Grazia a Nicole Minetti, ombre e falsità sui presupposti umanitari: il Quirinale chiede chiarimenti a Nordio

La richiesta arriva dopo le rivelazioni giornalistiche che mettono in discussione i motivi umanitari alla base del provvedimento.

Grazia a Nicole Minetti, ombre e falsità sui presupposti umanitari: il Quirinale chiede chiarimenti a Nordio
Nicole Minetti
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27 Aprile 2026 - 17.54


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Se fosse confermato sarebbe un fatto dalle gravi conseguenze politiche. L’ufficio stampa del Quirinale comunica che la Presidenza della Repubblica ha inviato una lettera al ministero della Giustizia per chiedere chiarimenti sul caso della grazia concessa a Nicole Minetti. Nel testo si legge: “In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal presidente della Repubblica, su proposta favorevole del ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa”.

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La richiesta arriva dopo le rivelazioni giornalistiche che mettono in discussione i motivi umanitari alla base del provvedimento. La grazia aveva cancellato le condanne residue a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato, che Minetti avrebbe dovuto scontare ai servizi sociali. Al centro della domanda di clemenza vi sarebbe stata la necessità di assistere un bambino indicato come privo di adeguato sostegno familiare e bisognoso di cure specialistiche.

Secondo quanto emerso dagli atti del Tribunale di Maldonado, riportati dalla stampa, il minore avrebbe invece entrambi i genitori viventi e identificati. La madre biologica si troverebbe in Uruguay e risulterebbe irreperibile da metà febbraio. Inoltre, l’avvocata che la assisteva sarebbe morta in un incendio insieme al marito, anch’egli avvocato.

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Gli stessi documenti indicherebbero che Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani hanno avviato una causa nei confronti dei genitori del bambino per ottenere la “Separación Definitiva y Pérdida de Patria Potestad”.

Il Colle precisa inoltre che: “Il presidente della Repubblica non dispone di autonomi strumenti di indagine per accertare i fatti che vengono prospettati e fonda la propria decisione sui documenti che gli vengono sottoposti nonché sulle valutazioni formulate a tal proposito dall’autorità giudiziaria e dal ministro della Giustizia”.

La nota sottolinea che l’iniziativa è partita “in seguito a notizie di stampa dalle quali emergerebbe la sussistenza di circostanze diverse da quelle rappresentate al presidente della Repubblica con la domanda di grazia”. Nel caso specifico, viene ricordato che il procuratore generale di Milano e il ministro avevano espresso parere favorevole ritenendo che l’affidamento in prova avrebbe reso molto difficile a Minetti la cura e l’assistenza del minore, affetto da una grave patologia e sottoposto a visite periodiche e terapie specialistiche all’estero.

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Fonti del Quirinale ricordano che la richiesta di approfondimento è stata inviata al ministero della Giustizia, competente in via esclusiva sull’istruttoria delle domande di grazia, come stabilito dalla Corte costituzionale con la sentenza 200 del 2006.

Dal ministero della Giustizia fanno sapere di aver avviato immediatamente le verifiche richieste dal Quirinale e che un primo esito potrebbe arrivare entro 24 ore. Gli uffici di via Arenula stanno effettuando accertamenti con la procura generale della Corte d’Appello di Milano, da cui era arrivato il parere favorevole, non vincolante, firmato dal sostituto Gaetano Brusa, già presidente del tribunale di Sorveglianza di Genova.

Il bambino era nato alla fine del 2017. Nel gennaio 2018 il Tribunale ne dispose l’affidamento all’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay (Inau) per un massimo di 45 giorni, a causa della delicata situazione economica e familiare. Il giudice González Camejo ordinò di “creare un legame tra madre e figlio e verificarne il ricongiungimento”. Non un abbandono formale, dunque, ma una condizione di forte fragilità sociale che lo Stato uruguaiano avrebbe dovuto sostenere.

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