di Paolo Ciani
In questi giorni il Governo ha presentato l’ennesimo pacchetto sicurezza che ancora una volta interviene con l’introduzione di norme che criminalizzano i più fragili e il dissenso, introducendo nuove fattispecie di reato. Ciò che fa riflettere è quanto sia necessario questo pacchetto di norme; un pacchetto che ancora una volta rispecchia un’idea di sicurezza ben lontana dalla realtà della nostra società. Sembra piuttosto rispondere ad un istinto di pancia, alla legge della cronaca, alle paure amplificate, più che ai fenomeni reali.
L’Italia è uno dei paesi più sicuri al mondo: circa trecento omicidi l’anno su quasi sessanta milioni di abitanti. E lo confermano i dati dell’ISTAT e del Ministero dell’interno: i reati non sono in aumento, anzi sono stabili o in diminuzione da anni, calo iniziato ben prima del Governo Meloni. E allora perché è così necessario intervenire con tanta urgenza, per non dire foga, con norme che comprimono libertà costituzionali, che criminalizzano alcune categorie di persone già fragili o già ai margini? La risposta, purtroppo, è semplice: perché al Governo serve un nemico, e perché la paura paga politicamente. Ancora una volta queste norme si accaniscono su tre categorie: chi esercita il proprio diritto a dissentire, i giovani e i minori, e le persone migranti.
Nel primo caso, chi manifesta pacificamente ed esercita il proprio dissenso viene trattato alla stregua di un nemico interno: si moltiplicano le sanzioni, si irrigidiscono le pene, si amplia la discrezionalità delle autorità nel limitare proteste pacifiche. In particolare, ci allarma l’introduzione di fermi preventivi verso: “persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza”.
Di fatto chi indossa “strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona”, che sia un casco o una sciarpa, a coprire anche solo parzialmente il volto, potrà essere considerato un pericolo per l’ordine pubblico ed essere sottoposto ad un fermo. Criteri piuttosto generici e che rischiano di lasciare una discrezionalità eccessiva alle forze dell’ordine finendo per comprimere sempre di più la libertà di manifestazione pacifica. La storia della nostra democrazia è fatta di piazze, di studenti, di lavoratori, di cittadini che alzano la voce per chiedere giustizia. Non è mai stato un pericolo, è un diritto. Lo è sempre stato. E quando si restringono gli spazi del dissenso, non si rafforza la sicurezza: si indebolisce la libertà.
Tanto di queste norme deriva dai fatti avvenuti a Torino, alla manifestazione in sostegno al centro sociale Askatasuna. Voglio dirlo con chiarezza: la violenza non è mai la risposta, mai. Non lo è quando arriva da una frangia minoritaria di manifestanti, non lo è quando si manifesta come reazione rabbiosa, non lo è quando si trasforma in scontro con la polizia. La violenza non costruisce nulla, non apre spazi democratici, non migliora le condizioni delle persone. Ma proprio per questo è ancora più grave che oggi, nel nostro ordinamento, la violenza venga di fatto moltiplicata per via legislativa: perché un conto è respingere atti violenti, un altro è varare norme che introducono una sproporzione strutturale tra lo Stato e i cittadini. E qui sta il cuore del problema.
Da un lato si propone uno scudo penale per chi esercita l’uso della forza pubblica, dall’altro si introduce il fermo preventivo per chi manifesta ed è ritenuto “potenzialmente pericoloso”. Questa asimmetria non rafforza la sicurezza, la indebolisce. E non aiuta nemmeno le forze dell’ordine, che hanno bisogno di organici, formazione, risorse, non di norme che aumentano tensione e conflitto. Il personale in divisa ha bisogno di essere messo nelle condizioni di lavorare meglio, non di norme che rischiano di esporli a conflitti inutili e di renderli bersaglio della frustrazione sociale.
Molti dei ragazzi che erano in piazza a Torino non sono terroristi né nemici dello Stato: sono giovani che vivono in un Paese in cui spesso non si sentono ascoltati, non si sentono considerati, non vedono prospettive. Cittadini che vedono in luoghi come il centro sociale Askatasuna l’unico presidio sociale, di comunità e di sostegno. Quando lo Stato risponde a questo disagio con un uso selettivo della forza o con norme che restringono lo spazio del dissenso, allora alimenta la distanza, non la colma. E allo stesso modo, quando gli episodi di violenza di pochi diventano il pretesto per costruire interi impianti legislativi contro chiunque voglia manifestare, allora la politica rinuncia al suo ruolo e smette di distinguere, smette di comprendere, smette di educare.
Arriviamo invece ai giovani e i minori. Il decreto li guarda con sospetto, quasi fossero un corpo estraneo da controllare più che una generazione da accompagnare. Si inaspriscono le pene e si creano nuovi reati, interventi punitivi che sembrano più pensati per spaventare che per educare. Il tutto in un contesto in cui le carceri minorili rasentano il collasso: il sovraffollamento aumenta, le presenze sono aumentate quasi del 50% dopo il Decreto Caivano.
Anziché migliorare le condizioni disumane delle nostre carceri e degli istituti minorili, il Governo le peggiora. La vera emergenza giovanile è un’altra: l’aumento della depressione tra i più giovani, l’emarginazione e il senso di precarietà e di solitudine, l’emigrazione. Il nostro è un Paese che perde i propri figli, che smarrisce competenze, energie, vitalità. E davanti a questa ferita sociale profondissima, la risposta del governo è un irrigidimento normativo. È davvero questa la priorità?
E poi ci sono le persone migranti, il grande nemico di questo Governo. Si parla di blocchi navali decisi dall’esecutivo, di espulsioni e rimpatri accelerati, nuove limitazioni al ricongiungimento familiare. Norme che rischiano di criminalizzare la ricerca di protezione internazionale da parte delle persone migranti, dove il confine tra il diritto e la repressione diventa sempre più labile. Chi fugge da guerra, fame, persecuzioni non è il nemico. Il vero nemico è l’illegalità che si nutre dell’assenza di percorsi legali, è lo sfruttamento che prolifera quando si sceglie l’abbandono invece dell’integrazione.
E mentre il Governo prepara norme di questo genere, promuove repressione e criminalizzazioni, la realtà ci mostra un Paese che ha bisogno di tutt’altro: diseguaglianze crescenti, territori dimenticati, giovani che partono, famiglie che non riescono più a sostenere le spese di una casa o di una cura sanitaria. Penso a tutti coloro che non riescono più a pagare l’affitto, ai lavoratori poveri, a chi muore sul lavoro (non è anche questa sicurezza?).
Penso alla tragedia che vive Niscemi, simbolo recente di territori lasciati soli, abbandonati al proprio dramma, mentre il Governo discute su coltelli e Ponte sullo stretto. Un Governo che trova il tempo di irrigidire il diritto di manifestare, di prevedere misure restrittive contro studenti e attivisti, di evocare blocchi navali che sanno più di propaganda che di sicurezza. Insomma, sembra che le priorità siano altre. Questo pacchetto sicurezza non risponde a un’urgenza concreta, ma a un’urgenza narrativa. È una costruzione politica che usa l’idea di insicurezza per produrre consenso, non per risolvere questioni reali.
La sicurezza è una cosa seria e va affrontata con serietà e consapevolezza. Sicurezza è sapere di avere un lavoro dignitoso, sapere di avere una giustizia indipendente, dei tribunali che funzionano, dei giudici privi di vincoli politici. Sapere di avere un sistema sanitario accessibile e che cura. È sapere che lo Stato non reprime bensì c’è ed è presente nella vita dei cittadini.
