Aranzulla rischia la rottamazione

Dai modem a 56K all'intelligenza artificiale. La parabola del divulgatore siciliano racconta il paradosso di una rivoluzione tecnologica. Una trasformazione che riguarda ormai non soltanto il digitale, ma il futuro del lavoro e della conoscenza.

Aranzulla rischia la rottamazione
Salvatore Aranzulla
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Marcello Cecconi Modifica articolo

4 Novembre 2026 - 22.51 Culture


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C’è una certa ironia nella parabola di Salvatore Aranzulla. Il ragazzo partito da Mirabella Imbaccari, piccolo paese siciliano, passato per la Bocconi e approdato nella Milano delle opportunità, ha costruito una fortuna spiegando agli italiani come usare il digitale. Oggi è proprio il digitale, nella sua nuova incarnazione artificiale, a mettere in discussione il modello economico che lo ha reso famoso.

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La sua storia è, in fondo, una fotografia di questi ultimi vent’anni. Quando Aranzulla comincia, Internet è ancora una frontiera da esplorare. Si naviga con il modem a 56K, si cercano informazioni su Virgilio, si impara attraverso blog e forum. Lui intuisce prima di molti altri che la rete non è soltanto un luogo dove trovare risposte, ma uno spazio nel quale costruire un’attività, conquistare visibilità e trasformare la competenza in valore economico. Apre un sito quasi per pigrizia, per non dover ripetere continuamente le stesse spiegazioni. Quella pigrizia diventerà un’impresa.

Per anni il meccanismo funziona alla perfezione. Qualcuno ha un problema con il computer? Cerca una soluzione su Google, arriva su aranzulla.it, trova la risposta e, nel frattempo, genera traffico e ricavi pubblicitari. Un modello semplice, ma fondato su una capacità tutt’altro che banale: intercettare i bisogni delle persone e tradurli in contenuti utili.

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Poi arriva l’intelligenza artificiale. E cambia tutto, molto più rapidamente di quanto molti immaginassero. Nell’intervista al Corriere della Sera, raccolta da Anna Gandolfi, Aranzulla racconta che i visitatori giornalieri del suo sito sono passati da un milione nel 2024 a circa 500 mila oggi. I ricavi, almeno in termini di fatturato, crescono, ma gli utili crollano. L’utile netto è passato da 2,33 milioni a 641 mila euro, anche per l’aumento dei costi legati all’acquisto di traffico. Il motivo è soprattutto nella nuova abitudine degli utenti di chiedere direttamente a un chatbot ciò che prima avrebbero cercato su Google. La risposta arriva senza necessariamente visitare il sito che ha prodotto le informazioni.

Ecco il paradosso. L’intelligenza artificiale si nutre anche del sapere accumulato e condiviso da persone come Aranzulla, dei loro tutorial, delle loro spiegazioni, del lavoro di chi ha costruito negli anni un patrimonio di conoscenza accessibile. Poi rielabora quel sapere, lo restituisce in forma sintetica e spesso trattiene l’utente dentro il proprio ambiente. Il produttore del contenuto rischia così di diventare una fonte invisibile, mentre il nuovo intermediario si prende il pubblico e il valore economico.

Aranzulla,  del resto, non è una vittima ingenua della tecnologia: l’ha utilizzata, interpretata e trasformata in ricchezza. Ha avuto intuito, capacità di lavoro e tempismo e oggi, grazie alla posizione economica conquistata, può probabilmente permettersi di assorbire meglio di altri la trasformazione, anche vivendo di rendita. Ma non tutti avranno questa possibilità.

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Il punto, infatti, va ben oltre la vicenda personale. L’intelligenza artificiale non minaccia soltanto i divulgatori tecnologici. Interroga il futuro dell’editoria, della consulenza, della formazione, della comunicazione, della ricerca, della traduzione e di molte professioni intellettuali. Ovunque esista un contenuto che può essere acquisito, rielaborato e restituito da una macchina, si apre una questione economica prima ancora che tecnologica. Chi continuerà a pagare chi produce il sapere?

La storia dell’innovazione è piena di protagonisti convinti di aver compreso il futuro e poi sorpresi dalla sua accelerazione. Anche chi lavora nel settore, anche chi ne conosce i meccanismi, non sempre riesce a prevedere la direzione e soprattutto la velocità del cambiamento. Il digitale di ieri prometteva di disintermediare, quello di oggi sembra creare nuovi intermediari molto più potenti e capaci di assorbire il lavoro altrui e restituirlo senza riconoscerne pienamente il valore.

Le democrazie occidentali sembrano osservare l’intelligenza artificiale anziché governarla. Tra esitazioni legislative, interessi economici e competizione geopolitica con Stati Uniti e Cina, la politica fatica a trovare una direzione comune e soprattutto a tenere il passo di una tecnologia che corre molto più velocemente delle istituzioni. Ma non può limitarsi a osservare perché servono regole, responsabilità e meccanismi di riconoscimento e remunerazione per chi produce contenuti e conoscenza. Non per frenare il progresso, bensì per evitare che la sua voracità finisca per prevalere sull’interesse collettivo. La sfida è stabilire che le macchine, per quanto intelligenti, restino strumenti nelle mani dell’uomo e non diventino i soggetti che decidono le condizioni della sua vita e del suo lavoro.

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Senza giornalisti, divulgatori, ricercatori, esperti e professionisti che alimentano il patrimonio della conoscenza, anche le macchine, prima o poi, rischiano di non avere più nulla di buono da imparare. La vicenda di Aranzulla ci ricorda la lezione antica del progresso che non garantisce rendite eterne e che nessuna posizione conquistata è al riparo dalla storia. Ma c’è una gerarchia che non dovrebbe cambiare: la tecnologia deve essere al servizio dell’uomo, non l’uomo al servizio della tecnologia. Ieri, oggi e (speriamo) domani.

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