Gli insulti a Mattarella e la destra senza distanziamento sociale e politico dal fascismo

Il video di Globalist squarcia questo velo in maniera implacabile, ivi comprese le manine alzate al risuonare dell’inno di Mameli. Mi aspetto una presa di distanza da Salvini, Meloni e Tajani.

Tajani, Meloni e Salvini
Tajani, Meloni e Salvini
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Arturo Scotto Modifica articolo

2 Giugno 2020 - 14.35


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La Repubblica non è un regalo di qualcuno.
Non scende dalle stelle.
E’ la figlia legittima della resistenza che liberò il paese dall’invasore nazifascista.
Non è una forzatura di parte affermare che senza il 25 aprile non ci sarebbe stato il 2 giugno.
Se la destra italiana ha cambiato idea, tanto meglio.
Se si reputano coerentemente antifascisti lo dicano a chiare lettere.
Saranno i benvenuti.
Sarebbe un giorno felice per la patria.
Perché la repubblica è un organismo vivo, non una ripetizione statica di simboli.
E’ l’opposto della retorica nazionalista dei sovranisti di casa nostra.
La Repubblica è lo strumento attraverso cui i lavoratori hanno provato a riscattarsi dall’arbitro del profitto e del potere di licenziamento illimitato dei proprietari.
La Repubblica è stato il vettore di emancipazione delle donne dal dominio maschile del potere.
La Repubblica è stato la diga all’espansione delle stragi golpiste, del terrorismo omicida, della mafia che ha assaltato le istituzioni.
Non si possono liquidare gli insulti al Presidente Mattarella di alcuni manifestanti che sfilano con il tricolore come una semplice sgrammaticatura o come uno scortese gesto di maleducazione.
Ho l’impressione che sia più che altro la manifestazione esplicita di un sentimento di estraneità alla Repubblica, alle sofferenze che l’hanno attraversata, alle paure che l’hanno animata, alle fratture che ne hanno scandito il percorso.
Il video di Globalist squarcia questo velo in maniera implacabile, ivi comprese le manine alzate al risuonare dell’inno di Mameli.
Un pezzo di giornalismo coraggioso che ci spiega che il distanziamento sociale e politico dall’insorgenza neofascista di Casapound e Forza Nuova non sia stato ancora compiuto pienamente dalla destra istituzionale.
Restano l’esercito di riserva da sguinzagliare all’occorrenza.
Chi insulta il Presidente della Repubblica non compie soltanto il reato di vilipendio, ma straccia un pezzo di storia del paese.
Lo calpestano, dopo averla calpestata durante il ventennio, come fece il monarca che si consegnò mani e piedi al Duce.
E come tradì la Repubblica chi abbassò la testa davanti alla mafia che sparava, metteva le bombe, invadeva l’economia legale.
Non so dove fosse la destra quando accadeva questo, so da che parte era gente come Sergio Mattarella.
Mi aspetto una presa di distanza da Salvini, Meloni e Tajani da questi commenti vergognosi.
Non basta liquidarli con qualche parola di circostanza, serve una presa di posizione politica chiara.
Un taglio netto: anche perché in una manifestazione a ranghi ridotti, chi ha augurato la morte del Presidente è conosciuto anche dagli organizzatori.
Hanno tutti una tessera in tasca e sono identificabili.
Prima che ci arrivi la digos o un’interrogazione parlamentare, ci arrivino i partiti.
Senza timidezza, senza omertà insopportabili.
Sarebbe un atto di ambiguità insopportabile nel giorno in cui la Repubblica ha completato il viaggio di liberazione degli italiani dai vigliacchi, dai corrotti e dagli assassini.

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