Libia, Letta dì qualcosa di sinistra: stracciamo quel Memorandum della vergogna

Dal 10 al 16 luglio 2022, 193 migranti sono stati sbarcati sulle coste libiche". Lo scrive su Twitter l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Libia, dall'inizio dell'anno sono stati 10.465 i migranti salvati e riportati in Libia.

Libia, Letta dì qualcosa di sinistra: stracciamo quel Memorandum della vergogna
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12 Agosto 2022 - 14.01


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di Umberto De Giovannangeli

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Anche se non rispetta la grammatica giornalistica, per una volta partiamo dalla fine. Vi ricordate la famosa scena di Aprilequella in cui il protagonista (Nanni Moretti), tra il disperato e lo speranzoso, si rivolge al televisore dove compare Massimo D’Alema. L’invocazione è diventata un cult: “D’Alema dì una cosa di sinistra”, implora Nanni. Per poi, sfinito, ripiegare: “D’Alema dì una cosa”.

Oggi facciamo nostra quell’esortazione, indirizzandola non più a D’Alema ma a Enrico Letta. “Letta dì una cosa di sinistra”. E se proprio non ce la fai “di una cosa”.

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Enrico, dì una cosa di sinistra

E una cosa di sinistra da dire, e se vai al Governo da fare, è abolire lo sciagurato Memorandum Italia-Libia. Ora ripristinando la suddetta grammatica, prendiamo un lancio di AnsaMed del 16 luglio scorso.

Nel periodo dal 10 al 16 luglio 2022, 193 migranti sono stati sbarcati sulle coste libiche”. Lo scrive su Twitter l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Libia precisando che dall’inizio dell’anno sono stati 10.465 i migranti salvati in mare e riportati in Libia, dei quali 694 donne e 400 minori. 176 migranti sono morti e altri 634 sono scomparsi sulla rotta del Mediterraneo centrale nel 2022, secondo la stessa fonte.

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Circa un mese prima, il 20 giugno per la precisione, Medici Senza Frontiere (Msf), nella Giornata mondiale dei Rifugiati, ha chiesto a Europa e Nord America di offrire protezione ai migranti intrappolati in Libia e di accelerare con urgenza l’evacuazione dal Paese dei più vulnerabili, rafforzando i meccanismi già esistenti e aprendo canali alternativi. E pubblica un rapporto dal titolo ‘Fuori dalla Libia’ che descrive i punti deboli dei meccanismi di protezione esistenti per le persone bloccate in quel Paese.
“Fin dal 2016, con l’avvio dei progetti rivolti ai migranti in Libia, MSF si è trovata più volte di fronte all’impossibilità di proteggerli da abusi e violenze, dentro e fuori i centri di detenzione – afferma la ong – e alla difficoltà di garantire una continuità di cure mediche alle persone con gravi patologie sia fisiche che psicologiche, in particolare le vittime di tortura”.

“In Libia la maggior parte dei migranti è vittima di detenzioni arbitrarie, torture e violenze, incluse quelle sessuali”, dichiara Claudia Lodesani, responsabile delle operazioni di Msf in Libia. “La loro possibilità di ottenere una protezione fisica e legale è estremamente limitata, per questo la rotta migratoria, spesso mortale, attraverso il Mediterraneo rimane l’unica via di fuga. Crediamo che i paesi sicuri – specialmente nell’Unione Europea, che da anni finanzia la guardia costiera libica e sostiene i respingimenti forzati dei migranti in Libia – abbiano il dovere di facilitare l’evacuazione e la protezione, sul proprio territorio, di queste persone vittime di violenza”. “I pochi canali legali verso Paesi sicuri messi a punto da Unhcr e dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) sono lenti e restrittivi.

Possono accedere alla registrazione solo le persone di 9 nazionalità, l’accesso alla registrazione è quasi inesistente al di fuori di Tripoli e nei centri di detenzione e i posti di ricollocamento nei paesi di destinazione sono limitati”. Delle circa 40.000 persone registrate con il programma di ricollocamento dell’Unhcr, solo 1.662 hanno lasciato la Libia lo scorso anno, mentre 3.000 sono partite con il programma di rimpatrio volontario dell’Oim. Circa 600.000 migranti vivono attualmente in Libia.

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Quel mare off limits per testimoni scomodi

Ne scrive Valerio Nicolosi su Micromega.net il 7 maggio scorso.

“[…]Senza navi umanitarie in mare non ci sono occhi indipendenti della società civile a raccontare i respingimenti e le violazioni dei diritti umani dei quali si sono resi protagonisti i guardacoste di Tripoli, armati dall’Italia nel 2017 con il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia con motovedette e addestramento, frutto della politica di esternalizzazione delle frontiere voluta da Marco Minniti, ex Ministro degli Interni del quale Luciana Lamorgese è stata capo di gabinetto, e che non ha tenuto conto della costante violazione dei diritti umanidenunciata anche dalle Nazioni Unite. E anzi ha visto l’Italia investire più di 200 milioni in Libia dal 2017 a oggi, spesi per i guardacoste e la gestione dei centri di detenzione per i migranti.

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I diritti umani in Libia sono al centro dell’ultimo report di Amnesty International che denuncia il finanziamento di una milizia creata dal governo nel gennaio 2021 e che percepisce fondi statali attraverso l’Autorità per il sostegno alla stabilità guidata da Abdel Ghani al-Kikli, al secolo Gheniwa, nominato nonostante siano documentati i crimini di diritto internazionale e altre gravi violazioni dei diritti umani.

L’Ass si occupa della sicurezza delle sedi governative e della sicurezza nazionale, partecipa ai respingimenti in mare dei profughi che scappano dalla Libia e li porta nei centri di detenzione sotto il suo controllo, dove neanche il ministero dell’Interno di Tripoli ha potere. Uno di questi centri si chiama al-Mayah, sul quale Amnesty ha ricevuto delle denunce per le condizioni di vita delle persone detenute: “un luogo sovraffollato e dalla scarsa ventilazione, nel quale i detenuti ricevevano poco cibo e ancora meno acqua ed erano costretti a bere quella degli scarichi dei gabinetti. Pestaggi, lavori forzati, prostituzione forzata, stupri e altre forme di violenza sessuale erano all’ordine del giorno” dichiara Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

Secondo il report di Amnesty International l’Ass ha ricevuto 8 milioni di euro per il 2021 e 28 milioni per il 2022, autorizzati direttamente dal primo ministro Debibah e, forte del sostegno diretto della Presidenza del Consiglio e dell’autonomia totale nell’azione, l’organizzazione si è estesa anche a Ovest di Tripoli, nella città di al-Zawiya e, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, nel febbraio 2022 un respingimento operato dall’Ass si è concluso con un morto e diversi feriti.

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La Libia non è quindi considerabile un porto sicuro dove poter portare i migranti che scappano proprio da questo sistema, dove tra l’altro non è mai stata ratificata la Convenzione di Ginevra e i richiedenti asilo non hanno trovano accoglienza ma, di nuovo, centri di detenzione, torture e violenze”.  Fin qui Nicolosi.

Memorandum da stracciare

E ora torniamo al punto. 

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Italia e Unione europea devono cessare di collaborare al ritorno dei migranti e dei richiedenti asilo nell’inferno della LibiaLo ha dichiarato oggi Amnesty International, il 31 gennaio 2022, alla vigilia del quinto anniversario degli accordi di cooperazione finalizzati all’intercettamento dei migranti e dei rifugiati durante la traversata del mar Mediterraneo.

Negli ultimi cinque anni sono state oltre 82.000 le persone intercettate in mare e riportate in Libia: uomini, donne e bambini andati incontro alla detenzione arbitraria, alla tortura, a trattamenti crudeli, inumani e degradanti, agli stupri e alle violenze sessuali, ai lavori forzati e alle uccisioni illegali.

Il Governo di unità nazionale della Libia continua a favorire queste violenze e a rafforzare l’impunità: ne è un esempio la recente nomina alla guida del Dipartimento per il contrasto dell’immigrazione illegale di Mohamed al-Khoja, che in precedenza controllava il centro di detenzione di Tariq al-Sikka, al cui interno erano state documentate diffuse violenze.

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“La cooperazione con le autorità libiche fa sì che persone disperate siano intrappolate in condizioni di un orrore inimmaginabile. Negli ultimi cinque anni Italia, Malta e Unione europea hanno contribuito alla cattura in mare di decine di migliaia di donne, uomini e bambini, finiti in gran parte in centri di detenzione agghiaccianti, dove la tortura è all’ordine del giorno. Innumerevoli altre persone sono state vittime di sparizione forzata”, ha dichiarato Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International su migrazione e asilo.

“È davvero giunto il momento di porre fine a questo approccio vergognoso, che mostra un totale disprezzo per la vita e la dignità delle persone, e di dedicarsi invece ad attività di soccorso che assicurino lo sbarco delle persone in un luogo sicuro che, come ribadito solo pochi giorni fa dal segretario generale delle Nazioni Unite, non può essere la Libia, ha aggiunto de Bellis.

L’assistenza dell’Unione europea ai guardacoste libici è iniziata nel 2016così come gli intercettamenti in mare. La cooperazione è poi aumentata considerevolmente con l’adozione di un Memorandum d’intesa bilaterale, firmato da Italia e Libia il 2 febbraio 2017e con l’adozione della Dichiarazione di Malta, sottoscritta dai leader dell’Unione europea a La Valletta il giorno dopo.

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Questi accordi costituiscono la base di una costante cooperazione che affida il pattugliamento del Mediterraneo centrale ai guardacoste libici, attraverso la fornitura di motovedette, di un centro di coordinamento marittimo e di attività di formazione.

Gli accordi sono stati seguiti dall’istituzione della zona SAR libica, un’ampia area marittima in cui i guardacoste libici sono responsabili del coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso.

Queste azioni, in grandissima parte realizzate dall’Italia e finanziate dall’Unione europea, hanno da allora consentito alle autorità libiche di riportare sulla terraferma persone intercettate in mare, nonostante sia illegale riportare persone in un luogo nel quale rischiano di subire gravi violazioni dei diritti umani.

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In Libia i migranti e i rifugiatisia dentro che fuori dai centri di detenzione, subiscono sistematicamente una serie di violazioni dei loro diritti, del tutto impunite, da parte di milizie, gruppi armati e forze di sicurezza.

Il 10 gennaio 2022 milizie e forze di sicurezza hanno sparato contro i migranti e i rifugiati che erano accampati di fronte a un centro di assistenza dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, a Tripoli. Le centinaia di persone lì arrestate si trovano ora nel centro di detenzione di Ain Zara, nella capitale libica, in condizioni insalubri e di sovraffollamento, sottoposte a violenze e private di quantità adeguate di cibo e acqua. I migranti e i rifugiati manifestavano fuori dal centro dall’ottobre 2021 per chiedere protezione, dopo un precedente raid delle milizie e delle forze di sicurezza al termine del quale migliaia di persone erano state arrestate e molte altre erano rimaste senza un alloggio.

“L’Italia e l’Unione europea devono cessare di contribuire a queste violenze atroci e iniziare ad assicurare che le persone che rischiano di annegare nel Mediterraneo siano prontamente soccorse e trattate umanamente”, ha commentato de Bellis.

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“L’Unione europea e i suoi stati membri devono sospendere ogni forma di cooperazione che contribuisca a trattenere migranti e rifugiati in Libia e a far subire loro violazioni dei diritti umani. Chiediamo, al contrario, che si dedichino all’apertura di percorsi legali urgentemente necessari per le migliaia di persone intrappolate in Libia e che hanno bisogno di protezione internazionale”, ha concluso de Bellis.

Il Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia scadrà nel febbraio 2023 ma sarà rinnovato automaticamente per altri tre anni se le autorità italiane non lo annulleranno entro il 2 novembre 2022.

Amnesty International Italia continua a sollecitare il governo a sospendere e non rinnovare l’accordo, oltre che a chiedere al parlamento di avviare le opportune iniziative nei confronti del governo. L’organizzazione per i diritti umani ha anche pubblicato sul sito amnesty.it una petizione a sostegno dell’interruzione della cooperazione con la Libia.

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Nel 2021 i guardacoste libici, col sostegno di Italia e Unione europea, hanno catturato in mare 32.425 rifugiati e migranti e li hanno riportati in Libia: di gran lunga il più alto numero finora registrato, tre volte superiore a quello dell’anno precedente. Sempre durante il 2021, 1553 persone sono morte o sono scomparse in mare nel Mediterraneo centrale.

In un rapporto del 17 gennaio 2022 il segretario generale delle Nazioni Unite si è dichiarato “gravemente preoccupato” per le continue violazioni dei diritti umani contro i migranti e i rifugiati in Libia, tra cui violenze sessuali, traffico di esseri umani ed espulsioni collettive. Il rapporto ha ribadito che la Libia non è un porto sicuro per lo sbarco di migranti e rifugiati e ha ribadito la richiesta agli stati membri coinvolti di “rivedere le politiche che favoriscono gli intercettamenti in mare e il ritorno dei migranti e dei rifugiati in Libia”. Il rapporto ha anche confermato che i guardacoste libici continuano a operare con modalità che pongono in grave pericolo le vite e la salute dei migranti e dei rifugiati che cercano di attraversare il mar Mediterraneo.

Fin qui Amnesty. In campagna elettorale, di Libia e migranti hanno esternato Salvini e Meloni, in una gara a chi fa il più duro: porti sbarrati, respingimenti, blocco navale…E a sinistra? A controbattere è stato il leader di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni. Bene, ma non basta. Ecco allora ritornare l’invocazione a Letta…Coraggio Enrico, dì una cosa di sinistra.

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