di Martina Narciso
Per anni la questione della mascolinità è stata lasciata nell’ombra, ma oggi le cose stanno cambiando e quando si rompe il silenzio ciò che viene alla luce è una nuova crisi che sta sfidando l’universo maschile. In Quel che resta degli uomini (2025), Manolo Farci* mette insieme dati, storia, politica ed economia per portare a galla quello smarrimento identitario della generazione maschile, senza né cavalcare le correnti che tendono a sminuirlo né annegare nel mare delle idealizzazioni obsolete e prescrittive.
Quello della mascolinità, spiega il professore nella sua Introduzione, non è un concetto semplice da definire, perché è fondamentalmente un’idea astratta. Attorno a essa ruotano stereotipi e vecchi cliché, atteggiamenti e comportamenti ideali, codici non scritti e chiacchiere bisbigliate che quasi mai corrispondono alla vera realtà quotidiana. «La mascolinità – sintetizza lucidamente – è stata per anni simile al Fight Club: la prima regola è che non se ne parli», e allora Manolo Farci parte da questa constatazione, si ribella a tale regola e tenta di parlare, soprattutto ai ragazzi, aiutandoli a scoprirsi e ad accogliersi.
I problemi dei ragazzi sono sostanzialmente tre. Il primo è la disregolazione e disconnessione emotiva, banalmente ridotto allo slogan “boys don’t cry”. I ragazzi fanno fatica a dare voce alle proprie emozioni e ancora di più a provarle, il che di rimando si collega al secondo problema, quello della recessione dell’amicizia maschile. È difficile instaurare una connessione autentica tra individui che in principio hanno imparato a dissimulare la propria emotività tanto da nasconderla anche a se stessi. E, laddove si vuol far vedere qualcosa arriva il terzo problema, perché di certo non si mette a nudo la propria fragilità, ma ci si veste di una maschera performativa che non vuole mostrare, ma solo dimostrare.
Tutto ciò crea una pressione di gruppo e un senso di smarrimento personale che non sa dove andarsi a incasellare, perché non si vuole abbandonare il controllo della scena e neanche si riesce a inventare un copione diverso. «Ai ragazzi spesso non è offerta nessuna direzione» spiega Farci, attenzionando come la società inviti da una parte a liberarsi dagli stereotipi tradizionali, e allo stesso tempo non sa accompagnarli verso nessun percorso di superamento di quegli stereotipi.
Viene lasciato indietro chi non ce la fa e il rischio è che tra lo smarrimento si faccia strada una narrazione della mascolinità ispirata «da una sorta di mistica da cavernicoli». Appaiono così sui social gli «apostoli della virilità smarrita» e i «guru della mascolinità», che dispensano visioni del mondo interpretate con un’etica del tutto travisata, incitano a riconquistare il proprio posto nella società, divulgano le proprie teorie da mentalità vincente ed elargiscono considerazioni sulle donne che «oscillano tra l’oggettificazione e il risentimento».
Le piattaforme non fanno che amplificare il successo di tali narrazioni, con il rischio che non solo si inizino a frequentare sempre più gli spazi della manosphere («un vasto ecosistema di comunità digitali dove anti-femminismo e misoginia circolano liberi da filtri»), ma anche che la crisi della mascolinità venga poi sfruttata, monetizzata, strumentalizzata e cavalcata politicamente. I conservatori leggono la sensibilizzazione sui disagi maschili come un pretesto per declinare propagande antifemministe, e i progressisti non riescono ad andare oltre al mito della decostruzione maschile senza realmente riconoscere la sofferenza maschile.
Il risultato è un cortocircuito che rende impossibile un dialogo autentico e trasformativo e non risolve il problema identitario forte del cosa significa essere uomo. Trovare una soluzione non è semplice (e d’altronde, come potrebbe voler far crollare millenni di patriarcato non esserlo?), tuttavia in Quel che resta degli uomini un consiglio è chiaro: non incolpare a priori, né instillare modelli sempre più normativi, bensì inseguire una moralità, più che una mascolinità.
E farlo riscoprendosi, ritrovandosi, prendendosi cura degli altri, empatizzando e badando al mondo esterno senza trascurare quello interno. Non dire come e chi si dovrebbe essere, ma accogliere chi si è in embrione.
*Manolo Farci é Professore associato presso il Dipartimento DISCUI dell’Università di Urbino Carlo Bo dove insegna Sociologia della comunicazione e dei media digitali. I suoi principali interessi di ricerca sono nel campo dei media e Internet studies, con un focus sulla maschilità e i gruppi antifemministi. È journal manager di «Mediascapes Journal».
