Tarquinio: "L''Europa scelga una vera difesa comune non il riarmo nazionale che indebolisce pace e solidarietà"

Parla ’eurodeputato Marco Tarquinio che il mese scorso, con una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, ha presentato il Rapporto di ricerca dal titolo Europa: quale Difesa?

Tarquinio: "L''Europa scelga una vera difesa comune non il riarmo nazionale che indebolisce pace e solidarietà"
Preroll AMP

globalist Modifica articolo

7 Luglio 2026 - 16.57


ATF AMP

di Antonio Salvati

Top Right AMP

Oggi si discute di guerra e armamenti, di riarmo, e poco di pace. Il nostro torna ad essere il tempo della forza. Di quale forza? È la tentazione di sempre: imporsi, pensarsi senza o contro l’altro, credere di garantire l’ordine attraverso l’imposizione. Ne abbiamo visto e purtroppo ne registriamo le conseguenze, specialmente quella del riarmo, perché la forza va raggiunta, mantenuta, emulata, superata al prezzo di scelte come quella di bilanci stratosferici per il riarmo e miseri o quasi inesistenti per la cooperazione, la solidarietà, il welfare. I dati sulla grande corsa globale alla spesa militare sono inquietanti. In attesa di capire che ne sarà del famigerato piano di riarmo europeo proposto dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, il 2024 ha già fatto segnare il decimo aumento consecutivo della spesa militare globale, toccando la cifra di 2.718 miliardi di dollari di giro d’affari. Non ci fosse quell’imbarazzante marea di sangue, di lutti, di sopraffazioni, di vite spezzate senza distinzione di età, di colpe, di responsabilità, potremmo dire che un gigantesco comitato di affari si appresta ad avvolgere l’intero pianeta. Di questo ed altro ne parliamo con l’eurodeputato Marco Tarquinio che il mese scorso, con una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, ha presentato il Rapporto di ricerca dal titolo Europa: quale Difesa?, realizzato dall’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD) per affrontare una domanda cruciale per il futuro dell’Unione: come costruire una vera Difesa europea comune senza ridurre la sicurezza alla sola logica del riarmo. 

Negli ultimi anni, la UE ha attraversato una fase di ridefinizione del proprio ruolo nell’ambito della Difesa. Questo processo è stato accelerato dal deterioramento del contesto internazionale, determinato in particolare dall’aggressione russa dell’Ucraina del febbraio 2022. Si è sviluppato un dibattito concentrato sul passaggio da una logica cooperativa e volontaria tra Stati a una di maggiore autonomia della UE attraverso la creazione di strumenti finanziari e industriali volti a consolidare la prontezza e la resilienza militare della UE.

Dynamic 1 AMP

Sono un realista e un uomo di pace, e negli anni sono diventato anche un convinto partigiano della forza della nonviolenza. Scherzando, ma non troppo, dico che è un potente effetto collaterale del combinato disposto del mio essere cristiano e di oltre quarant’anni di giornalismo che hanno acceso una progressiva ribellione ai disastri prodotti dalle guerre e dalle altre forme di violenza sistematica di cui ho dovuto dare conto. Proprio per questo sono sostenitore di una vera Difesa comune europea, che non è affatto sinonimo di dilatazione della spesa e delle dimensioni militari, ma che integra anche risorse e dimensioni civili, e che non deve ridursi al nome di comodo imposto a un processo di riarmo nazionale e persino competitivo degli Stati membri dell’Unione Europea e soprattutto di alcuni di essi, Germania in testa. Purtroppo, invece, è proprio in questa direzione sbagliata che siamo stati avviati dalle scelte compiute dalla Commissione Von der Leyen e dalla spinta crescente di governi e leader più o meno etnonazionalisti, ma di fatto tutti sovranisti. Lungo questa china svaniscono vecchi e insufficienti schemi, ma non si sviluppa una nuova e più forte logica cooperativa tra gli Stati membri. Anzi, in molte decisioni e rivendicazioni mi pare di veder svanire la logica tout court! Non si avviano processi comuni, ma si instaurano meccanismi di produzione e accumulo nazionale di armi e si accumulano indisponibilità, distinguo e frenate verso l’evocata e persino declamata “autonomia strategica” della UE. Un obiettivo che può realizzarsi solo con un’iniezione di federalismo, realizzando cioè la cloche politica di indirizzo dell’Unione, organizzando il centro comune di comando e controllo e mettendo per davvero insieme strutture militari, strumenti diplomatici e corpi civili pace. Nel mio lavoro di eurodeputato sono costretto a constatare praticamente ogni giorno direzioni e inerzie sbagliate, eppure non mi rassegno. Per questo ho commissionato ai ricercatori di Archivio Disarmo un Rapporto sulla Difesa comune che mette in fila fatti e misfatti, dimostra l’insostenibilità economica e sociale del deragliamento delle risorse di Stati e Unione verso la spesa militare e pacatamente svela e denuncia la mole di interessate manipolazioni, mezze verità e tutte intere menzogne che sostiene nella nostra Europa i piani per la produzione, l’acquisto (soprattutto negli USA), l’accumulo e lo schieramento di armi.

In realtà, la politica del riarmo fine a sé stesso non è la soluzione per l’Europa. La sicurezza cooperativa può rappresentare una credibile alternativa alla competizione strategica?

Ne sono convinto. Servono visione e coraggio ed è necessario che le famiglie politiche europeiste – del centro e della sinistra democratici e dell’ambientalismo – recuperino lucidità e trovino più forza e convergenza per riavviare un grande processo di cooperazione per la sicurezza, facendoci animare di nuovo da quello che dagli anni Settanta del Novecento viene chiamato lo “spirito di Helsinki”. Uno spirito che deve guidarci su tutti i fronti aperti. Sul piano globale, dimostrandosi un gigante gentile e solido, diverso dai vecchi e nuovi potenti e prepotenti che hanno scatenato questa nuova fase di competizione muscolare e bellica. Sul piano dell’Europa dal Mediterraneo all’Artico, dall’Atlantico agli Urali, sud e nord, est e ovest insieme. Russia compresa: perché non possiamo e non dobbiamo dare per perduto quel popolo oggi mandato in guerra da Putin e tantomeno espellerlo dalla nostra storia condivisa e dal futuro da preparare e da costruire. E infine, a maggior ragione, deve guidarci sul piano interno della nostra Unione. L’Europa dei Ventisette, nell’attuale impasse interna e nell’infuriare nel continente di una guerra-massacro di stampo novecentesco condotta sempre più anche con armi del XXI secolo, non può consegnarsi alla deriva riarmista. Un copione.scritto e imposto da altri e che spinge noi europei ad affievolire, incrinare e addirittura a fare a pezzi la nostra solidarietà effettiva e le dimensioni comunitarie sinora realizzate.       

Dynamic 1 AMP

Il cammino dell’Europa verso un assetto federale è tanto urgente quanto complesso. Il primo passo è il superamento della regola dell’unanimità. I Paesi europei non possono pensare di sopravvivere senza una funzione di Difesa. Di fronte al processo di decostruzione dell’ordine internazionale, in atto oggi nel mondo per responsabilità delle superpotenze, quale ruolo possono svolgere le istituzioni europee?

Chiamiamole prepotenze, non più superpotenze! E rispondiamo col meglio della nostra specificità europea. Voglio essere del tutto chiaro: il superamento dell’unanimità, cioè del sostanziale diritto di veto su molte materie di ogni singolo Stato membro della UE, non può servire per dichiarare la guerra, ma per consolidare la pace, cioè per articolare e sostenere politiche comuni, sempre più federali appunto, per garantire una sicurezza piena e completa degli e negli Stati membri. La sicurezza ha certamente anche una dimensione militare, che – lo ripeto – dev’essere comune tra gli Stati UE o almeno, per cominciare, tra un buon gruppo di essi (proprio com’è stato per la moneta unica, l’euro) altrimenti diventerà, come sta diventando, il motore di un’esplosione della spesa nella direzione più sbagliata e pericolosa che si possa immaginare, quella del riarmo nazionale e potenzialmente nazionalista di ogni singolo Paese. Ma la sicurezza è anche una grande questione sociale: è indispensabile mantenere e rinnovare, nella condizione data, un sistema di welfare all’altezza delle attese e delle necessità e delle possibilità delle persone protagoniste di una società complessa e sempre più anziana come la nostra. La sicurezza è anche una enorme questione di sostenibilità: la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico e, dunque, dell’evoluzione del nostro sistema abitativo e manifatturiero e delle nostre relazioni commerciali e cooperative con il resto del mondo è un’urgenza che non possiamo disattendere e che dobbiamo interpretare al meglio. La sicurezza è anche una questione di equilibrio della dimensione digitale delle nostre vite, delle nostre comunicazioni e dell’organizzazione democratica delle nostre comunità civili, e tanto più nell’era del vorticoso sviluppo delle Intelligenze artificiali. La sicurezza è difesa dell’ordine internazionale, non con le armi spianate ma con la fedeltà attiva alle istituzioni comuni. E questo significa impegno europeo concorde – senza più giochi di prestigio di questo o quel Paese membro – per la riforma e il rilancio dell’ONU e delle sue agenzie, a cominciare dall’assetto del Consiglio di sicurezza e dalla questione sempre più scottante della sede principale, viste le violazioni del libero accesso al Palazzo di Vetro che Washington non sta più garantendo mentre definanzia e spinge a definanziare strutture e attività delle Nazioni Unite. Ma comporta anche, e fortemente, il sostegno e l’impulso ai grandi Tribunali sovranazionali, a cominciare dalla CPI, la Corte penale internazionale, in questi anni sotto intollerabile attacco nei suoi giudici e nella sua capacità ed efficacia operativa da parte di governanti statunitensi, russi e israeliani.   

Difficile pensare e pretendere da subito l’omogeneità dei vari arsenali nazionali dei Paesi dell’UE. Divise tra ventisette differenti divise, le Forze armate europee non dispongono, nonché di reparti regolari in comune, neppure di strumenti comuni, a nessuno dei tre livelli della pianificazione: strategica, operativa, tattica. Oltre a spendere troppo, i Ventisette spendono male, in quanto ciascuno programma e attua la propria spesa militare indipendentemente l’uno dall’altro. Il sovranismo che ispira le politiche istituzionali e industriali della Difesa dei Paesi europei impedisce di realizzare risparmi ingenti, razionalizzazioni, ottimizzazioni in termini di efficienza/efficacia. Come unire le forze dei Paesi della UE sia nella produzione sia nella gestione degli armamenti?

Dynamic 1 AMP

Serve volontà politica esplicita, determinazione, generosità reciproca tra i partner europei. Serve ricominciare la solidarietà tra di noi, in questo grande laboratorio di multilateralismo applicato che è la UE. E dobbiamo mantenere la propensione e coltivare l’ambizione di estendere approcci, valori e obiettivi a livello globale, con lo stile e la sostanza che ci hanno fatto meritare il premio Nobel per la pace nel 2012. Serve, cioè, l’esatto contrario della visione gretta, sospettosa, isolazionista, suprematista e ipercompetitiva delle destre sovraniste ed etnonazionaliste. Non è concepibile che si concentri ulteriormente la già enorme spesa degli Stati europei nel settore militare e non si avvii un percorso di integrazione dei sistemi nazionali che avrebbe anche il pregio di consentire economie di scala, incorporando per di più una quota di disarmo strutturale e un risultato dal valore incalcolabile: rendere impossibile anche praticamente la guerra tra noi europei. Un dato già acquisito, si obietta. Basta guardare “il mondo che fa”, e lo stato delle relazioni euro-atlantiche, per rendersi conto che non ci sono più dati acquisti, ma sfide da interpretare e conflitti da disinnescare…

Quanto detto presuppone nei governi e nei cittadini una consapevolezza sui temi della pace e della guerra che non può essere conseguita da un giorno all’altro. Si può convenire che è urgente iniziare con coraggio un cammino completamente nuovo per aiutare a realizzare – soprattutto tra i più giovani – questa consapevolezza ?

Certamente sì. Ma senza paraocchi, cioè senza stereotipi e precompressioni. Ho chiaro da tempo che nessuno di noi, può pretendere di spiegare in modo definitivo l’urgenza di radicare una modalità pacifica, pienamente e nobilmente politica, nello sforzo di composizione di tutte quelle controversie e di quei conflitti che segnano inevitabilmente la vita dell’umanità. Oggi, invece, si sta tornando ad affrontarli con la logica e la pratica della guerra. So che moltissimi tra i più giovani hanno già acuta consapevolezza del passaggio in cui siamo e delle derive in atto. E constato che l’obiezione al ritorno della guerra e alla guerra è fortissima trasversalmente, soprattutto nella società italiana, ma

Dynamic 1 AMP

specialmente radicata tra le persone di orientamento progressista. Perciò, credo più che mai che dobbiamo applicarci insieme, con le nostre differenti doti di esperienza e di energia e con identica passione e coerenza, per sciogliere i nodi che abbiamo davanti resistendo all’eterna tentazione di ricorrere a risolutori colpi di spada.

Antonio Salvati

FloorAD AMP
Exit mobile version