Manichini impiccati: e questa sarebbe goliardia?

Qui c'è poco di sfottò ma una messa in scena macabra che la dice lunga sulla deriva di certe tifoserie.

Manichini impiccati

Manichini impiccati

Piero Montanari 5 maggio 2017

Fa male l'episodio macabro dei tre manichini impiccati con le maglie (originali) dei giocatori simbolo della Roma, De Rossi, Salah e Nainggolan, che pendono sotto  uno striscione lungo il ponticello di via degli Annibaldi, lo sfondo del Colosseo illuminato e una scritta: "Un consiglio senza offesa, dormite con la luce accesa". Una minaccia e neanche tanto velata che arriva dopo che la Roma è stata sconfitta 1-3 dalla Lazio nel derby della Capitale, infangandone anche la meritata vittoria.


Fa male perché è l'ennesima sconfitta non dello sport, a quelle siamo purtroppo abituati e ne abbiamo riprova ogni giorno. Gli “impiccati” fanno solo seguito al solito corollario di ignominie che non hanno risparmiato neanche il Grande Torino, l' imbattibile squadra che mori nella tragedia aerea di Superga. Scritte comparse sulla strada che porta alla Basilica nel giorno dell'anniversario dell'incidente suggerivano: “Da Lisbona a Torino era meglio in motorino” (la squadra tornava dopo una partita nella capitale portoghese), ma anche: “4 maggio bovini al pascolo”. 


Queste oscenità non possono essere assimilabili ad una sconfitta dello Sport, perché di sport non si parla più ormai. Piuttosto verrebbe da scomodare la filosofa e scrittrice tedesca Hanna Arendt, che col suo libro La banalità del male, un resoconto del processo di Norimberga contro il criminale nazista Eichman, sollevò la questione che il male non è radicale ma l'assenza di radici, di memoria, l'incapacità di ritornare sui propri pensieri e sulle proprie azioni attraverso un processo di dialogo con se stessi, dal quale far scaturire il gesto “morale”, quello che ti fa desistere dal compiere atti ignobili come questi, anche se sei in mezzo al gruppo che ti incita a farlo.


Fa male sapere poi che la curva nord della Lazio ha rivendicato l'azione al Colosseo adducendo come scusa una semplice “goliardata” (della quale non si pentono però) per “prendere in giro i romanisti” anzi “i Riommanisti” e “er Cappetano” come li chiamano loro, ed è quindi frutto proprio di quella banalità di cui parla la Arendt che le loro scuse sembrano ancora più banali e insulse perché prive di qualsiasi autocoscienza. Impiccare i calciatori e minacciare i tifosi, bella goliardia!


Fa male pensare che il calcio, amatissimo e divertentissimo gioco nazionale, non possa essere affrancato dal male di questa generazione di tifosi e di malavitosi i quali, ovviamente, non sono solo della Lazio o della Juventus, ma appartengono al cancro di tutte le tifoserie radicalizzate nelle curve. E' pur vero che i tempi sono ben questi e non ci dobbiamo meravigliare. Ma indignarci si, sempre e ogni giorno, quando si evocano leggi che ci vogliono tutti pistoleri “l'un contro l'altro armati” o quando si fa del tutto per ributtare a mare dei poveracci disumanizzati in cerca di scampo.


E' davanti a tutto ciò che vedere a penzoloni dal ponticello di via degli Annibaldi i giocatori romanisti diventa  una cosa normale, una cosa banale, una semplice goliardata.