Il paradosso di Conte: la precarietà e litigiosità della maggioranza lo rafforza

Queste dinamiche gli consentono di esercitare il ruolo di avvocato dei cittadini che senza un chiarimento di fondo morale e politico sia capace di promuovere vera giustizia e vera legalità.

Conte

Conte

Nuccio Fava 11 agosto 2020

Sono molte le aree di crisi nel mondo, si aggravano tensioni e rivolte, le ultime in Libano, in Bielorussia e ad Hong Kong dove il centralismo di Pechino intende impedire ogni forma di critica e di senso, specie contro libertà di stampa e social. Cosa analoga avviene in  Bielorussia dove l’autoritario presidente imbroglia vergognosamente sul voto e vuole continuare a governare senza controlli e democrazia.

Ad Hong Kong si strumentalizza la pandemia per impedire ogni forma di comunicazione e rinviare sine die il rinnovo del parlamento. In questo contesto che ormai ci raccontano più o meno chiaramente giornali e tv, fa una certa impressione, anzi è abbastanza triste vedere il nostro presidente del Consiglio che rende omaggio in Puglia al paese del suo portavoce e  passeggia per strade e piazze con l ‘elegante compagna, figura sempre più indispensabile per i nostri leader come Salvini e Di Maio  e lanciare propagandisticamente la grande novità per il futuro del sud nella costruzione non più del ponte ma di un tunnel tra Calabria e Sicilia. Non più però nel tradizionale tracciato Scilla e Cariddi che anche Grillo aveva tentato anni fa inutilmente di attraversare con tuta maschera e pinne , ma sulla nuova direttrice della splendida via marina di Reggio Calabria e il lungomare di Messina grossomodo all’altezza della statua di Nettuno.
Quella dell’attraversamento stabile è una suggestione ricorrente nella storia e pare però che solo i romani siano riusciti a mettere in acqua un traballante ponte di barche che ebbe tra onde, venti e correnti, breve durata. Ma quello che colpisce va ben oltre la trovata propagandistica. L’impressione cioè di un presidente del Consiglio lui si a corto di idee e di progetti ma bisognoso ancora di più di farsi propaganda e riaffermare un ruolo sostanzialmente in crisi. La sua forza è paradossalmente la precarietà e il continuo litigio tra riottosi contraenti che gli consentono di esercitare quel ruolo di avvocato dei cittadini che senza un chiarimento di fondo morale e politico prima ancora che causidico e opportunistico sia capace di promuovere vera giustizia e vera legalità.
L’intero paese ne ha estremo bisogno, in ogni settore come dimostra lo scandaloso comportamento di 5 parlamentari e di migliaia di amministratori locali a proposito dei sussidi Covid. Su un tema siffatto il presidente del Consiglio non si è speso in alcun modo ed anzi lo ha volutamente ignorato, nonostante si tratti di questione etico civile primaria con implicazioni anche di tipo istituzionale. Tanto più in vista di un voto regionale e amministrativo a settembre unificato ad un referendum delicatissimo, senza quorum per la riduzione dei parlamentari. Ci sta dietro una demenziale e qualunquistica campagna di opinione pubblica anticasta, che tralascia superficialmente ogni considerazione sui rischi di indebolire ulteriormente le funzioni del parlamento in un sistema costituzionale che avrebbe bisogno di una seria riconsiderazione complessiva, tenendo conto in particolare dei periodici conflitti tra organi dello stato e soprattutto tra politica e giustizia.


L’ultimo caso è stato rappresentato dal voto in Senato sulla autorizzazione del processo a Salvini a proposito dei migranti. Del resto il presidente del Consiglio è stato sostenitore irresponsabile della cosiddetta “quota 100” e annuncia una sua riforma fiscale che può risultare pericolosissima per il futuro dell’Italia.    


I ritorni nella propria terra sono sempre una grande emozione un bel viaggio d’affetto tra parenti ed amici. Quelli di noi che da anni fanno i cronisti politici hanno addirittura seguito visite e viaggi di notabili democristiani e non solo. All’Italia intera non ne è venuta una conseguenza positiva e rischiamo oltre emozioni, parate e abbracci, di ripetere cose già viste. Senza quei frutti però che dai tempi di Garibaldi gli italiani si aspetterebbero.