Conte ottiene la fiducia: 156 sì, 140 no, Nencini in maggioranza

La fiducia al governo Conte passa nell'Aula del Senato con 156 sì, 140 no e 16 astenuti. In extremis il socialista Nencini ha dato la fiducia alla maggioranza

Giuseppe Conte

Giuseppe Conte

globalist 19 gennaio 2021

Una maggioranza che sembrava striminzita ma alla fine, dopo un'attesa, i voti (in ritardo di Ciampolillo e Nencini hanno cambiato lo scenario, anche se in parte.


Il governo ottiene la fiducia del Senato.


La fiducia al governo Conte passa nell'Aula del Senato con 156 sì, 140 no e 16 astenuti.


La scelta di Nencini di appoggiare la maggioranza


"Ho votato sì ma non lascio il gruppo di Italia viva e non è mai stato in questione il simbolo. Il gruppo parlamentare si chiama Italia viva trattino Psi, io sono stato sempre dopo il trattino, non ho mai pensato di togliere il simbolo". 
Lo ha detto ai cronisti il senatore Riccardo Nencini, titolare del simbolo del Partito socialista, presente sulla scheda elettorale, che consente ai senatori di Iv di avere un gruppo parlamentare.


Il Pd: scongiurato il salto nel buio per l’Italia


E’ stato "scongiurato il salto nel buio per l’Italia. C’è un Governo che ha la fiducia nei due rami del Parlamento". E' così che fonti del Pd commentano l'esito del voto di stasera in Senato.
"Ora - aggiungono le fonti - la priorità assoluta è stare vicino agli italiani: affrontare le emergenze e fare di tutto per garantire il rilancio dell’azione di governo".


Matteo Salvini la prende male: triste pagina


Il leader della Lega, Matteo Salvini, subito dopo aver appreso in diretta l'esito del voto al Senato sulla fiducia, ha definito la giornata una "triste pagina", parlando a Cartabianca su Rai 3.
"Che triste pagina, che tristezza. Per arrivare alla maggioranza ora comprano altri cinque voti?", ha detto Salvini, dopo aver appreso che i due senatori ritardatari - Ciampolillo e Nencini riammessi al voto dopo un "Var" - hanno votato il "sì" alla fiducia.


Tajani: "Chi ha votato sì è fuori da Forza Italia"
Causin e Rossi, i due senatori di Forza Italia che hanno votato sì alla fiducia, "sono fuori dal partito: votare con il governo in questo caso non è una questione di coscienza". Lo ha dichiarato il vicepresidente del partito, Antonio Tajani, interpellato in transatlantico al Senato. L'ex presidente dell'Europarlamento ha spiegato di aver informato Silvio Berlusconi, insieme alla capogruppo Anna Maria Bernini.


 


Mentre la seduta fiume del Senato va avanti, si percepisce un cauto ottimismo nella maggioranza: i numeri dei senatori disposti a salvare l'esecutivo arriva a 157, "ma la forbice arriva, teoricamente, a 160", dice uno degli uomini più vicini al premier con un occhio vigile sul pallottoliere di Palazzo Madama.
Non solo. In queste ore vanno avanti le trattative serrate sulla nascita di un nuovo gruppo al Senato, che consentirebbe di puntellare il governo consentendogli di fare affidamento su una maggioranza salda anche a Palazzo Madama. Chi è impegnato in prima linea spiega che si starebbe 'negoziando' con due senatori di Iv, tre dell'Udc e addirittura 5 di Fi. Un gruppo che tuttavia non vedrebbe la nascita oggi, ma nei prossimi giorni. Le trattative sarebbero in corso.
Il discorso di Conte 
Giuseppe Conte apre il suo discorso al Senato per la fiducia con un richiamo a quel "progetto di Paese di quei 29 punti" programmatici presentati all'inizio dell'esperienza di governo e rivendica che "c'era una visione e una forte spinta ideale, un chiaro investimento di fiducia".


Ripercorrendo l'intervento di ieri alla Camera, il presidente del Consiglio annota che "ora un uragano sta sconvolgendo il nostro destino collettivo" e che "anche la politica è stata costretta a misurarsi con scienza e tecnica per rispondere a emergenza e crisi economica".


Allo stesso modo, Conte sottolinea che "primi in Occidente, siamo stati costretti a introdurre misure restrittive dei diritti della persona, seguiti poi dagli altri Paesi". Alla sua maggioranza, il presidente anche parlando a Palazzo Madama riconosce che "è riuscita a dimostrare grande responsabilità". 


"Siamo consapevoli che occorrono risorse più cospicue" per il dl Ristori e "sarà il Parlamento a migliorare il provvedimento". Anche in sede di discorso sulla fiducia al Senato, chiarisce che l'accenno ai ristori "proporzionali alle perdite subite" fatto nell'intervento di apertura alla Camera "non significa che hanno compensato appieno", anche se non va dimenticato che "l'Agenzia delle entrate ha erogato piu' di 3 milioni di bonifici dal decreto Bilancio". 


"Parleremo di Next Generation Eu e della svolta irreversibile impressa alla politica europea, inaugurando un nuovo corso, alla prossima Conferenza sul futuro dell'Europa", sottolinea ancora il Presidente del Consiglio. 



“Servono un Governo e forze parlamentari volenterose, consapevoli delle difficoltà che stiamo attraversando e della delicatezza dei compiti, servono donne e uomini capaci di rifuggire gli egoismi e di scacciare via la tentazione di guardare all’utile persona. Servono persone disponibili a riconoscere l’importanza della politica. La politica è la più nobile tra le arti e tra i saperi, se indirizzata al benessere dei cittadini. Quando la politica si eclissa questa istanze rischiano di essere ai margini o, peggio di sfociare in rabbia o nello scontro violento”.. 


 



La partita appare più difficile: raggiungere quota 161 è al momento considerato un miraggio. Italia Viva conferma la scelta di astenersi ma alla maggioranza basterà un voto in più delle opposizioni per vincere questo round, poi si volterà pagina e sarà tutta da scrivere.


A Palazzo Madama prenderanno la parola Teresa Bellanova e lo stesso Matteo Renzi: "Non c'è stata volontà di costruire una agenda condivisa", è l'invettiva di ieri di Ettore Rosato nei confronti del premier. Il pallottoliere di Palazzo Madama continua a essere mobile: le stime oscillano tra i 154 voti a favore del governo fino a quelle più ottimistiche che prefigurano quota 158.
Ma la partita aperta con le dimissioni delle ministre Iv non finirà con il voto nelle aule parlamentari.
Intanto di riunione in riunione, il centrodestra cerca intanto di serrare i ranghi: l'Udc fa sapere non passerà al 'nemico' e l'unica via, per la coalizione guidata da Salvini, Meloni e Berlusconi, passa per le dimissioni del premier. Quello in atto, attacca Giorgia Meloni, è solo un "vergognoso mercimonio".