Donatella Di Cesare: «L’università senza vita universitaria mina la democrazia»

La filosofa, docente alla Sapienza, contesta la concezione «tecnico-aziendale» a favore del mercato esaltata dalla pandemia ma in corso da anni: «Deve essere luogo di dialogo e resistenza critica»

L’ingresso della sede centrale dell’università La Sapienza di Roma. Foto Stefano Miliani

L’ingresso della sede centrale dell’università La Sapienza di Roma. Foto Stefano Miliani

redazione 4 luglio 2020Culture
di Stefano Miliani

«Non riducibile a cifre e tabelle, l’università è il nucleo portante della vita culturale e il laboratorio della politica. Di più: è il luogo per eccellenza della resistenza critica, della dissidenza e, se necessario, della disobbedienza civile […] Ed è bene dirlo a chiare lettere: la perdita di questo luogo avrebbe conseguenze devastanti anche per la democrazia». Ha scritto queste parole Donatella Di Cesare, filosofa che tra i molteplici temi affrontati in una lista largamente incompleta possiamo indicare Auschwitz e negazionismo, populismo ed ebraismo, Adorno e Celan, Walter Benjamin e Heidegger, migrazioni e Hans-Georg Gadamer.
La docente di filosofia teoretica alla Sapienza di Roma ha scritto quelle parole in conclusione a un articolo pubblicato sull’Espresso del 7 giugno scorso dal titolo «L’università italiana dritta verso il declino» e un approccio che affronta e va al di là del tema dell’insegnamento a distanza provocato dagli effetti della pandemia del Covid. Donatella Di Cesare pone questioni che maturano da molti anni, non legate solo alla situazione contingente, e che è bene non lasciar cadere nel silenzio mediatico.

Professoressa, in quell’articolo lei affronta un tema cruciale: l’università come luogo di democrazia in un paese democratico del quale si stanno però minando le fondamenta.
Tra quanto si è detto in questo periodo di pandemia la parola “università” mi sembra sia veramente affiorata molto poco nel dibattito pubblico e tanto meno in quello più prettamente politico. Non mi pare che anche dal governo ci siano state prese di posizione e riflessioni. Nel mio articolo ho anche denunciato la sostanziale assenza del ministro dell’università (Gaetano Manfredi, ndr): la gente non sa neanche che esista.

Lei ha scritto di un luogo visto come «un’appendice della scuola, un prolungamento destinato a pochi».
L’università viene vista semplicemente come un luogo in cui si fanno le lauree e gli esami, dove quando va bene si prendono i diplomi e basta. L’università non viene considerata come un luogo di decisivo per la cultura e la politica quale è sempre stata, come luogo di dissidenza e di resistenza critica.

È anche espressione del potere e dell’élite politica, no?
Certo, è anche espressione dell’élite e laboratorio della politica. Non può essere considerata semplicemente il posto degli esami. Credo ci sia qualcosa in gioco che va denunciato, che si vada affermando una concezione tecnico-aziendale dell’università: non è una novità.

Viene da pensare alle “tre i”, internet, inglese e impresa, slogan berlusconiano del 2001 che andava a applicato a scuola e università. Ma poi non è rimasto limitato a quella stagione.
Quella concezione di cui ho appena detto va affermandosi sempre di più negli anni ma nell’ultimo periodo sembra diventata l’unica concezione dell’università. Una concezione tecnico-aziendale che guarda solamente al mercato: parla un certo gergo fatto di sigle, di termini tecnici, di formule aziendali e tutto quello che riguarda la cultura in senso ampio viene relegato completamente in secondo piano, in subordine. Ho lanciato un allarme perché mi sembra che la questione del degrado culturale non venga posta a sufficienza.

Il tema è generale, non riguarda solo la situazione contingente, no?
No. Se l’università diventa soltanto, come qualcuno prospetta, una interazione come quella della didattica a distanza, dove il confronto critico e lo studio vanno in subordine, è tempo di lanciare l’allarme anche sul degrado culturale. Cosa diventa una democrazia dove i cittadini, anche i più giovani, hanno difficoltà a esprimersi? Lo sappiamo dalla storia della democrazia: guardiamo all’antica Grecia e alla Magna Grecia: le democrazie nascono dove i cittadini sanno parlare, sanno difendersi, sanno accusare. Dove questo manca, mancano i presupposti della democrazia stessa. E durante questa pandemia simili questioni non sono state poste. All’inizio in particolare si è assistito anche a un elogio ripetuto della didattica a distanza perfino con toni trionfali.

Anche da molti professori però.
Sì, certo, anche da molti colleghi.

Reputa il confronto diretto fondamentale per la democrazia?
È il discorso di fondo. Parlo della mia università, la più grande d’Italia, la Sapienza. È il prototipo dell’università di massa di cui pone tutti i problemi tipici. La sede del nostro dipartimento di filosofia è molto bella, a Villa Mirafiori, decentrata rispetto a quella centrale in viale Aldo Moro: è una sorta di campus dove gli studenti passavano il giorno non solo a seguire le lezioni ma anche a parlare e confrontarsi tra loro e con i docenti. Adesso questa vita universitaria per l’effetto della pandemia non esiste più, ognuno è isolato a casa propria, chi a Roma chi fuori sede e lontano. Eppure questa vita è fondamentale, se ci si riflette è già un esercizio di democrazia e se sparisce è evidente mina la democrazia.

Perché?
Perché non prepari le persone giovani al futuro, al dibattito, alla riflessione critica e al dialogo. L’azzeramento della vita universitaria toglie una parte fondamentale dell’esercizio della democrazia ed è un aspetto che non viene colto. È un tema che non passa. Perché vige quella concezione tecnico-aziendale di cui dicevo prima.