Borghi (Pd): "Per Meloni il Msi ha difeso l'Italia dal terrorismo? Studi gli atti e poi ne riparliamo"

Il parlamentare del Pd Enrico Borghi parla di Giorgia Meloni, delle sue ambiguità verso il mondo filo-fascista e la invita a studiare gli atti della commissione Stragi che sul Msi ha trovato molte cose.

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2 Gennaio 2023 - 13.53


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Il parlamentare del Pd Enrico Borghi ha scritto una riflessione su Giorgia Meloni, le sue imbarazzanti parole sul Movimento Sociale Italiano e la collocazione ambigua in Europa dove si definisce conservatrice ma in realtà si accompagna con i peggiori reazionari.

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Le parole, in sequenza, di Isabella Rauti, Ignazio La Russa e Giorgia Meloni sul Movimento Sociale Italiano e sulla sua presunta natura di “destra democratica” hanno provocato un piccolo scossone nel dibattito politico italiano.

Ho già avuto modo di chiarire questo concetto, ma lo ribadisco: il punto non è la legittimità -politica e istituzionale- di Fratelli d’Italia a guidare il governo o ad occupare le più alte cariche della Repubblica. A far questo sono stati legittimati dal voto degli Italiani (grazie anche alla divisione del campo avverso, che ne ha ampiamente facilitato l’esito) e dal voto del Parlamento. Quindi evitiamo letture infantili, o da tifosi, di questa riflessione. Chi appartiene a queste categorie può anche astenersi dal proseguire la lettura.

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Il punto è un altro, e cioè capire quale sia la natura culturale e politica di un partito che oggi guida il nostro Paese, che come noto si regge su una Costituzione figlia della lotta di Liberazione dal nazifascismo, e che punta anche a guidare l’Europa.

Giorgia Meloni dice si sè che è una “conservatrice”. Bene, ma cosa deve conservare esattamente? Anche Churchill lo fu, ed era fieramente antifascista. Anche De Gaulle lo fu, e guidò la resistenza francese contro il nazifascismo transalpino. Conservatori furono in Italia Edgardo Sogno (medaglia d’oro al valor militare per il suo ruolo nella Resistenza), Benedetto Croce (definito “l’antifascista conservatore” nella biografia di Eugenio di Rienzo) così come l’apporto di liberali, cattolici conservatori, monarchici e militari fu importante e in taluni casi decisivo per il successo della lotta di Liberazione in Italia. 

Il “conservatorismo” di Giorgia Meloni, esattamente cos’è? Una operazione di “rebranding”, un frutto di marketing politico, o altro? Qual è la natura conservatrice nelle alleanze europee del partito che oggi guida il nostro Paese? Da Vox (con suo neofranchismo) ai Democratici di Svezia (che hanno festeggiato la loro vittoria alle elezioni svedesi con tanto di saluto hitleriano ”Sieg heil”), dal Chega portoghese che emana nostalgie per il regime di Salazar fino all’esaltazione della “democrazia illiberale” della orbaniana Fidesz, si dà quanto meno una accezione piuttosto ambigua della parola “conservatorismo”, dove comunque sul piano culturale vi è un evidente predominio della reazione antiegualitaria rispetto alla dimensione democratica. Più de Maistre che von Hayek, insomma.

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Intanto, anche al fine di evitare che si cada nel gioco sbagliato per il quale i vincitori delle elezioni riscrivono la Storia a loro piacimento, chiariamo subito un punto: il Movimento Sociale Italiano non fu la “destra democratica” in italia. La quale fu rappresentata da altri filoni politici e culturali, ma certo non da un partito che sorse con il chiaro intento da un lato di rappresentare la continuità filosofica, politica e culturale con l’ultima esperienza del fascismo italiano (la Repubblica Sociale Italiana, richiamata addirittura nel nome), e dall’altro di porsi l’obiettivo di “non rinnegare, non restaurare” come ebbe a dire nel suo congresso fondativo del 1948 (cioè dopo la Costituente) il suo primo segretario per dare una prospettiva politica a quella esperienza storica.

Non per spirito di polemica, ma per amore di verità e necessità di impedire che l’oblio storico provochi equivoci distopici, non si possono sottacere le relazioni equivoche e pericolose che il Msi nella sua esperienza ebbe con il terrorismo di estrema destra nel nostro Paese.

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Basti ricordare che la strage di Peteano del 1972 (che vide la morte di tre giovani carabinieri) vide tra gli autori materiali il dirigente del MSI friulano Cicuttini, poi fuggito nella Spagna franchista per sottrarsi alla giustizia. L’altro autore della strage, Vincenzo Vinciguerra, dichiarò che Giorgio Almirante fece arrivare la somma di 35.000 dollari al latitante Cicuttini per una operazione alle corde vocali che avrebbe consentito al terrorista di non essere riconosciuto. Le testimonianze di diversi neo-fascisti e i riscontri della magistratura provarono il passaggio di denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico, e determinarono il coinvolgimento giudiziario di Almirante. Il quale nel corso del processo beneficiò di una amnistia, alla quale non rinunciò. 

Una vicenda che riemergerà anche in seguito, con altre acquisizioni processuali che confermarono la storia dell’aiuto fatto arrivare al terrorista di Peteano.

Della contiguità degli esponenti missini con il mondo dell’eversione sono piene pagine di libri di Storia. Dai contatti con i principali artefici del progetto golpista del principe Borghese alle frequentazioni in Grecia durante il regime dei colonnelli, dalla fondazione e partecipazione ad Ordine Nuovo fino alla partecipazione alle azioni eversive in Alto Adige e in Austria, per sconfinare con i contatti e le sovvenzioni della P2, sarebbe lunghissima la casistica in tal senso. 

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Utile comunque per smentire una affermazione fatta dalla Presidente del Consiglio nella sua conferenza stampa di fine anno a reti unificate: no, onorevole Meloni, il Movimento Sociale Italiano non “difese la democrazia combattendo la violenza politica”. Si rilegga, in proposito, la relazione Bielli per la Commissione Stragi, depositata presso gli archivi della Camera dei Deputati,e in particolare il capitolo denominato “legami tra il MSI e il terrorismo neofascista”. E poi magari ne riparliamo.

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Detto tutto ciò, da più parti giungono appelli affinchè si arrivi ad un “ethos” repubblicano condiviso, condizione e premessa per un percorso di reciproca legittimazione democratica tra gli schieramenti che sia foriero di un fruttuoso e proficuo processo di riforma delle istituzioni della nostra Repubblica (che invero necessitano di un processo di modernizzazione che sconta una lunga sequela di tentativi infruttuosi).

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Sono appelli giusti, che devono poggiare su un terreno di verità e non su quello sdrucciolevole dell’ ipocrisia.

Nel suo messaggio di fine anno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dato un importantissimo e salutare contributo nella direzione della costruzione di questo ethos repubblicano, ricordando che tutte le forze politiche si sono via via alternate al governo del nostro Paese e che quindi da un lato sono tutte legittimate e dall’altro hanno tutte provato quale sia la difficoltà dell’azione di governo per non potersi chiamare fuori e -per dirla alla Mao- bombardare il quartier generale.

Dal versante del Partito Democratico, sono anni che ci sgoliamo sulla esigenza della costruzione della democrazia dell’alternanza, sulla necessità di un riconoscimento reciproco tra chi sta (per decisione degli elettori) in maggioranza e in minoranza, sulla opportunità che si definisca un regolato processo di sostituzione tra riformisti e conservatori alla guida del Paese attraverso libere elezioni come accade in tutti i paesi occidentali cui noi facciamo riferimento in termini di alleanze e di convidisione di valori.

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Proprio per questo, ci interessa capire di più o meglio il senso delle parole e del significato delle stesse per i nostri interlocutori di destra. Il “conservatorismo” cui la Meloni fa riferimento è quello che intende conservare anche quelle “radici che non gelano”, a cui ha fatto riferimento la sottosegretaria Rauti rievocando la fondazione del MSI? E, assodato che non è vero quello che la Meloni ha affermato circa la natura di destra democratica di quel partito, il conservatorismo di FdI va inteso come un passo indietro rispetto a Fiuggi e alla nascita di Alleanza Nazionale, per recuperare il senso di una circolarità storica precedente?

Non sono domande polemiche, nè strumentali. Sono domande dalle cui risposte dipende il processo riformatore che l’Italia sta per avviare.

Nella medesima conferenza stampa, Giorgia Meloni ha detto che metterà mano alla Costituzione. Se il popolo italiano le ha dato la legittimità di guidare il governo, con il medesimo voto non le ha dato la legittimità di cambiare da sola la nostra Carta fondamentale. 

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E quindi su questo si chiude la riflessione. Per cambiare in meglio una Costituzione serve un ethos repubblicano condiviso. Per un ethos repubblicano condiviso serve chiarezza sui valori di fondo. E l’antifascismo, piaccia o non piaccia, è uno di questi.

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