Ci voleva l’intervento del presidente della repubblica Sergio Mattarella per spiegare al governo Meloni che non si poteva concedere lo scudo penale solo alle forze dell’ordine, per via di quel dettaglio che è l’eguaglianza di fronte alla legge prescritta dall’articolo 3 della Costituzione. Quindi, il consiglio dei ministri ha deciso di estenderlo a tutti i cittadini.
La norma prevede che chi commetta reato “in presenza di una causa di giustificazione” non venga più iscritto automaticamente nel registro degli indagati. Il pm, dopo aver letto l’informativa delle forze dell’ordine, deciderà se archiviare, o se procedere a un’annotazione preliminare in un registro separato, il cosiddetto modello 21.
Insomma, Meloni e i suoi avrebbero voluto abolire il reato di eccesso di legittima difesa solo per le forze dell’ordine – in violazione dello stato di diritto – e Mattarella gli ha spiegato che è ancora in vigore la Costituzione repubblicana e che il governo non può violare i diritti dei cittadini.
La vicenda esemplifica perfettamente la visione di società che ha la destra meloniana: una società in cui le forze dell’ordine siano al disopra delle leggi e si sentano legittimate a compiere violenza protette dall’immunità. E in cui i cittadini vengano scoraggiati a manifestare il dissenso, ma incoraggiati a farsi giustizia da soli.
D’altronde, non abbiamo ancora sentito né da Giorgia Meloni, né da Matteo Salvini una condanna dell’operato dell’ICE, la milizia trumpiana che negli Stati Uniti uccide la gente per strada.
Il modello delle destre internazionali è lo stato di polizia, cioè un mondo in cui l’ordine pubblico sia mantenuto con la forza e non con la legge, e in cui la manifestazione del dissenso venga impedita a suon di manganellate. Peraltro, nel paese del G8 di Genova, di Federico Aldovrandi, di Stefano Cucchi e purtroppo di tanti altri casi, sdoganare la violenza della forza pubblica è ancora più allarmante.
E non dimentichiamo che siamo anche il paese in cui non ci sono soldi per riempire i buchi d’organico e alleggerire i turni delle forze dell’ordine – mancano più di 20 mila unità fra polizia e carabinieri al netto dei pensionamenti – e in cui lo stipendio di chi va a rischiare la propria incolumità non arriva a 2000 euro.
Il paragone che a più riprese i ministri Piantedosi, Nordio e Crosetto hanno fatto fra gli scontri che hanno insanguinato Torino e il pericolo che torni il terrorismo delle Brigate Rosse è ovviamente fuori contesto e serve a giustificare questo tentativo di svolta autoritaria, il cui unico obiettivo è evitare manifestazioni contro il governo. E fare propaganda, visto che poi grazie alla legge che istituisce l’avviso di arresto e alla riforma Cartabia (di cui il governo ha entusiasticamente emanato i decreti attuativi), i processi penali non verranno quasi più celebrati e quelle poche eccezioni saranno dichiarate “improcedibili” senza conseguenze per gli imputati.
L’ordine pubblico è un problema complesso, che tiene insieme tante variabili, la più importante delle quali è la difesa dei diritti civili e delle libertà democratiche. Contro il terrorismo degli anni di piombo, malamente evocati dai suddetti ministri, ha vinto lo stato di diritto, non lo stato di polizia.
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