La salute non è un mercato. Due libri dicono perché va fermato il declino della sanità pubblica

L’ex presidente dell’Istituto superiore di sanità Ricciardi e Remuzzi dell’Istituto Mario Negri in due saggi scrivono sul Servizio sanitario nazionale: è un diritto dei cittadini, va finanziato

Un’ambulanza

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redazione 20 gennaio 2020Culture
Antonio Salvati

Non sono pochi coloro che denunciano da tempo il lento e costante scivolamento del nostro Servizio sanitario nazionale verso un inarrestabile declino. Il nostro SSN in diverse regioni del paese ha iniziato abbandonare al proprio destino milioni di cittadini che non riescono più ad accedere a servizi, sia preventivi sia diagnostici, assistenziali e riabilitativi. Eppure in ambito sanitario possediamo ampie e importanti aree di eccellenza sia professionale sia tecnologica. Di queste ed altre questioni trattano due interessanti ed agili libri di due autori protagonisti ed esperti della sanità italiana: Walter Ricciardi, La battaglia per la salute (Editori Laterza 2019, pp. 99, 12 Euro) e Giuseppe Remuzzi, La salute (non) è in vendita (Editori Laterza 2018, pp. 136, 12 Euro).

Nel 2018 abbiamo celebrato i 40 anni dell’istituzione dell’SSN, significativamente definito come la più importante opera pubblica mai costruita nel nostro Paese, basata sul ruolo fondamentale delle Regioni. Il volume di Walter Ricciardi contiene un rapido excursus sull’istituzione del servizio sanitario nazionale ricordandoci che il precedente sistema, «prevedeva cittadini di serie A, quelli coperti da una “mutua” assicurativa, i quali potevano godere di cure da questa rimborsate, e cittadini di serie B, che pagavano di tasca propria o, in caso di incapienza, venivano inseriti in liste di “poveri” da assistere caritativamente».

Per Ricciardi la sanità è oggi uno dei settori più complessi e costosi da gestire. Purtroppo questa complessità è spesso gestita inadeguatamente con lo sviluppo di situazioni paradossali, come quella che a fronte di grandi professionalità e strumenti tecnologici evoluti – sicuri ed efficaci – si ricorre sempre più a pratiche alternative o di scarsa o nulla scientificità. Per l’ex Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità la situazione del nostro Servizio sanitario rischia di divenire insostenibile dal punto di vista economico e finanziario nei tempi prossimi, ma anche in quelli lontani. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche e la crisi economica con conseguente definanziamento della spesa pubblica hanno determinato negli ultimi decenni l’impossibilità per i decisori pubblici di trovare abbastanza risorse per finanziare il sistema, per i manager di gestire organizzazioni sempre più complesse, per gli operatori sanitari di assistere i propri pazienti e per i cittadini di esigere prestazioni sanitarie finanziate con le loro tasse e che dovrebbero essere gratuite al momento del bisogno.

Il volume contiene numerosi dati circa i pregi e i difetti del nostro SSN, sulle condizioni di salute degli italiani e sulla loro qualità della vita a cui rinviamo. Le pagine decisamente interessanti – a mio parere – sono quelle relative agli scenari futuri, considerando che non possiamo continuare a considerare la sanità esclusivamente una voce di costo, facile da tagliare quando vi è bisogno di austerity.

Il numero delle persone con multicronicità – cioè coloro che soffriranno nel prossimo futuro di almeno tre malattie croniche –, considerando la loro prevalenza sulla struttura per età della popolazione prevista per i prossimi venti anni, dovrebbe attestarsi su circa 13 milioni nel 2024 e di oltre 14 milioni nel 2034, pari rispettivamente al 20,2% e 22,6% della popolazione. Rilevante il fenomeno tra gli anziani: nel 2024, infatti, a livello nazionale tale condizione interesserà circa 9 milioni di individui ultra sessantacinquenni, numero che salirà nel 2034 a circa 11 milioni. Lo scenario, quindi, ci mostra per il futuro una situazione di crescenti bisogni da parte di una popolazione sempre più anziana e disabile.

Per Ricciardi il “piano di salvataggio” del nostro SSN dovrebbe passare almeno attraverso le seguenti tre azioni: 1) rimodulare le prestazioni erogate gratuitamente a tutti i cittadini – i cosiddetti Lea, Livelli essenziali di assistenza – in base a rigorosi criteri scientifici, destinando alla spesa privata quelli a basso valore; 2) ridefinire i criteri della compartecipazione alla spesa sanitaria e le detrazioni per spese sanitarie, tenendo conto anche del valore delle prestazioni e attuando al più presto un riordino legislativo della sanità integrativa; 3) realizzare concretamente un piano nazionale della prevenzione.

Il libro di Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerca Mario Negri, ha la finalità di individuare «azioni che garantiscano la sostenibilità finanziaria del sistema ponendo fine all’escalation della sanità privata». Come quello di Ricciardi, il libro ha il pregio di non essere scritto per gli addetti ai lavori, nemmeno per i politici. È un libro scritto per la gente, per chi aspetta ore al pronto soccorso chiedendosi perché, per tutti coloro che sperimentano quotidianamente le vicissitudini della nostra sanità. E soprattutto per difenderci da quelli che stanno provando a smantellare il Servizio Sanitario Nazionale e che lo considerano «retaggio di vecchie e superate ideologie» e vorrebbero un «servizio pubblico-privato affidato alle assicurazioni capace di organizzare la domanda di sanità».

Per Remuzzi salute e mercato sono due categorie completamente diverse le cui strade non dovrebbero incrociarsi mai. Si tratta di un approccio non esclusivamente fondato su considerazioni etiche, ma con dati ed esempi, viene fortemente riaffermata la «…convinzione che la salute è un diritto e non un bene da lasciare alle dinamiche del libero mercato». Non a caso, in ambito sanitario, si parla sempre di efficienza, mai di efficacia, che vuol dire: quanti ammalati abbiamo guarito? quanti sono vissuti di più di quanto ci si poteva aspettare? per quanti abbiamo migliorato la qualità della vita?

L’autore è convinto che il paese ha bisogno di un robusto incremento della ricerca indipendente, con la consapevolezza di come con i soldi si arrivi ad influenzare in modo indebito le politiche sanitarie. L’autore racconta in maniera documentata come i malati che “non rendono”, vale a dire i grandi traumi, le infezioni gravi, gli anziani non autosufficienti, i malati di Aids, siano prevalentemente a carico degli ospedali pubblici. In tal senso, ritiene opportuno chiudere le porte al privato finanziatore. Per il privato (accreditato) erogatore ipotizza e auspica una sinergia, laddove il pubblico è carente, senza la pretesa di sostituirlo. La rilevazione dei bisogni della popolazione e dei dati epidemiologici sulle frequenze delle malattie in ciascuna regione ci indicherà cosa si può chiedere al Servizio Sanitario Nazionale e per cosa invece ci sono carenze. Per colmare le lacune si ricorrerà alle organizzazioni private in regime di convenzione.

Sorge spontaneamente la domanda: dove trovare le risorse per fare tutto questo? Per l’autore ci sono due strade da percorrere: chiudere i piccoli ospedali (tutti, non solo qualcuno) e accreditare il privato solo per quello per cui il pubblico è carente. Due operazioni più che sufficienti, se fatte davvero su tutto il territorio nazionale, a coprire le spese necessarie per riorganizzare l’intero Servizio Sanitario, a partire dall’adeguamento degli organici (medici e infermieri, ma anche tecnici, informatici e ingegneri), dalla messa in sicurezza e dall’ammodernamento di edifici, arredamenti e apparecchiature, dall’acquisizione di tecnologia di avanguardia in tutti i settori e riservando una speciale attenzione agli aspetti organizzativi e gestionali.

Infine, investire in salute. Diversi studi attestano che l’investimento in salute è quello che dà un maggiore ritorno non solo sul benessere della popolazione ma anche sulla crescita economica. Per il 2030, secondo uno studio sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, avremo bisogno di 40 milioni di persone in più da impiegare nel settore della salute. Vale la pena però di ricordare che ogni persona impiegata in sanità genera possibilità di lavoro per almeno altre due persone nel campo dell’amministrazione, delle assicurazioni, dell’informatica, dei trasporti e dei servizi.