Essere antipatici va bene, ma Conte esagera

Vincere attira invidia ma Conte con l'ultima sceneggiata ha sbagliato, creandosi altri nemici e offendendo i giornalisti. Colpa anche della società. Ecco perché.

Gigi Moncalvo 30 gennaio 2013
[b]di Gigi Moncalvo[/b]



Diciamola tutta: noi juventini non eravamo e non siamo per nulla contenti se la nostra squadra viene considerata “simpatica”. Ai tempi della Serie B, di Cobolli Gigli, Blanc, Diego, Thiago, Felipe Melo, eravamo simpatici a tutti. La ragione era semplice: non vincevamo nulla, la società non esisteva, avevamo avuto addirittura un avvocato (Zaccone) che – contrariamente ai suoi colleghi che hanno chiesto l’assoluzione addirittura di Olindo e Rosa, della signora Franzoni, di Erika e Omar – implorò la condanna della propria assistita. Ci credo che eravamo diventati “simpatici”! Quando si è sfigati e ridicoli per forza scatta nel prossimo un moto di istintiva e generosa simpatia.



Per anni, di lunghe e atroci sofferenze, abbiamo pregato, desiderato, bramato, ambìto, aspettato con ansia di poter ridiventare antipatici, molto antipatici, poiché ciò avrebbe significato una sola cosa: che la Juve era tornata a vincere, a dominare, a spadroneggiare. E quindi la “pietà” altrui si era trasformata in invidia, rancore, gelosia, in una parola: in forte, fortissima antipatia.



E’ bene però cercare di non esagerare, come in tutti i campi della vita. Diventare antipatici può anche andar bene, ma mettercela tutta per diventare ancor più antipatici, terribilmente antipatici, odiosamente antipatici, in dosi massicce e irreversibili, può anche essere un’esagerazione. E diventa un modo per... andarsele a cercare.



L’ironia forzata di Antonio Conte martedì sera negli spogliatoi dell’Olimpico dopo la vittoria della Lazio e l’eliminazione della Juve dalla finale di Coppa Italia, è un esempio lampante di come andare a farsi dei nemici quando in giro ce ne sono già abbastanza, anzi fin troppi. Perché voler provocare, perché dire quelle frasi, perché mancare di rispetto a quella categoria – i giornalisti – che sarà pure antipatica, in molti casi prevenuta, poco obiettiva, faziosa, ma che in fondo è lì ad aspettarti dopo la partita semplicemente per svolgere il proprio lavoro e per riportare le tue dichiarazioni.



Credo che Antonio Conte soffra, ancor più di Mario Monti, della sindrome-Crozza. Indirettamente lo ha ammesso lo stesso allenatore della Juve allorché ha confessato che a casa, ormai, perfino sua moglie fa l’imitazione che Crozza fa di suo marito (scusate l’ingorgo...). Gli si rivolge con lo stesso intercalare del formidabile comico genovese che, non dimentichiamolo mai, arrivò alla “Sette” perché quei due geni della televisione che rispondono al nome di Antonio Marano e non-mi-ricordo-il-nome Ferrario (oggi, non imprecate, direttore del canale culturale Rai...) pur avendolo sotto contratto a Raidue, di cui erano direttori in due epoche diverse, lo tennero a fare nulla non avendo capito quale tipo di risorsa e pepita d’oro televisiva aveva in mano e in casa.



Beh, temo che Antonio Conte voglia crozzizzarsi senza esserne capace né portato, e in qualche modo sconfini in un campo che non è proprio il suo: l’ironia. Un’arte che, se esercitata in modo maldestro, ottiene proprio il contrario dei risultati che si vorrebbero ottenere. Ma non è colpa dell’allenatore. Ma di tre diverse circostanze: la debolezza della Juve come società (e il fatto che nel Palazzo del calcio conta zero), l’assenza di un personaggio in panchina che un tempo si chiamava “dirigente accompagnatore” e che nella Juve non esiste, e infine – fatto più importante - la mancanza di una vera politica e strategia di comunicazione.



Vediamo i tre aspetti. La Juve non conta nulla né in Lega (vedi la recente debacle che ha riportato all’elezione del grigiocrate Beretta), né in Federazione. La poltrona che era stata promessa ad Andrea Agnelli nel consiglio federale è rimasta un’utopia. Il numero 1 della Juve – non ce lo toglieremo mai dalla testa – ha rinunciato perfino alla sfida sulle tre stelle (per i 30 scudetti vinti “sul campo”), in cambio di che? A livello arbitrale la Juve non viene né tutelata né rispettata, a livello di designazioni, non tanto arbitrali quanto, e questo ha il suo peso, di assistenti, quarto uomo e arbitri di porta. Mentre Galliani, quatto quatto, ridiventa vero deus-ex-machina della Lega ed è il vero dominus della situazione grazie alla scialba figura di Beretta (in pieno conflitto di interesse visto che è dirigente di Unicredit, cioè dell’azionista di una squadra di serie A, la Roma), la Juve sta a gingillarsi con l’arbitro di Torre Annunziata o con la geopolitica, o con altre amenità senza tenere d’occhio la vera essenza del problema.



L’Inter insegna che nel proprio Comitato esecutivo (che conta più del CdA) bisogna nominare personaggi come il dottor Stefano Filucchi, ex portavoce dell’allora Capo della Polizia Gianni de Gennaro, che può essere utile per tanti lavori: dirigente, accompagnatore, intelligence, tavarolismi vari, dossier “Ladroni”, arbitro Nucini e annessi e connessi. La Roma per molto tempo si è avvalsa dell’opera dirigenziale della buonanima di un generale, Ciro De Martino, ex capo di stato maggiore dell’esercito. E la Juve che fa? Infila nel nuovo CdA un noto combattente come Paolo Garimberti, ex presidente Rai, ed ex vicedirettore di “Repubblica”, noto per non aver mosso un dito quand’era al vertice del quotidiano di Ezio Mauro per arginare l’ondata di fango contro la Juve. E, insieme a Garimberti, ecco l’avvocato Giulia Buongiorno, che combattente (nata) è certamente, ma non serve – almeno fino ad ora – a ciò di cui la Juve a Roma e nel Palazzo avrebbe bisogno. Anzi è nota per aver sponsorizzato la candidatura di Pagnozzi al vertice del Coni, al posto di Petrucci e da lui designato. Un Petrucci che certo non ha mai mosso un dito per la Juve...



Ed eccoci al secondo punto. La Juve non ha in panchina un dirigente che sappia e abbia il potere per “arginare” Conte quando sbarella come alla fine di Juve-Genoa. C’è un giovanotto con l’aria da bravo ragazzo che pare serva solo per sollevare l’indicare elettronico e segnalare i numeri di chi entra in campo per le sostituzioni. Non dico che ci vorrebbe, come ai bei tempi un vero Conte, cioè il nobile Cavalli d’Olivola, ancien custode dello stile d’antan della Vecchia Signora, ma una soluzione intermedia esiste. Ad esempio Pavel Nedved, l’unico che avrebbe l’autorevolezza per protestare col quarto uomo, di cinturare Conte nel caso volesse correre dall’arbitro, di calmarlo e dirgliene quattro quando ce ne fosse bisogno. Mourinho a un certo punto, nella panchina del Real Madrid nelle partite di Champions volle che ci fosse, accanto a lui nientemeno che Zinedine Zidane. Era un modo per far sapere alla terna arbitrale e al quarto uomo che, le merengues, avevano a bordo campo un francese, un amico fraterno del presidente dell’Uefa Platini, e soprattutto uno che con una semplice parolina a Michel avrebbe potuto far cambiare la carriera e il destino internazionale di quegli arbitri.



E veniamo al punto-chiave: l’assenza di una politica di comunicazione, vera, efficace, “dissuasiva” e penetrante da parte della Juve. Così come ci vorrebbe Nedved a placcare Conte in panchina, allo stesso modo bisognerebbe che il direttore della comunicazione (su cui sovrintende Garimberti, e si vede con quali catastrofici risultati) placcasse l’allenatore quando sta per andare in sala-stampa davanti alle telecamere. Basta poco, certe volte, per mandare il mite Alessio o per accampare il silenzio-stampa. Meglio, molto meglio che dire frescacce e non ottenere nulla (chi te lo ridà, caro Conte, il rigore di Granqvist o quello di Marchetti su Vucinic?).



La Juve non è nemmeno riuscita a “convincere” Sky che non sta bene che la squadra che contribuisce al “canone” di Murdoch con molti milioni di abbonati debba avere come telecronisti un ex giocatore dell’Inter, Bergomi, e un tifoso della Roma, Caressa (cui va tutta la nostra umana solidarietà per doversi ritrovare ogni sera, quando torna a casa, come moglie la sorella di Cristina Parodi e la cognata di Giorgio Gori, dopo che per tutto il giorno ha spignattato in onda sulla “Sette”, con ascolti ai minimi termini, con le sue irrealizzabili ricette).



Possibile che la Juve non abbia saputo “crescere” un proprio telecronista? A che serve Juve Channel, al cui vertice sta per arrivare Darwin Pastorin, se i giornalisti che ne fanno parte valgono molto meno di Scarpini, Inter Channel, e Suma, Milan Channel? Com’è possibile che la Juve non abbia testimonial efficaci e autorevoli nelle trasmissioni tv e che mandi nientemeno che la antipaticissima ed inutile Evelina Christillin a rappresentare il club e le sue ragioni (o i torti che subisce)? E’ bene che Andrea Agnelli parli con qualcuno che del settore si intende. Ma non perché viene da una società di comunicazione di Foro Bonaparte, ma perché è stato ed è giornalista sul campo, non quello di gioco…