«Ciò che conta è comunicare, lo strumento che si usa per farlo è irrilevante». Era il 1966 quando un equipaggio costituito da esseri umani nati in un futuro collocabile approssimativamente a 200 anni da ora cominciò a girare per la galassia in rappresentanza della Federazione dei pianeti uniti, “alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare là dove nessuno è mai giunto prima”. Accanto agli uomini e alle donne che costituivano la multietnica «ciurma» di quella che sarebbe con il tempo divenuta una delle astronavi più famose della storia della fantascienza, la Uss Enterprise, la sterminata fantasia di Eugene Wesley Roddenberry, il creatore della serie Star Trek, mise un extraterrestre. Un individuo con le orecchie a punta, un irritante caschetto con frangia e un’ancor più irritante propensione all’analisi basata su una ferrea logica scevra da emozioni e sostenuta da una forza deduttiva instancabile: il vulcaniano Spock.
Nel corso delle innumerevoli avventure che occorrono al personale di bordo dell’incrociatore pesante NCC-1701 della Flotta stellare, i protagonisti della serie e i loro compagni si imbattono in esseri viventi provenienti da pianeti infinitamente lontani dalla Terra e dalla Via Lattea, esponenti di culture aliene molto diverse da quelle conosciute dagli ambasciatori della Federazione dei pianeti uniti. E con tutte queste creature, siano esse innocue onde cerebrali evolute o brutali guerrieri appartenenti all’impero Klingon (principale antagonista della Federazione) il capitano James Tiberius Kirk e i suoi compagni cercano invariabilmente di stabilire una qualche forma di contatto, di comunicare, rispondendo a un’insopprimibile esigenza dell’essere umano. Visto che, come ricorda Elias Canetti, «Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto», per chiunque entri in rapporto con qualcosa di sconosciuto è necessario capire che cosa, o chi, si ha davanti, stabilendo una relazione di qualche genere, con una frase, una parola, un suono o anche soltanto tramite un gesto, un cenno, un segno. Per questo l’intero equipaggio dell’Enterprise sa istintivamente quello che Spock sintetizza razionalmente con una formula di estrema efficacia: «Ciò che conta è comunicare, lo strumento che si usa per farlo è irrilevante». Comunicare per capire.
La serie Star Trek venne trasmessa in televisione per la prima volta nel 1966. L’uomo aveva appena iniziato a muovere i primi passi per la «conquista» dello spazio: il lancio dello Sputnik era avvenuto il 4 ottobre del 1957, il 12 aprile del 1961 era stata la volta di Jurij Gagarin e sarebbe stato necessario attendere ancora tre anni (21 luglio 1969) per lo sbarco sulla Luna. Eppure la domanda era già stata formulata: come comunicare con qualcuno di completamente diverso da noi proveniente dall’ignota immensità del cosmo? Dalla prima messa in onda di Star Trek dovranno passare otto anni per vedere la scienza mettersi al pari con quella che in molti casi la storia ci ha abituato a considerare la sua sorella maggiore: la fantascienza. Ma per un oltre un decennio queste sorelle camminarono a un passo l’una dall’altra. Nel 1960 l’astronomo della Cornell University Frank Donald Drake eseguì un esperimento mai tentato prima, passato alla storia con il nome di Progetto Ozma. Utilizzando un radiotelescopio di 25 metri di diametro collocato a Green Bank, in West Virginia, Drake scandagliò le stelle Tau Ceti e Epsilon Eridani alla ricerca di forme di vita extraterrestri intelligenti. Era il primo progetto Seti, Search for extra-terrestrial intelligence, basato sull’articolo Searching for interstellar communications, pubblicato un anno prima sulla rivista Nature dai fisici Giuseppe Cocconi e Philip Morrison.
La prima conferenza ufficiale dedicata al Seti fu tenuta l’anno successivo. Parallelamente Drake formulò l’equazione che porta il suo cognome, una formula matematica utilizzata per stimare il numero di civiltà extraterrestri esistenti in grado di comunicare nella nostra galassia. Ben presto anche i sovietici avviarono una serie di ricerche usando potenti antenne omnidirezionali nella speranza di raccogliere segnali radio di elevata potenza e nel 1966 l’astronomo americano Carl Sagan e il collega sovietico Iosif Skolovskij pubblicarono il primo libro sul tema: Intelligent life in the universe.
Un lustro più tardi il Seti era divenuto così importante da spingere la Nasa a prendere in considerazione l’idea di finanziare il Progetto Ciclope, basato sulla costruzione di un radiotelescopio di 1.500 dischi, che però non venne mai realizzato a causa dell’eccessivo costo stimato: 10 miliardi di dollari. Fu così necessario attendere il 1974 per vedere la scienza e la fantascienza prendersi finalmente per mano. Il 16 novembre di quarant’anni fa dal radiotelescopio di Arecibo, in Porto Rico, venne trasmesso nello spazio un messaggio radio rivolto in direzione dell’ammasso globulare di Ercole M13, situato all’estrema periferia della Via Lattea, a 25.000 anni luce di distanza dalla Terra. L’obiettivo era quello di comunicare con forme di vita intelligenti, che avrebbero potuto captare questo messaggio durante il suo lungo cammino.
Il Messaggio di Arecibo è formato da 1.679 cifre binarie, un numero appositamente scelto in quanto prodotto di due numeri primi: 23 e 73. Drake, Sagan e gli altri scienziati che hanno lavorato all’elaborazione del messaggio supposero che il ricevente potesse decidere di ordinarlo in un quadrilatero, formato da 23 righe e 73 colonne o, viceversa, da 73 righe e 23 colonne. Nella prima ipotesi si ottiene un disegno senza senso, mentre nella seconda viene a formarsi un’immagine, conosciuta come Crittogramma di Drake, che contiene alcune informazioni sull’essere umano, sul pianeta Terra e sul nostro sistema solare: i numeri da uno a dieci; i numeri atomici degli elementi idrogeno, carbonio, azoto, ossigeno e fosforo; la formula degli zuccheri e basi dei nucleotidi del Dna umano; il numero dei nucleotidi del Dna; una rappresentazione grafica della doppia elica del Dna; una rappresentazione grafica di un uomo e della sua altezza media; la popolazione della Terra (4.292.853.750 di individui); una rappresentazione grafica del nostro sistema solare; una rappresentazione grafica del radiotelescopio di Arecibo e le dimensioni dell’antenna trasmittente.
Considerati i «tempi tecnici di trasmissione», visto che pur muovendosi alla velocità della luce il segnale dovrebbe coprire distanza astronomiche e impiegherebbe magari decine di migliaia di anni per essere captato (e altrettanti se ne dovrebbero attendere per un’eventuale risposta), e tenuto conto della notevole difficoltà che un eventuale interlocutore incontrerebbe nel decifrare le informazioni trasmesse, il Messaggio di Arecibo merita di essere ricordato come tappa importante nel lungo percorso di conquiste scientifiche e tecnologiche che il genere umano è riuscito a raggiungere nel corso della sua storia.
«Gli astronomi che hanno inviato il Messaggio di Arecibo, con ogni probabilità, non si sono posti il problema dell’eventuale eredità che avrebbero lasciato alle generazioni future», spiega a Babylon Post Andrea Bernagozzi, ricercatore presso l’Osservatorio di astronomia della Regione Autonoma Valle d’Aosta. «Ciò che a loro interessava era realizzare un esperimento, che peraltro prese il via in modo abbastanza scherzoso. A quell’epoca infatti non si era neppure certi che oltre a quelli del nostro sistema solare esistessero altri pianeti nella galassia. L’argomento era molto dibattuto tra gli scienziati». Ci si basò su un semplice calcolo probabilistico: ci sono così tante stelle nel cosmo che l’esistenza di altri pianeti è possibile, come lo è il fatto che questi siano abitati da forme di vita intelligenti in grado di captare un segnale inviato dalla Terra. «Oggi – prosegue Bernagozzi – a quarant’anni di distanza, la ricerca di altri pianeti al di fuori del sistema solare è divenuto uno dei campi di indagine più importanti delle scienze fisiche, al pari, ad esempio, del Bosone di Higgs». Attualmente ne sono stati scoperti migliaia, che potrebbero essere solo una piccola parte del totale, considerato che gli strumenti a nostra disposizione sono riusciti a esplorare solo una parte infinitesimale della nostra galassia.
Nessuno può dire con certezza se il Messaggio di Arecibo verrà mai intercettato da qualcuno e se riceverà una risposta, ma senza alcun dubbio questo esperimento sopra le righe ha avuto il grande merito di conferire un’impostazione scientifica a una ricerca basata inizialmente su semplici speculazioni. «Quello che è importante sottolineare – conclude Bernagozzi – è che se mai un’entità intelligente dovesse captare il messaggio, avrebbe la certezza che si tratti di un segnale artificiale, inviato da esseri tecnologicamente avanzati desiderosi di stabilire un contatto. E che è grazie al lavoro degli scienziati che per primi hanno deciso di dedicare tempo ed energie a questo genere di studi, con il rischio concreto di essere derisi e marginalizzati dal resto della comunità scientifica, che oggi sono stati realizzati importanti passi avanti nella conoscenza che noi abbiamo del cosmo».
Paolo Tosatti
