Mario Lentano: “La Cancel culture dice di difendere la cultura, in realtà disprezza gli esseri umani”

Cosa dice sul fenomeno il docente che insegna Lingua e letteratura latina all’Università di Siena: “Affronta tragedie come lo schiavismo e Biancaneve con lo stesso cipiglio. Ridicolo”

Cancel culture

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Redazione 12 maggio 2021Culture

di Manuela Ballo

 

È ormai un fenomeno quasi ciclico, quello di rimettere in discussione il passato e di proporre nuovi modelli di cultura e di stili di vita. Questa volta la chiamano “cancel culture” e in questa trappola cadono puntualmente molti studiosi, in particolare delle università britanniche e statunitensi. Su una questione culturalmente così delicata abbiamo rivolto alcune domande a Mario Lentano docente di Lingua e letteratura latina all’ Università degli studi di Siena. Il professore non si è sottratto alle nostre domande offrendoci questa articolata riflessione sull’ argomento.

 

Una domanda secca professor Lentano, cosa ne pensa della “cancel culture”?

Potrei risponderle in maniera altrettanto secca: tutto il male possibile. Così come del cosiddetto politicamente corretto, che ne rappresenta il cattivo maestro. Nei giorni scorsi ha suscitato qualche risentita reazione un tweet di Enrico Mentana, che accostava la “cancel culture” al rogo dei libri appiccato dai nazisti a Berlino nel maggio del 1933: giustamente, perché non si può assimilare un regime genocida a un pensiero sbocciato nella seminar hall di qualche dipartimento universitario americano. Eppure, al netto delle enormi differenze il presupposto ultimo di questi fenomeni è analogo: l'idea che l'umanità sia composta in gran parte da individui incapaci di pensare e che l'élite dei capaci debba proteggere questi ultimi per evitare che vengano a contatto con contenuti culturali dai quali non saprebbero difendersi da soli. Dunque, è meglio rimuovere tali contenuti prima che esercitino i loro effetti dannosi. Al fondo della “cancel culture” esiste insomma un profondo disprezzo per gli esseri umani, proprio da parte di quanti presumono e proclamano invece di rispettarli.

 

Gli autori classici sono tra i più presi di mira da questi nuovi fustigatori di costumi. Perché prendersela così tanto con i testi che ci rimandano alla storia dell’umanità?
Questo atteggiamento – che si è manifestato sino a questo momento soprattutto nella cultura statunitense, ma che non è inverosimile possa investire presto anche quella europea – è in parte comprensibile: per troppo tempo il mondo greco e romano è stato presentato come un modello inarrivabile di civiltà, bellezza, cultura. Per fare questo, è stato necessario occultarne gli aspetti meno esaltanti, come la capillare diffusione della schiavitù, la chiusura verso lo straniero, soprattutto in Grecia, l’imperialismo, l’emarginazione della donna. È una rimozione che già veniva rimproverata ai giacobini francesi, colpevoli, a giudizio dei loro critici, di coltivare una superstiziosa adorazione per i greci e i romani dimenticandosi, ad esempio, che a Sparta “un’aristocrazia di 30.000 nobili teneva, sotto un orrendo giogo, 600.000 schiavi”, come ebbe a dire nel 1795 Constantin-François Volney. Se dunque si trattasse semplicemente di ristabilire un quadro meno univoco e mistificante del mondo antico, mettendone in luce anche le zone d’ombra, non ci sarebbe che da rallegrarsene: si tratterebbe di un’operazione correttamente storica. L’idea invece è quella, tipica del politicamente corretto, di rimuovere tutto ciò che non si conforma in ogni suo aspetto e manifestazione ai valori e ai modelli del presente. Atene ha prodotto la filosofia, il teatro, la medicina, è stata un laboratorio costituzionale senza pari, ha conosciuto fenomeni estremamente interessanti di lotta e sperimentazione politica, ma conosceva la schiavitù e praticava la segregazione femminile: e dunque, concludono questi censori, va rimossa dai programmi di studio.



L’atteggiamento che stanno assumendo ha ormai raggiunto toni ridicoli: vorrebbero addirittura riscrivere le fiabe. Non sono ormai enormi esagerazioni? Lei cosa ne pensa?
Sì, una delle caratteristiche della “cancel culture” è che non arretra di fronte al ridicolo, affrontando con lo stesso cipiglio una tragedia come la tratta degli schiavi e un classico del cinema hollywoodiano come Via col vento: un cupio dissolvi degno dei sermoni di frate Girolamo Savonarola, costantemente proteso verso il rogo che finalmente ci purifichi dalle scorie di un passato del quale siamo chiamati a vergognarci. Nel cartone animato di Peter Pan gli abitanti del villaggio indiano parlano una lingua deformata e caricaturale? Via Peter Pan, è etnocentrico e coloniale. Nella Biancaneve di Walt Disney il principe azzurro bacia la protagonista mentre è ancora addormentata per aver mangiato la fatidica mela? Inaccettabile, si tratta di un bacio non consensuale, indice inequivocabile di sessismo patriarcale. Per non parlare dei fenomeni di vandalizzazione di busti e monumenti, promossi dagli stessi che magari criticavano duramente quegli stessi fenomeni quando prendevano di mira statue o siti archeologici nel contesto di culture diverse da quella occidentale. E chi invoca la necessità di contestualizzare, di capire i fenomeni collocandoli dentro le cornici culturali che sono loro proprie, viene irriso, quando non considerato un collaborazionista dell’oscurantismo. Eppure, l’antropologia ce l’ha insegnato da tempo, “il passato è una terra straniera: laggiù le cose accadono in modo diverso”. I sacerdoti del politicamente corretto si comportano invece come quello studente che nel Sessantotto dichiarò all’esame di letteratura italiana di non aver studiato Dante perché non era marxista.

Per fortuna gran parte dell’intellettualità italiana non sta apprezzando questo atteggiamento. In modo particolare, la “cancel culture”, come ha scritto recentemente Alberto Asor Rosa, stravolge la stessa tradizione letteraria. Cos’ha da dire a riguardo?
Una dozzina di anni fa Asor Rosa scrisse un aureo librino, Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali, nel quale rilevava la sostanziale scomparsa di questa figura, che ha dominato la cultura del Novecento ma che appare ormai nel nuovo secolo in via di rapida obsolescenza o in preda a un’incurabile afasia. Nel lessico della destra e delle sue partes adiectae, come il movimento renziano, l’intellettuale è diventato il “professorone”, additato al pubblico disprezzo perché, rivendicando il valore della competenza e del pensiero critico, si mette di traverso ai piani della politica. Bisogna poi aggiungere che nel dibattito pubblico odierno temi come quello di cui stiamo discutendo sono attratti quasi inesorabilmente nel tritacarne dei social network, dove anche le questioni più spinose vanno incontro a un processo di trivializzazione indotto dal mezzo. Infine, una levata di scudi da parte dei superstiti intellettuali contro la “cancel culture” è resa difficile dal fatto che quest’ultima si presenta con la veste seducente quanto ingannevole di un’istanza progressista, le cui parole d’ordine sembrano riprendere alcune bandiere storiche della sinistra. Insomma, mi sembra di vedere reazioni piuttosto tiepide, quando non addirittura consenzienti, rispetto a un fenomeno che andrebbe invece a mio parere avversato con forza. E temo che l’articolo di Asor Rosa cui lei si riferiva non faccia eccezione.

Un’ultima domanda: questi continui attacchi al passato non nascondono, secondo lei, la voglia di non farci comprendere il presente?
Nella vicenda di qualsiasi società umana, la distruzione del passato, che avvenga attraverso la cancellazione delle sue tracce materiali o la semplice ignoranza della storia, è sempre un indice di cattiva salute culturale e intellettuale. La storia si studia e si conosce, i fenomeni si comprendono nelle loro premesse e implicazioni, i testi – in senso lato: letteratura, arte, musica, dottrine scientifiche –si interrogano per individuare le matrici che hanno dato loro quella forma piuttosto che un'altra. Ma capire è complicato, richiede fatica, impone di dislocarsi rispetto al proprio presente, ai quadri mentali cui siamo assuefatti semplicemente perché sono quelli con cui abbiamo maggiore familiarità. Abbattere una statua o scrivere “Racist” sotto un busto di Churchill è molto più semplice che studiare il fenomeno del colonialismo britannico o esaminare la politica dei conservatori inglesi durante la seconda guerra mondiale. Non so se tutto questo sia fatto con il deliberato proposito di rendere più difficile la comprensione del presente, di certo quest’ultimo è esattamente il risultato cui si approda: perché gli strumenti per intendere il proprio tempo sono gli stessi che servono per capire il passato, e dunque rinunciare a quest’ultimo obiettivo compromette anche la possibilità di raggiungere il primo.