Recchia Luciani: le paure inconfessate di chi aggredisce persone lgbtq+

La filosofa: tanta aggressività può nascere da desideri propri e inconsapevoli. In politica, sovranisti, leghisti e neofascisti sdoganano la libertà di odiare. Ma sorprendono alcune femministe “radicali”

Francesca R. Recchia Luciani

Francesca R. Recchia Luciani

redazione 14 luglio 2020Culture
di Chiara Zanini

Da cosa nasce la sempre più diffusa aggressività, fisica, verbale o sui social, verso le persone lgbtq+? Politicamente, come si colloca tanto furore? Ne parla, in queste risposte inviate per iscritto, Francesca R. Recchia Luciani, docente di Filosofie contemporanee e saperi di genere all’Università di Bari Aldo Moro. La studiosa ha scritto saggi e monografie su Max Weber, Ludwig Wittgenstein, Peter Winch, Hannah Arendt, Primo Levi, Günther Anders e il manuale scolastico (curato con Antonella Masi) su Saperi di genere. Dalla rivoluzione femminista all’emergere di nuove soggettività (2017). Dirige la collana del Melangolo Xenos. Filosofia, fenomenologia e storia dell’alterità e co-dirige “Postfilosofie. Rivista di pratiche filosofiche e di scienze umane”. Responsabile della linea d’azione relativa alle questioni di genere dell’ateneo barese, dove inoltre coordina il Centro Interdipartimentale di Studi sulle Culture di Genere, e dirige il Festival delle donne e dei saperi di genere. Francesca R. Recchia Luciani si è occupata a più riprese anche della Shoah.

In cosa si sente minacciato chi aggredisce verbalmente, sui social o fisicamente le persone lgbtq+? Cosa vedono gli aggressori in chi aggrediscono?
Poiché non ho mai provato un sentimento del genere posso solo impegnarmi in uno sforzo insieme ermeneutico, cioè interpretativo, e immaginativo. Questa forma di aggressività che definiamo, con una certa approssimazione, omo-transfobica (sempre più diffusa perché protetta da schermi e tastiere che non implicano un rapporto diretto o frontale tra chi aggredisce e chi viene aggredito) credo venga scatenata soprattutto da qualche deficit nella propriocezione, vale a dire nella percezione di sé, dal momento che non riesco davvero a concepire cosa possa disturbare o minacciare, in chiunque viva con pienezza la propria identità o orientamento di genere, l’esistenza di persone che definiscono se stesse in modo non eteronormato, né rispondente a categorie binarie. Tutto sommato, risalendo a quale tipo di “fobia” è qui chiamata in causa, ritengo che trattasi in gran parte dei casi, sebbene non esclusivamente, di una paura, quasi sempre inconfessata e/o inconsapevole, di scoprire in se stessi/e qualche tendenza perturbante, qualche desiderio rimosso, delle simpatie inaccettabili, perciò represse, una disconnessione tra sé e l’immagine di sé. Non voglio fare psicanalisi spicciola, ma solo tentare di sostenere che è del tutto inaccettabile l’idea che stili, scelte, desideri, prassi d’esistenza e di relazioni diverse rispetto alle proprie possano minare quelle che si preferiscono per se stessi/e. Il mondo è sufficientemente ampio per comprendere e prevedere infinite differenze. D’altra parte, è pur vero che, su un versante che definirei politicamente compromettente, c’è poi la rigidità ideologica di chi non riesce a vedere oltre o al di là degli schemi identitari in cui si identifica e trova programmaticamente ed esistenzialmente insopportabili le persone che li oltrepassano. È su questo aspetto bifronte del problema che dall’hate speech (parole e discorsi d’odio) scivola fatalmente verso pratiche e violenze pure e semplici che cerca d’intervenire, con strumenti a mio parere efficaci, il disegno di legge Zan a breve in discussione in Parlamento, il cui principale obiettivo è quello di fornire al legislatore strumenti per affrontare proprio quella aggressività, e la violenza (verbale e fisica) che essa genera, classificando le fattispecie di reato conseguenti e la loro punibilità. Insomma, una serie di norme di civiltà e di deterrenza, rispetto all’attuale deriva sessista, misogina, omotransfobica, urgenti e inderogabili. Quel che vedono gli aggressori – sia coloro che sono animati dalla furia ideologica, sia chi è mosso da un odio personale e irrazionale – in chi mostra una diversità (diverso/a rispetto a cosa? a quale modello univoco?), è l’elemento di disturbo, di dis-ordine in relazione a un “ordine” considerato, del tutto erroneamente, già dato, immodificabile, imposto a priori sulla realtà: l’ordine eterosessuale socialmente obbligatorio, la norma binaria maschio/femmina, le regole oppressive del patriarcato.

Quali sono le fallacie logiche, gli errori di ragionamento cui incorrono gli omofobi e le omofobe?
La più evidente è quella che viene dai settori più conservatori di destra, dalla militanza sovranista, leghista, neofascista e dai cattolici fondamentalisti quando definiscono liberticida il ddl Zan (come all’epoca fecero con la proposta Scalfarotto), senza preoccuparsi della palese contraddizione – per l’appunto, una vera e propria fallacia logica – insita nel fatto che ciò che difendono è esattamente la libertà d’odiare, a quanto mi risulta in aperta contraddizione, da una parte, con i proclami iperliberali e latamente neoliberisti di taluni, dall’altra con la sostanza stessa del cristianesimo come religione dell’amore. Insomma, o si ama la libertà di tutte/i/* o non si ama la libertà di nessun*: non si può amarla e promuoverla solo per se stess*. Quello che oggi però più sorprende, e divide, è la posizione di un pezzo di femminismo tradizionale (autodefinitosi radicale), coincidente addirittura con quella di un’associazione di donne lesbiche, che ha preso, a mio parere, un’enorme cantonata rivendicando la dimensione biologica del sesso contro quel che, a buon diritto, il ddl Zan definisce, col supporto teorico degli ultimi vent’anni di studi femministi e queer internazionali, “identità di genere”. La questione ha indubbiamente un coté politico, ma a me interessa qui rilevare quello filosofico e teorico, vale a dire, il versante interpretativo di uno stare-al-mondo socialmente rilevante che tale posizionamento, a mio parere retrivo e difensivo, chiama in causa senza valutarne adeguatamente le conseguenze. Invocare il determinismo biologico – sarebbe meglio anzi definirlo anatomico e nello specifico genitale – e le sue conseguenze simboliche per definire singole soggettività, è ormai, dopo decenni di discussioni filosofiche, psicanalitiche e (bio)politiche intorno al corpo, alla sessualità, al sesso, alla pluriforme intimità e alle innumerevoli pratiche sessuali, intellettualmente disonesto e teoreticamente inappropriato. La centralità del corpo esperienziale in relazione al mondo e della dimensione sessuale rispetto all’esistenza individuale, come ci ha insegnato il femminismo almeno dagli anni Settanta in poi (questo, a mio parere, l’esito più rilevante della cosiddetta “rivoluzione sessuale”), non equivale ad un “inchiodamento” (riprendo qui il concetto levinasiano di “etre rîve” corrispondente ad un’in-carnazione/in-corporazione che aggancia e vincola ineludibilmente corpo e razza, identità e sangue), bensì alla scoperta fondamentale che noi costruiamo la nostra identità a partire dalle nostre relazioni con altri esseri viventi. Un’ontologia relazionale che ci connota come esseri esposti a quel “fuori” che sono gli/le altri/e per noi e che ci immette in un perimetro di nessi, distanze, legami, spazi più o meno ampi, intervalli che separano e/o avvicinano. Il sesso, in questa complessa e interrelata geometria relazionale variabile, ha evidentemente un ruolo decisivo nel costituirci per quel che siamo, ma non in senso biologico predeterminato, anzi proprio nella infinita possibilità che esso offre al soggetto di posizionarsi nel mondo – per il tramite delle proprie relazioni – attraverso i suoi desideri, gusti, tendenze, orientamenti, bisogni. Il sesso è un’esperienza socialmente rilevante, non una variabile esclusivamente individuale e per di più, come Jean-Luc Nancy ha inteso affermare attraverso il concetto di “sessistenza” (la considerazione del sesso come fatto ontologico dell’esistenza “in-comune”), esso in quanto prassi – anzi, insieme di pratiche ed esperienze articolate tramite reciprocità, contatto e compenetrazione –, non soggetto all’ideologia, è soprattutto un elemento dirimente nel definirci come i viventi-in-relazione che noi essenzialmente siamo.
In questo senso, la questione sesso-genere, come coppia concettuale che ridisegna le identità contemporanee nel loro essere in movimento, in quella transizione che modifica nel tempo della vita lo status individuale dal dato biologico di partenza in direzione di ciò che si desidera diventare, individualmente e socialmente, rileva cambiamenti culturali in atto di cui dà conto l’impostazione corretta del ddl Zan. Che lo si voglia o no dall’“uomo a una dimensione” già decostruito da Marcuse si è giunti, nel tempo presente, a soggettività pluridimensionali, mutevoli, trans-attive, trans-evolutive, tra(n)s-formative, che si giocano la propria esistenza nel mondo attraversando passaggi (passing) che ridefiniscono di volta in volta la loro identità, senza cristallizzarla in assegnazioni sessuali, senza riconoscersi in schemi rigidi, ma permanendo nel flusso, nella fluidità del genere. Tutto questo è anche una straordinaria conquista del femminismo che per primo ha assunto la questione sessuale come fatto sociale, cui tutte le rivendicazioni dei movimenti lgbtq+ devono in un certo senso la propria esistenza. Ciò comporta, allora, che non esista “in natura” un “femminismo escludente”: è un ossimoro che autodenuncia il proprio carattere contraddittorio, dal momento che la rivoluzione femminista è per definizione il capovolgimento di ogni esclusione, di ogni marginalizzazione, di ogni discriminazione. La battaglia per l’autodeterminazione è obiettivo comune delle donne e dei soggetti lgbtq+, che ci si voglia ribellare a ruoli sessuali preassegnati o che si voglia affermare la propria identità di genere, così come opporsi alla violenza misogina non può non corrispondere a combattere la violenza di genere: il sessismo del patriarcato è il nemico comune, insensato e controproducente agire separatismi e alimentare distinzioni. Il transfemminismo contemporaneo è intersezionale perché consapevole del sovrapporsi di discriminazioni escludenti ed è rivoluzionario perché è un ri-partire di ciascuna/o/* dal proprio sé, dal proprio desiderio. Per tutte queste ragioni, a un impossibile e detestabile femminismo escludente opponiamo, ora e sempre, un femminismo desiderante.