Il suicidio demografico dell’Italia è in atto, pochi lo vedono

Studiosi ed economisti suggeriscono: meno individualismo, più solidarietà tra generazioni e popoli. I dati e qualche libro utile. Meno male ci sono i figli delle immigrate

Mistretta, nel messinese

Mistretta, nel messinese

redazione 14 febbraio 2020Culture
Antonio Salvati

Periodicamente i demografi lanciano i loro allarmi sull’inverno demografico, espressione che gradualmente sta divenendo patrimonio comune. Allarmi spesso inascoltati, visto l’assordante silenzio (mai come questa volta questo ossimoro appare adeguato) attorno a quello che molti – compreso il Papa – non esitano a definire il suicidio demografico.

I recenti dati Istat sulla grave crisi demografica del nostro Paese quest’anno sono associati allo spopolamento delle aree ai margini dello sviluppo. Il fenomeno dello spopolamento dei comuni italiani è in crescita e non sembra suscitare un’attenzione adeguata. Una rilevazione Anci (Associazione nazionale Comuni italiani) su dati Istat ci informa che dal 1971 al 2015 sono 115 i centri che hanno registrato un tasso di spopolamento che supera il 60% e tanti paesi hanno perso più della metà dei residenti.
Numerosi studi attestano che esiste una differenza importante tra territori del Nord e del Mezzogiorno, che appare l’area che, da un punto di vista demografico, si trova ad affrontare adesso importanti sfide, avendo però a disposizione meno strumenti rispetto ad un Centro-Nord più avanzato economicamente e socialmente. Infatti, si abbandonano i territori con pochi o pessimi servizi, dove il gap tecnologico è più alto, le infrastrutture sono carenti o inesistenti, i trasporti difficili, il capitale sociale e culturale deprimente. La Lombardia e l’Emilia Romagna, o meglio le aree metropolitane di Milano e Bologna, in virtù delle opportunità che offrono sono assai attrattive.

Senza figli l’Italia è più povera. L’inverno demografico ha importanti effetti, com’è noto, sull’economie dei paesi, in particolar modo sui consumi e quindi sul PIL. Non a caso, più di un anno fa nel corso delle rievocazioni del ’68, è stato più volte ricordato – soprattutto dagli storici Andrea Riccardi e Agostino Giovagnoli – l’aspetto demografico della contestazione giovanile: i giovani nati dopo la seconda guerra mondiale costituirono una generazione molto numerosa con un peso sociale ed economico decisamente superiore ad altre generazioni. Il baby boom produsse uno spettacolare ringiovanimento della popolazione, dando ai giovani un potere sconosciuto ad altre generazioni.
Ad accorgersi del loro e delle loro capacità di spesa fu innanzitutto il mercato. Negli anni cinquanta e, soprattutto, negli anni sessanta si sviluppò un’attenzione specifica per i consumi dei teenager per i loro gusti in tema di abbigliamento, divertimenti, cultura. I giovani trovarono – ha sottolineato Giovagnoli nel suo volume Sessantotto. La festa della contestazione (San Paolo 2018, pp. 272, € 24,00) – “osservatori interessati a coglierne tendenze, atteggiamenti, scelte. Avvertirono che, come consumatori, veniva loro riconosciuto un qualche potere contrattuale. Cominciarono perciò a concepirsi come parte di una collettività”.

Dal 2015 si registra un consolidato declino demografico. Già a partire dal 2015 il numero di nascite è sceso sotto il mezzo milione e nel 2019 si è registrato un nuovo record negativo: appena 435mila nati (nel 2018 sono stati circa 440 mila), ma è avvenuto anche il ricambio naturale più basso degli ultimi 102 anni. Per 100 persone decedute arrivano soltanto 67 bambini (dieci anni fa erano 96). Nonostante l’ennesimo record negativo di nascite, la fecondità rimane costante al livello espresso nel 2018, ossia 1,29 figli per donna. Nell’ultimo biennio, in particolare, tra le donne residenti in età feconda (convenzionalmente di 15-49 anni) si stima una riduzione di circa 180mila unità. L’età media al parto ha toccato i 32,1 anni, anche perché nel frattempo la fecondità espressa dalle donne 35-39enni ha superato quella delle 25-29enni. Il miglior tasso di fecondità appartiene alla provincia di Bolzano, seguita da Trento con 1,43.

Degno di nota il contributo alle nascite da parte delle donne immigrate. Infatti, il 20% dei bimbi nati nel 2019 ha madre straniera. In aumento gli italiani che vanno all’estero. Nel 2019 sono stati 120mila, 3mila in più dell’anno precedente. Non tutto è negativo. Aumenta la speranza di vita. A livello nazionale gli uomini sfiorano gli 81 anni, le donne gli 85,3. Per gli uni come per le altre l’incremento sul 2018 è pari a un mese di vita in più. In particolar modo, nel Lazio dieci anni fa, nel 2009, la speranza di vita alla nascita era di 78,5 anni per gli uomini e 83,4 per le donne. I dati odierni sono praticamente simili a quelli nazionali. Pertanto, abbiamo una crescita: +2,5 anni per gli uomini, + 1,8 per le donne. Nel Nord-Est che si riscontrano le condizioni di sopravvivenza più favorevoli: gli uomini residenti nella parte nordorientale del Paese possono contare su una speranza di vita di 81,6 anni, le donne di 85,9. Nel Mezzogiorno, invece, 80,2 anni tra gli uomini e 84,5 tra le donne.

Assai difficile intervenire per contrastare la tendenza in corso. Non esiste un’unica soluzione. Da anni si discute dell’adozione di un piano per la famiglia e la natalità. Certamente occorre introdurre un beneficio universale per il figlio, ovvero un contributo economico che scatta quando nasce il figlio e lo accompagna per alcuni anni. Una sorta di voucher per i servizi alla famiglia e alla persona con sgravi fiscali significativi simili a quelli adottati per le ristrutturazioni edilizie in Italia. Troppo spesso il figlio sembra essere un “optional” da aggiungere ad altre cose intese come irrinunciabili. Tuttavia, è evidente che siamo di fronte ad una importante sfida culturale. Potremmo dire epocale. Detto in altri termini, occorre meno individualismo e una grande capacità di interpretare e realizzare la solidarietà tra le generazioni e tra i popoli.

Avverte giustamente l’economista Leonardo Becchetti – da anni impegnato su questi temi – che da sempre, nella storia dell’umanità, «la scelta della generatività familiare è stata sorretta dalla consapevolezza di quanto questa sia importante per dare senso all’esistenza. Tale scelta risponde a una domanda di senso profondo dell’animo umano, quella di trasmettere il testimone della staffetta della vita sul pianeta alla propria discendenza». Difficile una domanda di senso in un paese come il nostro che, in quest’ultimi anni, è in perenne caccia al capro espiatorio con la cattiveria che ‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare. Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione – direbbe Giuseppe De Rita - è l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive. L’Italia è ormai il Paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori.

Certo siamo pieni di paradossi, come direbbe Vincenzo Paglia, autore di uno splendido libro – è proprio il caso dirlo – dal titolo Vivere per sempre (Piemme 2018, pp. 204, € 17,50) che ben potrebbe attagliarsi al nostro tema. Ma è così – aggiunge Paglia – che siamo irriducibilmente “umani”. Non siamo nati semplicemente per assecondare la vita, siamo nati per fronteggiarla, per aiutarla, per trasformarla, per renderla migliore per tutti e particolarmente per chi fa più fatica a viverla, sostiene il vescovo Paglia: «Vale la pena spendere così la propria vita, anche se richiede una responsabilità davvero impegnativa. Il senso della vita che noi cerchiamo incessantemente è anche quello che orienta il nostro desiderio più profondo. Una volta che siamo entrati nella dimensione del linguaggio – ossia degli affetti e dei pensieri umani – non possiamo fare nessuna esperienza della vita senza riconoscere in essa una vicinanza, o una lontananza, dal giusto senso che la vita dovrebbe avere, per essere come deve essere. Siamo l’unica creatura in grado di pensare e di dire: “Non dovrebbe accadere”, “Non è giusto che accada”, anche di fronte all’inevitabile o all’irreparabile».