Dallo 'Statuto di Anna' all’AI mangia copyright

Nel 1710, nasceva il diritto d'autore per proteggere chi crea e poi restituire le opere al pubblico; nel 2026 modelli addestrati su milioni di contenuti raccolti online distruggono quel principio in una battaglia asimmetrica tra tecnologia e lavoro creativo.

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21 Aprile 2026 - 08.34 Culture


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Nel 1710 il Parlamento britannico metteva nero su bianco una cosa semplice: il diritto spetta a chi crea. Lo Statuto di Anna chiudeva così l’era dei privilegi degli stampatori e introduceva una regola, durata limitata e poi spazio al pubblico. È il patto di base tra cultura e mercato. Ti proteggo per un periodo, poi restituisco tutto alla collettività.

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Tre secoli dopo quel patto regge ancora, ma solo sulla carta. Dalla convenzione di Berna, alle direttive europee. Tutto orbita intorno all’idea che, se qualcuno produce un’opera, e qualcun altro la usa, serve un’autorizzazione e se vi è guadagno, occorre pagare.

Poi arriva l’intelligenza artificiale generativa e gli accordi sembrano venir meno. Non si parla più di copie abusive in senso classico. Qui il meccanismo è diverso e molto più esteso. Le macchine vengono addestrate su quantità enormi di contenuti pescati online: articoli, libri, immagini, archivi. In molti casi materiale protetto. Non un episodio, ma un processo industriale.

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Le aziende parlano di analisi statistica, ma gli autori vedono ben altro, un prelievo sistematico con le loro opere che divengono così materia prima gratuita. Vengono assorbite, rielaborate e trasformate in servizi che poi finiscono sul mercato. Traduzioni, testi, immagini, sintesi, offrendo un’alternativa rapida e che costa meno.

Il problema è enorme e non si limita al mero danaro, anche se già questo spiegherebbe molto. Il dilemma è che chi crea spesso non sa nemmeno di essere stato usato. I dataset non sono trasparenti, gli elenchi delle fonti non esistono o non sono accessibili. Anche quando la legge consente di opporsi, farlo davvero è un percorso tecnico e costoso. Il diritto c’è, la possibilità di farlo valere molto meno.

Nel frattempo, il mercato si sposta. Editori, illustratori, traduttori, giornalisti vedono una concorrenza che non ha dovuto negoziare nulla e non vi è un valore riconosciuto al lavoro umano, in caso questo è incanalato su chi controlla questi modelli e le loro piattaforme.

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La vera ironia è che quel principio, il diritto d’autore, che nasceva per incentivare la produzione culturale, oggi rischia di alimentare macchine che imparano proprio grazie a quella produzione, senza restituire quasi nulla a chi l’ha resa possibile. Il pubblico dominio che doveva arrivare dopo un periodo di tutela, qui arriva subito, ma solo per pochi.

Il tema non è fermare l’innovazione, semmai è decidere se può funzionare come una miniera aperta, dove chi passa prende e se ne va. Senza regole chiare su cosa è stato usato, su chi deve autorizzare e su chi deve essere pagato, il sistema resta asimmetrico.

Tre secoli fa si trattava di togliere potere a una gilda. Oggi il confronto è con infrastrutture globali, modelli addestrati su scala planetaria e con chi crea che chiede di non lavorare gratis. La differenza è che, questa volta, le macchine hanno già iniziato a imparare senza aver pagato il dovuto.

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