Il livello culturale di Salvini: per magnificare l'Italia della lira usa la pubblicità della Barilla

Il capo della Lega tenta di mettere in contrapposizione gli anni Ottanta senza troppa Europa e senza euro con i disastri attuali. Ma non riesce ad andare oltre ad un piatto di pasta

Salvini
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globalist Modifica articolo

11 Giugno 2020 - 10.57


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Certo, dai politici di adesso nessuno pretende che abbiano studiato Gramsci, conoscano la storia dei partiti e dei movimenti politici, che conoscano Marx o l’evoluzione del pensiero liberale da Montesquieu a Toqueville.


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O la dottrina sociale della Chiesa a partire dalla Rerum novarum, del 15 maggio 1891, sui diritti e doveri del capitale e del lavoro di Leone XIII.

Qualcuno ha tirato in ballo Rousseau, ma con gli esiti che ben conosciamo.
Il problema è che almeno dalla discesa in campo di Berlusconi nel 1994 la politica italiana si è trasformata da pensiero a spot, da ragionamento a slogan, da visione della società e del mondo a gestione estemporanea dei problemi.


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In questo contesto non dovrebbe meravigliare che i limiti della cultura politica di Salvini non vadano oltre uno spot della Barilla.
E infatti il capo della Lega, che da qualche tempo e in virtù di chissà quali consigli della Bestia, vuole rivalutare l’Italia della lira (come del resto Pappalardo) in chiave anti-europea, secondo i desiderata del suo nuovo modello di riferimento Trump, ha rivalutato la bellezza dell’Italia più sicura, più fiduciosa e più sorridente.


E ha usato, appunto, lo sport della Barilla. Ossia della pasta.

Che poi l’Italia fosse più sorridente e fiduciosa è da vedere. Sono opinioni. Più sicura no: l’ex ministro dell’Interno ignora perfino le statistiche sui reati.

Nel 1987, l’anno dello spot, c’era ancora il terrorismo, la mafia controllava più di adesso vaste zone del paese e la corruzione era la norma.


Nostalgia?

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