Non si può ingabbiare Battiato in una biografia standard: ha passato un’intera vita a sfuggire alle definizioni. Eppure, oggi il cinema ci prova, scegliendo la strada più difficile: raccontare l’uomo dietro il successo.
Diretto da Renato De Maria e scritto da Monica Rametta, Franco Battiato. Il lungo viaggio non è soltanto un film sulla sua musica, ma sul suo percorso umano e spirituale. Il percorso dalla Sicilia a Milano, la pellicola ripercorre la formazione dell’artista, i primi esperimenti musicali, le sfide iniziali in una scena musicale che non comprendeva le sue sperimentazioni, e gli incontri decisivi che ne hanno segnato la traiettoria personale e creativa, da Giuni Russo a Juri Camisasca e Giusto Pio.
Il progetto è prodotto da Rai Fiction in collaborazione con Casta Diva Pictures, ma l’ambizione va oltre il semplice omaggio: il film prova a restituire la complessità di un artista che ha sempre sfidato il mainstream, rifiutando facili definizioni e percorsi standard.
Il lavoro più arduo è toccato a Dario Aita, chiamato a interpretare Battiato: un uomo affamato di senso. La sfida non si limita a restituirne la voce o i tratti, ma richiede di attraversarne i silenzi, le contraddizioni e quella tensione costante verso qualcosa che stava sempre un passo oltre. Sullo schermo, Aita deve rendere visibile ciò che spesso restava invisibile nella vita reale: la ricerca incessante, la curiosità per la filosofia orientale, la spiritualità, la sua attitudine a sparire quando il clamore diventava troppo.
Raccontare Battiato significa però affrontare un paradosso: come si mette in scena un uomo che ha passato la vita a sottrarsi alla scena?
Ed è qui che il biopic diventa un terreno scivoloso. Perché queste operazioni tendono a romanzare, semplificare, rendere lineare ciò che era irregolare. Il lungo viaggio prova invece a muoversi lungo il confine tra realtà e interpretazione, tra biografia e riflessione, senza cadere nella retorica facile. Resta allora una domanda aperta: il cinema riuscirà a rispettare questa complessità, o trasformerà anche Battiato in un racconto ordinato, più comodo che vero?
Battiato non è mai stato un uomo da spiegare, ma da attraversare. E forse è proprio questo che il film tenta di fare: accompagnarci, ancora una volta, lungo il suo cammino. Non per offrirci certezze, ma per ricordarci che cercare è già una forma di resistenza. In un tempo in cui tutto è rapido e semplificato, il ritorno di Battiato sullo schermo diventa anche un invito a fermarsi, ascoltare e riscoprire il valore della profondità e della curiosità intellettuale.
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