Malagò, dal monologo in Rai ai nervi tesi in sala d'attesa per un No

Il presidente del Coni, Malagò anche detto Megalò non ama essere contraddetto. Figuriamoci su un affare come le Olimpiadi a Roma.

Giovanni Malagò

Giovanni Malagò

globalist 22 settembre 2016

di Pietro Manigas


Antefatto. Domenica sportiva di domenica scorsa. La Rai, che paghiamo tutti noi, decide di dedicare buona parte della Domenica Sportiva alla causa Malagò. Il presidente del Coni precede tutto, gli anticipi, i gol, le notizie. Seduto comodamente in sala risponde alle domande degli interlocutori della camomillosa domenica sportiva. Una noia mortale per un monologo senza contraddittorio, senza neanche mezza domanda che potesse far capire ai telespettatori di che cosa si stesse parlando. Ecco, ve lo dico io: era una pubblicità. Una mega pubblicità per forzare la mano su un tema come le Olimpiadi a Roma nel 2024. Non mi pare ci fosse in studio un solo giornalista. Cioò, dico, un solo giornalista in grado di porre una domanda, di fare da cane da guardia e non da compagnia al potere enorme rappresentato da uno dei re di Roma: Malagò detto anche Megalò.
Roma 2024: costi benefici vs valore aggiunto. Più che una seconda premessa è un dato di fatto che andrebbe sempre considerato. Nella storia recente dei Grandi Eventi mai una volta le previsioni sono state rispettate. Né quelle di spesa, né quelle di resa sul piano dei vantaggi della collettività e per il numero dei posti di lavoro prodotti. Non lo dico io, lo dicono gli economisti della Ca' Foscari che hanno studiato e preparato un grandissimo lavoro sulle bugie che vengono dette prima dei grandi eventi e sulla scomparsa di dati ufficiali credibili dopo i grandi eventi. “Tanto a pagare saranno i cittadini, come ha spiegato abilmente il professore di Economia della Ca’ Foscari Jerome Massiani, analizzando il deficit costante delle Grandi Opere, ultima Expo. Ma prima di Expo tutte le Olimpiadi, da Atene a Torino. Abbiamo parlato di costi-benefici che è un’analisi economica che i politici odiano, mentre a braccetto con le imprese, amano quella che si basa sul valore aggiunto, che ovviamente è sempre positivo. Se lo Stato butta in un progetto 10 miliardi di euro ovviamente creerà benefici per le imprese, per chi lavora, per i cittadini che otterranno come ricaduta qualche vantaggio di riflesso per le grandi opere. Ma senza spiegare che quei soldi vengono comunque sottratti ad altri investimenti che probabilmente avrebbero un vantaggio sociale ed economico superiore. Anche solamente se fossero redistribuiti tra i disoccupati”. Questo scriveva Globalist un anno fa. Ovviamente facendo giornalismo e non propaganda.
Mondiali di nuoto. Basterebbe citare quell'efferatezza a danno del contribuente per mettere una pietra tombale sulle Olimpiadi gestite dallo stesso gruppo di potere. Ma i politici non hanno memoria, i media non hanno memoria, i cittadini stretti tra propaganda mediatica e politica non sanno niente. Non sanno niente di quello che accade nel mondo, delle guerre, degli scompensi strategici, dello sfruttamento di interi paesi, della povertà che provoca gli effetti che abbiamo sotto gli occhi. Non sa niente neanche di quello che accade sotto casa. Ed è drammatico vedere come a Roma non abbiano capito che cosa è successo e che cosa sta accadendo ora.
La rabbia del cittadino ululante. Vale meno di zero. Nel senso che l'ululare senza progetto, senza idea, senza capire, solo sull'onda mediatica di notizie approssimative, razziste, xenofobe non risponde ai canoni culturali della partecipazione. L'esasperazione è talmente forte da cancellare le cause dei problemi. Voi mi direte: a Roma è questa ondata rabbiosa che ha portato Virginia Raggi in Campidoglio. Va bene, rispondo, non è mai una cosa buona la politica della rabbia e della mancanza di dialogo, perché alla fine favorisce sempre e solamente il più forte.
Perché in questi giorni a ululare sono i poteri veri della Capitale, quelli che non sono abituati ad aspettare e che non hanno alcuna intenzione di accettare un No. E strepitano, non in piazza come fanno i cittadini ma su tutti i media, Rai compresa, con una spettacolare spiegazione dei benefici delle Olimpiadi. Incredibile a dirsi, ma non è passato tanto tempo dalle bufale di Expo. E non è difficile a Roma vedere come ha funzionato la macchina da guerra che non ama sentire un No.
Raggi olimpici. La sindaca è stata scortese? Ha fatto aspettare Malagò? Doveva dire sì alle Olimpiadi anche se nel programma elettorale diceva di No? A Roma non funziona niente? Se piove si allaga? C'è traffico? Sì, signori cari. E su Globalist abbiamo anche spesso evidenziato le carenze su fatti etici specifici come la storia di abbandono dei migranti di Baobab. Ma i guai della Capitale non li hanno prodotti i 5 Stelle. Ci vuole onestà intellettuale. Loro si sono presentati con un programma elettorale e hanno vinto. Che si deve fare? Devono applicare il loro programma e governare o continuare a mettere una pezza consociativa risolvendo i problemi causati dalle amministrazioni precedenti?
Terza via. C'era anche una terza via e sarebbe stato bello vederla nella pratica, avrebbe raccontato bene fino in fondo come è questa città e chi comanda. La terza via era quella di Berdini, dell'assessore all'Urbanistica che non ha detto No. Ha detto Sì, a determinate condizioni: niente sacco di Roma, niente cemento in più, niente spese in più per i cittadini di Roma, recupero dell'esistente. Sarebbe stata una sfida divertente.