Perché Crisanti è stato emarginato e sostituito con uno che diceva che il virus si stava 'spegnendo'

Il Veneto è tra le regioni in cui si registrano maggiori contagi e si trova costretto a riaprire 10 hub Covid. Nessun piano territoriale organizzato nei mesi scorsi e manca il personale

Andrea Crisanti
Andrea Crisanti
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Chiara D'Ambros Modifica articolo

1 Novembre 2020 - 13.27


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Da qualche giorno sono stati superati i 30mila contagi da Cov-Sars2. Per quanto ci dicono i tamponi fatti, siamo in piena fase critica e non si sa quanti siano i positivi non tracciati, quanto l’iceberg sia grande, quanti i positivi sommersi.

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Nella prima fase il primo che evidenziò la presenza di quell’iceberg fu il Prof. Crisanti. Allora era riuscito ad evitare che la regione in cui operava, il Veneto si schiantasse. Grazie all’intuizione ha messo in campo una strategia per contrastare il virus, unica e vincente. Si parlerà di “Modello Vo'” e tra la comunità scientifica internazionale sarà un modello che farà scuola. Una macchina fatta arrivare da Londra del costo di 350mila euro, la regione che si attiva per fare il possibile, la forza lavoro pubblica dell’Università di Padova, per fare i reagenti e processare i tamponi, è stato messo in atto il primo vero tracciamento del virus in Italia che ha consentito di salvare molte vite.

Usciti dalla prima ondata Il Prof. Crisanti ad agosto aveva proposto un piano di tracciamento capillare a livello nazionale per poter arginare la seconda ondata. Prevedeva test molto economici, 2 euro e mezzo l’uno invece che 30. Un sistema che si poteva attuare su tutto il territorio con il coinvolgimento delle Università. Probabilmente di facile attuazione in Veneto dove tutto era già potenzialmente operativo visto i precedenti. Come ha detto lo stesso Professore in una recente intervista: “Per me questo progetto era importante, perché faceva risparmiare costi al sistema sanitario”. Un progetto che però si contrappone al sistema dei test che oggi nel nostro paese – come aggiunge il professor Crisanti – muove 3 milioni di euro al giorno ormai ha dietro un sistema produttivo”.

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Nonostante il riconoscimento dell’importanza del sistema sanitario pubblico di questi mesi, l’osannare i suoi operatori, ma senza veramente supportarli, sembra aleggiare lo spettro si interessi privati.

Il “piano Crisanti” è stato snobbato sia a livello nazionale che nella regione dove, grazie a lui e all’attivarsi di forze economiche imprenditoriali del territorio e dell’allora apertura della Regione Veneto, si era riusciti ad evitare la catastrofe che aveva colpito le valli della regione confinante.

In Veneto il Professore dal luglio scorso, possiamo dire che sia stato “demansionato”. Il Governatore della Regione da quest’estate ha incaricato il dipartimento di Microbiologia al Ca’ Foncello di Treviso la gestione della lotta al virus, sotto la direzione del Prof. Rigoli, che nel tempo, ha avuto un approccio molto diverso dal suo predecessore. In estate aveva notato che ci fossero segnali chiari che il “virus si stava spegnendo”.

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A inizio ottobre proponeva che i positivi con una carica virale molto bassa fossero da considerarsi negativi, mentre poco più di una settimana fa cambiava radicalmente posizione e lanciava l’allarme che “il virus si è fatto più cattivo” e sottolineava la curva preoccupante dei contagi.

Oggi, il Veneto è tra le regioni in cui si registrano maggiori contagi e si trova costretto a riaprire 10 hub Covid, come ha dichiarato ieri Luca Zaia. Sono ospedali che diventano presidi Covid, mettendo in crisi il sistema di cura di chi soffre di altre patologie. Nessun piano territoriale organizzato nei mesi scorsi. Manca personale. Solo un esempio, nell’alto vicentino per il tracciamento dei positivi erano previsti fino a questa settimana 4 operatori per 180.000 persone. Oggi vengono “arruolati” i medici di base per fare i tamponi, senza nessun tipo di formazione. E in diversi ospedali non ultimo quello di Santorso che nella prima ondata, è stato un ospedale Covid, in questi giorni le persone restano in fila per ore per fare un tampone. Nella fila c’è chi deve fare un tampone preoperatorio, bambini, anziani, donne incinte e persone con sintomi, tutti assieme.

Come in tutto il paese si rincorre il tracciamento, sapendo di averlo perso di vista in modo irreparabile. Situazione che sembra recuperabile solo con chiusure dolorose per molti comparti economici. La visione del prevenire invece che curare è proprio una pratica che difficilmente riusciamo a esercitare. Ora nell’emergenza spiccherà l’efficienza, emergeranno le eccellenze dei condottieri? E’ quella di cui abbiamo bisogno in una democrazia sana?

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