La ministra Cartabia: "Magistratura in grave crisi di credibilità, ci vorrebbero più Livatino"

La ministra della Giustizia: "Dobbiamo fare di tutto perché il giudice torni ad essere con quella statura che la Costituzione gli chiede"

La ministra Cartabia

La ministra Cartabia

globalist 21 giugno 2021

Un Csm lacerato dal caso Palamara, tra riforme e cronici problemi di efficienza e procedure, ora i giudici temono l’affondo finale della politica.

La ministra della giustizia Marta Cartabia ha parlato così a Taormina:"Diciamolo pure, la magistratura sta attraversando una fase di crisi, una crisi di credibilità e soprattutto, ai miei occhi più grave, di crisi della fiducia dei cittadini. Ci vorrebbero più Livatino".

"Tante volte in questi mesi - ha detto - mi sono sentita porre una domanda che fa tremare le vene ai polsi: ‘Ministro, Come possiamo tornare ad avere fiducia nella Giustizia?’. E' una domanda che non si può liquidare con qualche parola di consolazione, è una domanda che dobbiamo guardare con attenzione".

Ed ha aggiunto: "Dobbiamo fare di tutto perché il giudice torni ad essere con quella statura che la Costituzione gli chiede, nel momento del giuramento. L’articolo 54 chiede disciplina e onore. Sembrano parole d’altri tempi ma oggi sentiamo che abbiamo bisogno di potere identificare dei giudici così".

"Tanto stiamo facendo su mille fronti, i fronti cantieri delle Riforme sono enormi come vastità di materia che coprono, ma noi copriremo anche quello che riguarda l’ordinamento giudiziario, il Csm, cambieremo tutto ciò che c’è da cambiare sulle sanzioni disciplinari, i sistemi elettorali, ma siamo consapevoli che tutto questo sarà fatto, ma non basterà" ha detto Cartabia.

"Perché quello di cui c’è bisogno è qualcosa che viene prima e va oltre la cornice normativa in cui si svolge la funzione giurisdizionale - ha affermato - mi colpisce che proprio in questo momento di crisi e credibilità della magistratura si cerchino esempi. Questo celebrare Livatino è un desiderio di alzare lo sguardo, di potersi identificare in qualcosa di nobile, di alto. Io credo che un aiuto enorme in questo lavorio complesso di ricostruzione della fiducia debba passare anche dal portare in evidenza i tanti Livatino, i tanti giudici che esistono e che svolgono un’azione nascosta ma con disciplina e onore che vengono invece travolti dai fatti più clamorosi".

Poi, parlando degli ex terroristi italiani rifugiati in Francia arrestati ad aprile scorso a Parigi su richiesta dell'Italia, Cartabia ha sottolineato: "C’è bisogno di chiarezza, di dire le cose come stanno. Quale era il grande equivoco nascosto nella vicenda della cosiddetta ‘dottrina Mitterand’? Era che le richieste di estradizione non venivano esaudite perché in quel caso le persone erano dei perseguitati per le loro idee politiche. Se fossero stati invece responsabili di omicidi, sicuramente l’estradizione sarebbe stata concessa. Io su questo credo che fosse necessario, anche se con tanto ritardo, chiarire che quelli non erano stati dei processi per delle idee politiche ma erano stati dei processi condotti in Italia per dei gravi fatti che avevano a che fare con omicidi, fatti di sangue, con attentati, con una fase di grande destabilizzazione che si esprimeva con la violenza".

Senza mai citare il nome di Cesare Battisti, la ministra della Giustizia ha risposto a una sollecitazione di Benedetta Tobagi: "Ho già da tempo chiesto di fare delle verifiche sulle condizioni e la situazione complessiva della esecuzione della pena in quella situazione. Come deve esserlo di fronte a tutte le persone che hanno una certa età, una certa storia, condizioni di salute e quant'altro".

Cesare Battisti, l'ex terrorista dei Pac, è in sciopero della fame nel carcere di Rossano Calabro da quasi due settimane, per protestare contro il regime carcerario di alta sicurezza che gli è stato attribuito. Il suo avvocato, Davide Steccanella, sostiene che è “visibilmente abbattuto” e che “ha perso circa 8,5 chili dall’inizio della protesta”.

Battisti, che ha sessantasei anni ed è affetto da varie patologie, ha anche scritto una lettera ai propri cari, per chiedergli un ultimo sforzo: “Quello di comprendere le ragioni che mi spingono a lottare fino a conseguenza in nome del diritto alla dignità”.