Plasma dei guariti contro il Covid-19, cauto il virologo Clementi: "Possono esserci dei rischi"

L'opinone dell'ordinario di Microbiologia e Virologia all'università San Raffaele di Milano: "Nel plasma potrebbero anche esserci anticorpi diversi che è bene evitare di somministrare a un altro"

Massimo Clementi, ordinario di Microbiologia e Virologia all'università Vita-Salute San Raffaele di Milano
Massimo Clementi, ordinario di Microbiologia e Virologia all'università Vita-Salute San Raffaele di Milano
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7 Maggio 2020 - 17.54


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Plasma sì o plasma no? C’è una sorta di polemica da stadio: nel 1901 il tedesco Emil Adolf von Behring ricevette il primo Premio Nobel per la Medicina grazie alla scoperta che somministrare siero contenente anticorpi contro la tossina difterica proteggeva i bambini dalla malattia allora mortale.
E’ lo stesso principio alla base della terapia con plasma iperimmune che ai tempi di Covid-19, quasi 120 anni dopo, ha acceso nel mondo scientifico un dibattito che lascia perplesso Massimo Clementi, ordinario di Microbiologia e Virologia all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Irccs ospedale San Raffaele.

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E’ lui a ricordare all’Adnkronos Salute quel Nobel lontano: “Da allora – dice – il mondo qualche progresso l’ha fatto”.
“Cautela. Condenserei il mio messaggio così”, afferma il virologo. L’impiego del plasma dei guariti da Sars-CoV-2, premette, “può essere un trattamento interessante in alcuni casi, pochi perché ovviamente serve una donazione di sangue”, e “sono convinto che chi lo usa lo faccia per il bene dei pazienti. Però non vedo questo approccio come particolarmente utile e neanche meritevole di una discussione così accanita”.

Da un lato “ancora manca un’evidenza scientifica che non siano i 2 o 3 casi aneddotici che vengono riportati. Serve uno studio ampio e controllato – precisa Clementi – in grado di dimostrare un legame diretto con la guarigione che vedo, perché una guarigione può esserci anche spontaneamente”. Dall’altro lato, poi, l’esperto mette in guardia dai possibili rischi.
“Un plasma – spiega il virologo – anche se purificato, contiene tutti gli anticorpi della persona da cui è stato ottenuto. Conseguentemente potrebbero anche esserci degli anticorpi che è bene evitare di somministrare a un altro”. Il problema, puntualizza Clementi, non è tanto la possibilità di trasmettere infezioni diverse da Covid, poiché “il rischio infettivo dovrebbe essere scongiurato” in virtù delle procedure di sicurezza utilizzate. E’ piuttosto quello di iniettare in un organismo dei ‘boomerang immunitari’ che potrebbero danneggiarlo: lo specialista pensa alla “possibile presenza di anticorpi che reagiscono contro componenti ‘self’, propri dell’uomo. Come noto esistono infatti malattie autoimmuni, malattie allergiche”.
Se di anticorpi deve trattarsi, dunque, secondo Clementi “sarebbe bene somministrare solo quelli che servono. E più che con un plasma di origine umana, questa cosa si può fare utilizzando anticorpi monoclonali. Adesso non li abbiamo nei confronti di questo nuovo coronavirus, ma c’è qualcuno che ci sta lavorando. Quella a mio avviso è la strada”. Senza contare che “anche altri farmaci efficaci cominciano a esserci”, fa notare l’esperto, benché per ora “mutuati da altre infezioni virali o da altre discipline mediche”.

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