Il lockdown ha interrotto cure e vaccini: crescono polio, Tbc e Aids

Nei Paesi più povere le organizzazione sanitarie hanno bloccato tutte le campagne di cura e di vaccinazione a causa della pandemia. E purtroppo cresce il numero di vittime "parallele" al Covid-19

Interrotte troppe campagne di vaccinazione in Africa e nei paesi più poveri del mondo

Interrotte troppe campagne di vaccinazione in Africa e nei paesi più poveri del mondo

Salute 31 luglio 2020Salute
Dopo l’interruzione di tutte le vaccinazioni di massa a marzo – nel timore che potessero inavvertitamente contribuire alla diffusione di Sars-CoV-2 –, ora la Global Polio Eradication Initiative (Gavi), un’organizzazione internazionale che favorisce l’accesso ai vaccini nei Paesi più poveri del mondo, riprende le campagne: per primo il Burkina Faso all'inizio di luglio, poi il Pakistan. I casi di poliomielite stanno aumentando in molti Stati, ma per ora, gli interventi risponderanno solo alle epidemie, mentre le campagne di prevenzione rimangono in sospeso. Sono i “danni collaterali” della pandemia da Covid-19 che, se da un lato ha già provocato più di 17 milioni di contagi in tutto il mondo e quasi 700.000 decessi, dall’altro sta avendo ripercussioni anche sulle misure di prevenzione e controllo di altre infezioni. Spesso, nei Paesi più poveri del mondo.

Stando ai dati dell’Oms, di Unicef, Gavi e Sabin Vaccine Institute, riferiti da Epicentro, il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica a cura dell’Istituto superiore della Sanità, il 53% dei 129 Paesi, di cui si dispongono dati, tra marzo e aprile ha visto interrotti in modo significativo, o completamente sospesi, i servizi vaccinali. E circa 80 milioni di bambini con meno di un anno di età sono stati a rischio di patologie gravi come poliomielite, difterite o morbillo. Alcuni dati possono dare la dimensione del problema: le campagne vaccinali contro la polio (IPV, bivalente orale -bOPV, monovalente orale tipo 2 -mOPV2), per esempio, sono state rimandate complessivamente in 46 Paesi (dati al 15 maggio), in sette Paesi quelle contro il tetano e in cinque contro il colera. E ancora, quattro Paesi hanno visto rinviate le vaccinazioni contro la febbre gialla, due quelle contro la meningite A e contro il tifo e sono stati ben 27 gli Stati in cui sono state interrotte le campagne vaccinali contro morbillo, parotite e rosolia.

Le ragioni per cui i servizi sono stati sospesi o ridotti sono differenti e vanno dalle misure di distanziamento fisico introdotte per contenere la diffusione dell’infezione da Sars-CoV-2, all’impossibilità degli operatori sanitari di viaggiare, anche perché impegnati nella gestione della pandemia, fino alla mancanza di adeguati dispositivi di protezione. L’Unicef ha segnalato inoltre ritardi nella consegna dei vaccini dovuti al lockdown e alla riduzione dei voli commerciali.

I test PCR (Polymerase Chain Reaction, reazione a catena della polimerasi) per Hiv e Tb, fondamentali per iniziare un eventuale trattamento, sono stati eseguiti in misura minore durante il lockdown. È stato registrato un calo del 59% nel numero medio di test GeneXpert TB giornalieri che ha causato una riduzione del 33% delle nuove diagnosi di tubercolosi. Le restrizioni alla circolazione (anche in termini di trasporto pubblico), unite al timore di essere esposti all’infezione da Sars-CoV-2, hanno diminuito l’accesso ai servizi sanitari. Inoltre, le piattaforme diagnostiche per Hiv e tubercolosi contribuiscono in maniera significativa anche all’identificazione dei casi di Covid-19 (data la carenza di kit per i test), e questo deve fare i conti con le riserve disponibili.

L’Organizzazione mondiale della Sanità ha infatti stimato che nell’Africa sub-sahariana l’interruzione di sei mesi della terapia antiretrovirale potrebbe causare oltre 500.000 decessi in più per malattie correlate all’Aids nel 2020-2021. In Sudafrica, in una sola provincia, 1.090 pazienti affetti da tubercolosi e 10.950 con infezione da Hiv non hanno ricevuto i farmaci nei tempi previsti dall’inizio del lockdown nazionale. E nello stesso periodo, su 19.330 persone, raggiunte attraverso un sondaggio, il 13,2% ha dichiarato che i medicinali per il trattamento di patologie croniche erano diventati inaccessibili.