In ricordo di Luciano Re Cecconi, l'angelo biondo della Lazio


Nato a Nerviano il primo dicembre del 1948 è morto tragicamente a Roma il 18 gennaio del 1977. Un gioielliere lo scambiò oer un rapinatore e gli sparò

Luciano Re Cecconi

Luciano Re Cecconi

Giancarlo Governi 18 gennaio 2020

Luciano Re Cecconi è stato un centrocampista della Lazio del primo scudetto allenata da Tommaso Maestrelli.

Nato a Nerviano il primo dicembre del 1948 è morto tragicamente a Roma il 18 gennaio del 1977.


 


Uno più biondo di Luciano Re Cecconi è difficile trovarlo, e nel calcio italiano in quegli anni c’era soltanto lui. Come sarebbe ora Luciano, a settanta anni? Sarebbe ancora biondo o si sarebbe incanutito lentamente?


Non lo sapremo mai perché Luciano ci ha lasciati che aveva appena compiuto ventott’anni. Aveva messo su famiglia con una ragazza del suo paese, che gli aveva regalato due bambini; viveva in una bella casa in un quartiere borghese di Roma dove contava di rimanere anche alla fine della carriera.


Tuttavia pensava con affetto a Nerviano, il paese in cui era nato e dove ancora vivevano tutti i suoi cari, ed era grato al calcio che lo aveva fatto uscire da una condizione di semi povertà per portarlo alla fama e a una vita agiata.
Il Presidente Lenzini gli aveva promesso un posto da dirigente. Roma gli piaceva, gli piaceva la Lazio, gli piacevano i suoi compagni, e con qualcuno di loro aveva stretto un rapporto di fratellanza. Come Gigi Martini che gli aveva fatto vincere la paura e gli aveva insegnato a buttarsi con il paracadute.


Gli piacevano i tifosi, sempre molto caldi, che lo invitavano alle loro feste, si facevano le foto con lui e lo obbligavano a cantare. Gli piaceva la gente del suo quartiere, dove tutti lo conoscevano, lo salutavano e si fermavano a scambiare due parole.
Il quartiere gli ricordava il suo paese dove si conduceva una vita in comune, a dimensione umana. Insomma, per tutti era Cecco, il campione della Lazio ammirato anche dai romanisti.


Cecco, il biondissimo che le donne si mangiano con gli occhi e gli uomini ammirano e un po’ invidiano. Tutti lo conoscono nel quartiere, perché è amico di tutti; entra nei negozi del profumiere, del macellaio, dell’ottico, nel bar per scambiare due chiacchiere, e anche per vincere la noia delle lunghe ore di libertà che ti lascia il calcio.
Oggi lo avrebbe ingannato il tempo, come quasi tutti i suoi colleghi, smanettando sullo smartphone ma allora il telefono era quell’apparecchio inerte che stava in un punto dedicato della casa e che serviva soltanto per comunicare verbalmente.
Tutti lo conoscevano, tranne quel gioielliere che gli ha sparato e lo ha ucciso. Perché lo aveva scambiato per un rapinatore. Quel giovanottone biondissimo a viso e a capo scoperto, come poteva essere un rapinatore? Al primo colpo lo avrebbero subito riconosciuto e bloccato. E allora dissero che aveva voluto fare uno scherzo, che avesse pronunciato la frase di rito, «fermi tutti, questa è una rapina», una frase che a caldo nessuno ha sentito.