Il centrismo, malattia senile dell’indifferentismo: contro chi non sceglie e vuole dare lezioni a chi prende posizione

I centroindifferenti lucrano sulle loro innumerevoli comparsate televisive. Hanno più interviste che voti. Eppure, pontificano, danno i voti, si ergono a custodi di una “verità” che è tale solo nel loro metaverso.

Il centrismo, malattia senile dell’indifferentismo: contro chi non sceglie e vuole dare lezioni a chi prende posizione
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

2 Settembre 2026 - 16.10


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“Vivere significa partecipare e non essere indifferenti a quello che succede” scriveva Antonio Gramsci su La città futura l’11 febbraio 1917. Un testo attuale ancora oggi, soprattutto oggi.

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“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

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Sembra scritto oggi. Profetico. 

C’è però una nuova forma politico-mediatica dell’”indifferentismo” del presente che andrebbe sviluppata senza troppi giri di parole o tributi all’insopportabile politicamente corretto. Il “centrismo”, malattia senile dell’”indifferentismo”. Una forma più edulcorata, pervasiva, almeno nei salotti mediatici e nelle articolesse di giornali e giornaletti mainstream, dell’indifferente “odiato” da Gramsci. Il “centrismo” è una forma mentis, tra l’altezzoso e il saputello, propria di chi non ha il coraggio di essere “partigiano”, nel senso più nobile, gramsciano, del termine. Il centrista odia chi prende posizione, chi distingue tra il carnefice e la vittima, tra chi ha tanto e chi poco o nulla. Il centrista è la rimodulazione dell’italico cerchiobottismo. Stanno in mezzo, sono quelli dell’indice accusatorio, pronti a dare del “massimalista” a chiunque osi proporre misure sul piano sociale o sulla guerra che di massimalista non hanno traccia, ma che per i “centristi” sono comunque, a prescindere, eccessive. 

I centristi vivono nel metaverso. In un mondo tutto loro, dove la percezione è la realtà. Non c’è un Paese che è uno nel mondo occidentale dove a contendersi la guida del governo, o la presidenza, non siano visioni radicalmente alternative. Così è negli Stati Uniti, così è in Francia, così è in Germania. Così dovrebbe essere anche qui da noi. Radicalità, radicalità e ancora radicalità. Che non significa spararla grossa, o non avere “cultura di governo” (formuletta tanto cara ai centristi italioti). Radicalità significa saper coniugare idealità e concretezza, e scegliere chi s’intende rappresentare in una società e in un mondo, dove crescono a dismisura le diseguaglianze e si è poveri anche lavorando. 

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Tassare le super ricchezze? Non sia mai, gridano indignati i centroindiferrenti. Invocare e battersi per una riduzione delle spese militari? Vade retro Satana, chi lo propone è un servo di Putin e un sabotatore dell’Alleanza atlantica. Vuoi difendere i diritti civili, le libertà nella sfera della sessualità; sei dalla parte dei migranti, contro il securitarismo che infetta l’Europa? Sei “woke”, imprigionato in vecchi schemi. Cazzate, scusate il francesismo.

I centroindifferenti lucrano sulle loro innumerevoli comparsate televisive. Hanno più interviste che voti. Eppure, pontificano, danno i voti, si ergono a custodi di una “verità” che è tale solo nel loro metaverso. Nel mondo vero, esisti, politicamente, se sei portatore di una visione del mondo, delle relazioni sociali, di quelle umane; se riesci a emozionare, a dare speranza alle giovani generazioni, se produci movimento, partecipazione; se pensi il presente guardando al futuro. Se sei “gramsciano”. 

E se lo sei, non puoi che “odiare gli indifferenti”. Anche nella forma “centrista”.

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