Vendrame, il fantasista ribelle che scriveva poesie e adorava Piero Ciampi

Ha giocato in serie A con il Lanerossi Vicenza, ebbe la chance di sfondare a Napoli ma calcò spesso i campi di provincia. Ma era un ribelle e anticonformista.

Ezio Vendrame

Ezio Vendrame

Marco Buttafuoco 5 aprile 2020

Ezio Vendrame, compaesano di Pier Paolo Pasolini, morto ieri a Treviso per un tumore a 72 anni, è un ricordo per niente sbiadito per i calciofili anziani, anche se, nei suoi anni d’oro, il calcio in televisione si vedeva molto raramente e lui oltretutto, giocava nel Vicenza (allora Lanerossi Vicenza) prima in serie A, e col Padova poi in Serie C.


Era uno di quelli che il lessico calcistico definisce fantasisti o, secondo la dizione più recente, atipici. Uno di quelli capaci di accendere una partita con uno o pochi gesti imprevisti, ma anche di vagare senza costrutto per il campo per novanta minuti. Nel 1974, dopo qualche buona stagione con la maglia biancorossa del Vicenza ebbe la chance per sfondare a Napoli. Ma tornò quasi subito sui campi di provincia.
Amava il calcio, certamente, ma non aveva minimamente la mentalità del professionista meticoloso, che vede nella partita della domenica prossima il suo orizzonte. Era un ribelle, un atipico anche nella vita, scriveva poesie (Pubblicò diversi libri), amava follemente, riamato. Non è un caso che affermasse che c’erano stati solo tre giocatori nella storia del calcio Diego Maradona, Gianfranco Zigoni e Luigi Meroni, tre atipici, appunto, e tre irregolari. Aiutò Zigoni a scrivere, nel 2003, la sua autobiografia (Dio Zigo, pensaci tu, Ed. Biblioteca dell’immagine).


Pare che del calcio dei nostri giorni (che definiva un mondo acrilico) gli interessasse solo, che coincidenza, Mario Balotelli. Un goliardo? Un bohemien scanzonato, che una volta invitato, come opinionista, al Festival di Sanremo, si mise a inveire pesantemente contro Gigi D’Alessio (vedi video)? Una sorta di George Best (l’asso nord irlandese cui somigliava, anche fisicamente) italiano? Uno capace di raccontare la sua vita calcistica in un libro intitolato “Se mi mandi in tribuna, godo”, come lo si può definire; un anarchico, uno che abbaia alla luna? 



In realtà Ezio Vendrame era un uomo che si portava addosso un dolore esistenziale quasi infinito. Un dolore che gli venne forse da un’infanzia trascorsa in orfanatrofio pur senza aver perso i genitori. Accadeva anche quello negli anni dopo la guerra. Sentì quest’abbandono, forse, come una condanna con cui convisse fino all’ultimo. Si sapeva poco di lui, negli ultimi tempi; si era ritirato a vivere, in totale solitudine, nel suo monolocale in affitto, nel trevigiano, circondato dai libri e dai suoi quaderni cui scriveva, a penna, le sue poesie, con una grafia quasi infantile, come racconta Gisela Scerman, la scrittrice che lo intervistò nella sua biografia di Piero Ciampi pubblicata nel 2005 e ristampata nel 2012.
Secondo la Scerman l’amicizia con il poeta livornese fu l’episodio centrale della vita di Vendrame “ Ezio amava Ciampi, lo amava d’un amore totale, quasi acritico, lo assumeva a modello” Come scrisse nell’intervista che mi rilasciò “Ho avuto il privilegio di conoscere in quali inferni vivesse (Piero); inferni che da una parte mi affascinavano. Avrei voluto viverli io, ma non è da tutti…. Io vivo i miei inferni come le persone dotate di una certa sensibilità e una certa inquietudine, ma che poi magari d’inverno hanno bisogno del riscaldamento o di un materasso su cui riposare le proprie ossa”.


“ Era un uomo ferito, di ferite profonde- dice ancora Gisela Scerman – capace di commuoversi per una foglia che cadeva ma anche, di regalare una giacca in montone, comprata col suo primo stipendio da calciatore, a mendicante. Capace d’isolamenti totali e improvvisi e di scoppi di umorismo in cui si divertiva a esercitare in sommo grado l’arte del sarcasmo: di qui la sfuriata contro D’Alessio, o certe sue uscite improvvise, magari per un conto troppo salato in un ristorante. Non riusciva ad adattarsi a niente. Nel 2003 collaborò brevemente con i Tetes De Bois , ma non durò. Leggeva in ogni discussione un rifiuto del suo lavoro, si sentiva, senza motivo, ai margini del progetto, argomentava che l’arte non può essere oggetto da mettere sul mercato. Tremava sempre. Non so se fosse bipolare, ma non credo e non sono mai stata interessata a stabilirlo. Lui era così, da sempre e nel profondo, segnato da un dolore che gestiva, senza mediazioni e senza speranze; era inutile circoscrivere la sua vita in un linguaggio diagnostico. Noi siamo quello che ci hanno fatto, diceva sempre. Ezio era, semplicemente, un’anima inquieta e rara.”.



“La disperazione - scrisse Leo Ferré - è una forma superiore di critica”. Potrebbe essere questo l’epitaffio di Ezio Vendrame. Un giorno in una partita di campionato chiaramente aggiustata in modo che ciascuna delle due squadre ottenesse un punto, scese verso l’area avversaria dribblò tutti, anche il portiere e, una volta sulla linea del gol tornò indietro e puntò verso la propria porta come se avesse intenzione di segnare un autogol intenzionale. Poi mandò la palla oltre la linea di fondo. Era stanco di quella manfrina fasulla. Fa male pensare che quel meraviglioso sarcasmo fosse figlio di un dolore senza nome..
«L’ho con l’amore che tanto mi fa male. Dalla voliera dei sogni sono spariti i trespoli...»