Di Pietro e i rumors che lo vogliono al Csm con il sostegno di Fdi fanno riflettere sulle frontiere dell'antipolitica

Di Pietro viene citato per un suo presunto interesse al Consiglio Superiore della Magistratura.

Di Pietro e i rumors che lo vogliono al Csm con il sostegno di Fdi fanno riflettere sulle frontiere dell'antipolitica
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Riccardo Cristiano Modifica articolo

29 Ottobre 2026 - 16.55


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Chi si rivede! Antonio Di Pietro. L’ex pubblico ministero che tutti conoscono per Mani Pulite, dopo essere stato ministro, leader di Italia dei Valori, formazione che è stata collegata al centro sinistra, viene citato per un suo presunto interesse al Consiglio Superiore della Magistratura. Legittimo, come sarebbe legittima la sua asserita ma negata intenzione di ottenere il consenso o il sostegno di Fratelli d’Italia.

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Il punto non è questo, il punto è il significato di un suo eventuale ritorno. Di Pietro, insieme a un importantissimo volume pubblicato anni dopo Mani Puliti, La Casta, è per non pochi- piaccia o no, fosse o non fosse nelle loro intenzioni- un tassello molto importante del cammino italiano verso alcune forme di antipolitica, del loro successo popolare. Di Pietro era l’eroe della lotta al sistema corrotto, quello che poi il volume citato avrebbe dettagliato e descritto nella sua i intima natura diciamo “fattuale”. Parlarne non vuol dire attaccare o difendere la Prima Repubblica, o la casta. Parlarne vuol dire considerare, valutare dove l’onda antipolitica ci abbia portato, a quali esiti, in quale contesto. Anche entrando in pieghe… “della sinistra”. 

Questa antipolitica, come è noto, ha esercitato un fascino, un’attrazione su segmenti di questi ambienti “di sinistra”. Credo sia innegabile. Era proprio antipolitica? Io non lo so, non intendo ergermi a giudice di nulla. Ma ritengo che il prodotto dell’azione giudiziaria di Di Pietro, del suo impegno politico, come il prodotto emotivo del volume di cui parlo, abbiano contribuito o alimentato spinte che ai miei occhi hanno portato l’antipolitica a diffondersi in ambienti politico-culturali anche di sinistra.

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Ora della Prima Repubblica si parla sempre di meno, ma recentemente si è parlato di inizio della Terza Repubblica senza che la Seconda sia stata definita, qualificata. Ma la Repubblica verso cui ci avventuriamo si capisce, si definisce, se capiamo cosa lasciamo, cosa abbiamo lasciato, e come. 

A me sembra che dentro ciò che spinge verso una Terza Repubblica ci sia anche l’antipolitica, la condanna sommaria della Prima, della corruzione, che però credo sia tra i pochi patrimoni comuni a tutte le Repubbliche e Monarchie. Dipende da quale corruzione, quanto e come corrotta.

Io credo che l’antipolitica, come delusione verso le istituzioni, abbia prodotto in noi una spinta a considerare alla fin dei conti il pluralismo un lusso, uno spreco. Ridurre gli stipendi degli eletti, ridurre gli stessi eletti, troppi e inutili, ha delegittimato l’idea di rappresentanza e ridotto la qualità dei candidatili: per una retribuzione contenuta si possono più facilmente interessare candidati di minore levatura.

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Contemporaneamente l’antipolitica è diventata antipartitica, perché i partiti sono divenuti agli occhi di tanti le culle del male e della corruzione. Così l’Italia, che era nella buona sostanza una Repubblica fondata sui partiti, si è ritrovata senza partiti e quindi senza classe dirigente, senza èlite come suol dirsi, e non si è potuta che delegarne la formazione ai salotti. 

Il quadro non è eccellente: se si ricorda la spinta carica di spirito dionisiaco del movimento di massa contro la casta ai tempi della fine della Prima Repubblica, non si può che pensare alla convinzione di una forza della vita, creatrice e distruttrice. Questa forza si scatenava contro “il sistema”, senza però avere in mente un nuovo sistema. E’ per questo che il ritorno di Di Pietro, vero o presunto, diviene un rilevante fatto, simbolico: potrebbe collegare la gestazione di questa possibile Terza Repubblica al tumulto che abbatteva la Prima. 

Collegare il futuro al passato può essere un’operazione efficace: il passato lo conosciamo, il futuro no. Correre richiede un motore, che va ammodernato rispetto alle espressioni che ha avuto ma ha bisogno anche di simboli, e questi possono trovare efficacia legando al passato. In questo, al di là delle sue qualità e delle sue legittime aspirazioni, Di Pietro può essere un simbolo, un link.

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Al contrario collegarsi alla Prima Repubblica sarebbe (probabilmente) perdente. Non sarebbe impossibile se si considera che produsse progressi indiscutibili, stabilizzando una giovane democrazia provata da sfide tremende, difficoltà enormi. Avviò e consentì il passaggio al centro-sinistra, agli equilibri più avanzati, a riforme che ancora oggi sono per molti baluardi, come il Sistema Sanitario nazionale del 1978, un nuovo approccio alla salute universalistico ed egualitario, con l’addio alle vecchie mutue, o lo Statuto dei lavoratori, successivamente depotenziato, e molto altro. Ma una discussione “politica”, non moralistica, sulla Prima Repubblica non si è mai fatta. Forse è presto? 

Fautori o no della politica, o dell’essere impolitici o  antipolitici, ciò che oggi serve è una rinnovata partecipazione alle scelte, alla vita politica, sulle questioni sociali che più interessano e dovrebbero coinvolgere i cittadini. Se fosse questo il banco di prova del nuovo assetto sarebbe positivo. A dire il vero però a me non sembra che questo sia un tentativo in atto.     

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