protetto, a noi laziali.
Eravamo all’ultima giornata di campionato contro la Reggina, secondi in classifica, due punti dopo la Juventus. Non eravamo contenti ma ancora una volta infuriati perché ci era stato tolto un altro scudetto strameritato. L’anno precedente a favore del Milan, quest’anno a favore della Juve. Alla Juve avevamo recuperato nove punti e lo scudetto sarebbe stato nostro se non ci fosse stato il pareggio di Firenze, con un gol di Battistuta nei minuti di recupero, e se l’arbitro De Santis non avesse annullato alla penultima giornata un gol regolare del Parma contro la Juventus. Due risultati negativi che ci avevano fatto perdere quei due punti che ci distanziavano dalla Juve. Ma per la Lazio le cose facili non avvengono mai, ci deve essere sempre l’imprevisto, il dramma a scompaginare le carte.
La partita con la Reggina va come deve andare, la Lazio è troppo superiore per trovare un ostacolo nella squadra calabrese. Alla fine del primo tempo la Lazio vince due a zero, mentre la Juventus a Perugia è ancora ferma sullo zero a zero: c’è una flebile speranza di uno spareggio ma noi siamo scettici perché l’anno scorso lo stesso Perugia all’ultima giornata aveva consegnato lo scudetto al Milan, in maniera poco chiara si disse.
Il sole splende sull’Olimpico.
Ma da Perugia arriva una notizia che oserei dire bizzarra: su una zona molto circoscritta dello stadio si era abbattuto un acquazzone torrenziale. La partita non poteva riprendere, e a Roma, poiché la Lega aveva comandato la contemporaneità, non si poteva dare inizio al secondo tempo. Dopo un quarto d’ora l’arbitro si consultò con la panchina della Lazio. “Abbiamo un solo risultato, noi” disse Eriksson “possiamo soltanto vincere”. La partita riprese ma nessuno ci fece più caso. Tutti noi stavamo intorno alle radioline ad aspettare notizie da Perugia dove la partita non riprendeva ma non veniva neppure sospesa. Il radiocronista ci raccontava dell’arbitro Collina che passeggiava per il campo cercando di far rimbalzare il pallone nell’acquitrinio. Eravamo come color che sono sospesi: se la partita di Perugia fosse finita sullo zero a zero saremmo andati allo spareggio. “Magari” disse un mio vicino di posto “allo spareggio la Lazio se la magna la Juve…”. Pensai che aveva ragione, quella Lazio lì era troppo più forte. Finalmente l’annuncio: la partita di Perugia riprende con una ora di ritardo e la radiocronaca sarà amplificata dagli altoparlanti dell’Olimpico che si riempie ancora di più perché nel frattempo si è sparsa la voce e molti laziali che non erano venuti alla partita sono arrivati con bandiere e sciarpe. Mi vedo arrivare in tribuna stampa mia moglie Rossana e i miei figli Massimiliano e Silvio che vogliono vivere insieme a me quel momento eccezionale. Poi il boato che fa tremare l’Olimpico: il Perugia ha segnato. Lo vedremo dopo: il portiere della Juve sbaglia il rinvio e deposita la palla sui piedi di Calori, il capitano del Perugia, il quale senza pensarci un attimo la infila in porta. Ma manca più di mezz’ora alla fine della partita.
Si pensa di mandare la telecronaca della partita sullo schermo ma non si riesce a trovare la scheda del decoder. In un angolo del bar della tribuna stampa un collega della Rai ha trovato il modo di vedere la partita su un monitor, intorno a lui si fa un capannello di persone. Ci sono anche io ma non reggo per più di cinque minuti a vedere la Juventus che attacca in forze e il Perugia che si difende disperatamente. Mi aspetto da un momento all’altro un gol e anche due della Juventus e non voglio vedere. Mi metto ad ascoltare la partita dall’altoparlante dello stadio insieme a cinquantamila spettatori molti dei quali sono scesi sul prato. La partita sta finendo, il novantesimo è arrivato ma il radiocronista, mio amico, Riccardo Cucchi, ci dice che l’arbitro Collina ha concesso cinque minuti di recupero. Cinque minuti! E quanti sono cinque minuti? una eternità! Dico ai miei vicini: “contiamo fino a trecento ad alta voce”. Ci abbracciamo come fanno i giocatori di rugby per caricarsi prima della partita e contiamo ad alta voce: a duecentocinquanta la partita è finita. Cucchi pronuncia quella frase che lo farà entrare nella storia della Lazio: “Sono le 18 e 04 del 14 maggio del 2000, la Lazio è Campione d’Italia!”
Quello che succede dopo è delirio puro. I miei figli sono scesi in campo da dove hanno prelevato una zolla del prato che poi sarà piantata in un vaso di casa nostra dove vive ancora. I giocatori sono rientrati sugli spalti per vivere quei terribili ed esaltanti minuti insieme ai tifosi, il presidente Cragnotti è zuppo di spumante fino alla punta dei capelli. Un mio amico che sta facendo la cronaca alla radio non riesce ad andare avanti perché sta piangendo per l’emozione e sembra sentirsi male.
Allora prendo io il microfono e incomincio a parlare, non saprò mai quello che dissi, ricordo soltanto che incitai a rispettare la città, la nostra Roma: riempiamola di bandiere con i nostri colori, ma non la imbrattiamo, urlai nel microfono. Sì, ma chi mi stava a sentire in quel momento! Uno scudetto così non si era mai visto. Cose da Lazio!