Panzetti: «#iosprecozero, un libro per condividere, cose, tempo e vita»

Parla il responsabile della Comunità Papa Giovanni XXIII che, sabato 21 e domenica 22 settembre, diffonde un volumetto nelle piazze per la campagna “Un pasto al giorno”

Foto della Comunità Papa Giovanni XXIII

Foto della Comunità Papa Giovanni XXIII

redazione 21 settembre 2019Culture
Ste. Mi.

Condividere, non sprecare. Non solo cibo ma anche il proprio tempo, luoghi, oggetti, attenzione, un senso del vivere civile perché tutti siamo parte di una comunità. Oggi 21 settembre e domani 22 la Comunità Papa Giovanni XXIII fondata nel 1968 da don Benzi torna nelle piazze con “Un pasto al giorno”, iniziativa della Comunità Papa Giovanni XXIII che ha tra i suoi obiettivi “garantire 7 milioni e mezzo di pasti alle persone aiutate nelle sue oltre 500 realtà di accoglienza”, dalle mense per i poveri ai centri nel pianeta, come recita la nota stampa: l’iniziativa vuole andare oltre la semplice assistenza, la comunità spinge per andare “oltre il principio della sharing economy e arrivare alla sharing humanity”.
Di questi temi, come di accoglienza e riconoscimento dei bisogni, parla l’agile libretto #iosprecozero. Idee e consigli per restituire alle cose il loro giusto valore (61 pagine, a offerta libera) della Comunità che viene diffuso, a offerta libera, nelle piazze durante l’iniziativa “Un pasto al giorno”, a fianco di un cofanetto con due volumi che lo hanno preceduto negli anni passati. Ne parla il presidente dell’associazione Marco Panzetti.

#iosprecozero: da cosa nasce questo libro?
Questi tre libretti sono nati in maniera particolare. La comunità di Papa Giovanni organizza questa raccolta fondi che ha sempre voluto per sensibilizzare intorno alla grande ingiustizia di morte per fame. Il primo dei tre volumetti era legato allo spreco del cibo, delle cose, ma fin dal primo anno si è trattato anche di una riflessione sullo spreco del tempo e poi della vita.

“Tempo e vita”: si parla di termini filosofici?
Esatto ma la nostra è una piccola riflessione, senza arroganza, in cui si riassume un modo di pensare su questi temi della Comunità Papa Giovanni. Quest’anno pensiamo di chiudere il ciclo. Abbiamo sentito tanto parlare di sharing economy che parla di business, di cose, ma l’uomo oggi ha bisogno di condividere altro. Perciò abbiamo coniato la sharing humanity: è la volontà di mettere in comune qualcosa in più. La cosa determinante per noi è non fare solo una raccolta fondi e dare la possibilità di sostenere importanti progetti: vogliamo creare un cambiamento di pensiero e rimuovere cause che producono emarginazione e bisogno.

Diseguaglianze e spreco vanno di pari passo?
Sì. Quando isoliamo o quando discutiamo a comportamenti stagni abbiamo una visione limitata. Parlare di morte per fame di due terzi umanità dovrebbe portarci a guardarci dentro, a vedere quanto sprechiamo: con piccole correzioni che ci coinvolgono nel quotidiano forse possiamo creare cambiamenti, invece ne sentiamo parlare come se fosse problema di qualcun altro.

Ci fa un esempio?
Nei primi due libri abbiamo detto come organizzare il frigorifero, come gestire la quotidianità, le ricette, suggeriamo un atteggiamento che nasce dalla volontà dentro casa nostra, siamo entrati in dettagli su alcuni progetti che passano totalmente sotto silenzio.

E in questo volumetto?
Ricordiamo le cooperative sociali: non creano solo lavoro ma nascono in un sistema lavorativo fiscale, creano precedenti che potrebbero essere assimilati dall’artigianato e dall’industria. La persona svantaggiata in certe condizioni può diventare produttiva ed è un cambiamento per tutti, ci aiuta a uscire dal nostro egocentrismo ed egoismo quando siamo concentrati sui nostri bisogni.

In qualche modo viene da pensare a Greta Thunberg: una figura come la giovane attivista per l’ambiente può servire?
Sono manifestazioni quasi profetiche che qualcuno scuota coscienze. Serve un’analisi complessiva da parte degli organi stampa a non trattare solo la notizia, ma ad approfondire. Il nostro libretto è cosa piccola rispetto a quanto fa questa mirabile ragazza. Rispetto a tutto il discorso dell’ambiente il nostro atteggiamento profondo resta il non dare valore alle cose, il gettarle senza alcuna condivisione: manca la capacità di condividere, se non cambia questo atteggiamento sollecitazioni come la nostra non hanno seguito. Chi è cristiano dovrebbe vivere la terra come dono e i doni non si sprecano.

Tra i cristiani in Italia e altrove c’è una spaccatura profonda: molti sono con Papa Francesco, che è per l’accoglienza e contro lo spreco; altri cristiani, forse più numerosi, vorrebbero buttarlo giù.
A volte prendiamo spunto da questioni personali e non accogliamo quanto è stato detto. Alcuni valori non appartengono solo ai cristiani. Ho fatto l’esempio dei cristiani perché dovrebbero vivere come dono la terra: che lo dica il Papa o qualcun altro non credo cambi. Non è un argomento facile. Essere cristiani significa alcune cose, che ci sono dogmi che vanno rispettati. La religione cristiana non può essere variata a modello personale, viene meno la testimonianza, non può essere simpatia con quel cardinale a decidere, i cristiani per primi sono malati di relativismo. I Vangeli sono quei quattro non se ne può scrivere un altro. La frase del Papa sullo spreco è espressione più cruda dello scarto e scartare cibo è scartare persone: questa frase va condivisa da tutti. Se qualcuno vuol farla diventare irrealista perché l’ha detta Papa Francesco che dobbiamo dire?

Un altro principio difeso dal Papa, per il quale viene contestato da parte dei cristiani, è l’accoglienza.
È un principio, un valore. Il commercio delle porte blindate è significativo e dimostra un chiudersi in contrasto con il condividere: questo fenomeno ci dà la sensazione di quanta incomprensione crei la solitudine. Eppure ci sono valori cardine con i quali tutti dobbiamo fare i conti, anche nella quotidianità. Stamani parlavo con una mamma: ha un bimbo e vive in una città dove non ha parenti ma non può condividere il figlio con nessuno perché nessuno la aiuta. Questo fa sì che viva male il bellissimo momento della maternità. Se avessimo una società a misura d’uomo invece di porte che ci sbarrano dentro sarebbe diverso. La sharing economy fondamentalmente ci chiamava a condividere cose, competenze, macchine, moto, bici, monopattini che non ci appartengono mai, ma non siamo capaci di condividere noi stessi.

Cioè?
Non solo condivido le cose esterne in base a tariffe e orari, sono i rapporti sociali che cambiano la vita. Se interpretassimo il concetto solidarietà arriveremmo al concetto condivisione: se accettiamo l’altro riusciamo a discutere, si scatena un processo molto diverso da quello che abbiamo oggi. Dai miei 60 anni vedo gente sempre più capace di intervenire e meno capace di ascoltare: nessuno chiede perché hai fatto quella determinata cosa, cosa sta dietro quell’atteggiamento.