Fratture nel mare. Così la Sicilia si sta allontanando dall'Italia

Individuato il sistema di faglie tra lo Stretto di Messina e l'Etna, una 'finestra' sismica che spiega il motivo dei grandi terremoti in quelle zone. 'Ora iniziamo a tenere d'occhio l'area'

Lo stretto di Messina dal satellite

Lo stretto di Messina dal satellite

globalist 22 dicembre 2017

C'è un sistema d fratture che sta separando la Sicilia dal resto dell'Italia nella regione compresa tra lo stretto di Messina e l'Etna. Lo afferma lo studio 'Lower plate serpentinite diapirism in the Calabrian Arc subduction complex', condotto da un team di ricercatori dell'Università di Parma, composto dai professori Luigi Torelli e Andrea Artoni, dal dottor Mirko Carlini e da ricercatori dell'Istituto di Scienze Marine (ISMAR) del CNR di Bologna, dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e del GEOMAR (Kiel, Germania), coordinato da Alina Polonia ricercatrice ISMARBo del CNR, e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica 'Nature Communications'.


Sono faglie profonde e lunghe decine di chilometri, e separano blocchi di crosta terrestre in movimento reciproco. Attraverso uno studio multi-disciplinare, che integra immagini acustiche del sottosuolo, dati geofisici e campioni di sedimento, acquisiti nel corso di spedizioni scientifiche con la nave oceanografica del Cnr Urania, è stato possibile identificare questr 'fratture' ricostruire la loro geometria e scoprire anomalie geochimiche nei sedimenti legate alla presenza di fluidi profondi. L'analisi di tutti i dati raccolti ha permesso di proporre un modello geologico che conferma l'origine profonda del materiale in risalita lungo le faglie. Questa scoperta avrà importanti implicazioni per capire meglio come si formano le catene montuose e come questi processi siano legati ai forti terremoti storici registrati in Sicilia e Calabria.


"Si sapeva che la Sicilia, soprattutto la parte ionica, fosse predisposta ad un'attività vulcanica e sismica. La novità di questo studio è di aver identificato una zona di deformazione, cioè una struttura di faglie in mare, in profondità, davanti l'Etna, che prima non era nota. E ora può essere monitorata". E' quanto spiega all'Ansa Luca Cocchi, ricercatore dell'Ingv. "Prima di questo studio quello che succedeva in mare era sconosciuto - precisa il ricercatore - lo studio ci ha permesso di conoscere l'aspetto tettonico di tutta l'area. In questa area è stata individuata una zona di deformazione continua, ampia e lunga, che ha avuto anticamente una sua attività e che è difficile capire se si riattiverà o meno. Tutto questo dà luogo a un sistema di separazione molto lento, iniziato molto tempo fa e che continua tutt'ora. Perchè questa è una struttura che si deforma lentamente, ma non è distruttiva".