Guardiamo la realtà: c'è bisogno di più Europa. Ma non di questa

Non ci illudiamo ancora che questa Europa sia l’Europa immaginata dai suoi padri fondatori: Serve un’Europa dei popoli più coesa e giusta. Capace di aiutare ognuno di noi. Quando conta veramente. 

Unione europea
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Marco Adorni Modifica articolo

5 Aprile 2020 - 14.44


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Lemergenza Coronavirus ci sta facendo riscoprire limportanza di stare insieme e far fronte comune. In Italia, lo abbiamo espresso esponendo il tricolore e cantando il nostro inno sui balconi e ritrovandoci a chiedere aiuto e solidarietà allEuropa. Si tratta di un fenomeno tipicamente moderno: il ruolo di protezione dei cittadini viene affidato agli Stati-nazione. Per una ragione elementare: senza coesione sociale, senza una certa unità simbolica, senza un idem sentire, rappresentato dallidea di nazione, non si vincono i pericoli, non si superano le crisi, non si costruisce futuro.

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Questo è quanto ci insegna unesperienza plurisecolare (meno per noi, che abbiamo conseguito lunità molto tardi rispetto alle più grandi monarchie nazionali europee).

La relazione tra protezione e obbedienza è alla base del patto sociale. Il cittadino obbedisce alle leggi dello Stato in misura della capacità ed effettività di questultimo nel garantirgli protezione dai pericoli e un ragionevole benessere materiale.

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A rileggere la “ragione sociale” dellUe – che non è uno Stato, anche se ne conserva in essenza la capacità coercitiva in termini macroeconomici e giuridici – la cosa di cui siamo più certi è che essa, per così dire, ci protegga da noi stessi, cioè da quella specie di guerra di tutti contro tutti a cui saremmo fatalmente consegnati qualora lUe scomparisse e riapparissero dincanto Stati sovrani indipendenti.

Un racconto, questo, figlio di uno storytelling che attribuisce al nazionalismo la causa di tutti i mali, in primis della bellicosità delle Patrie, come sembrerebbero dimostrare Prima e Seconda guerra mondiale. Lasciando per ora da parte la necessaria disquisizione sulla differenza tra imperialismo e nazionalismo (differenza su cui esiste unamplissima letteratura che consiglio caldamente di frequentare), sarebbe per ora sufficiente soffermarsi a pensare al paradigma culturale che ha attribuito allUe il ruolo di garantire salvezza e pace continentali: trattasi del paradigma di matrice kantiana, quello secondo cui la ragione porti inevitabilmente lessere umano a rifiutare lidea stessa di Stato nazionale indipendente, in quanto ferino, arretrato, bellicoso, non conforme a bontà e saggezza universali.

Credo sia da osservare ciò che la storia insegna, ovvero che ogni teoria imperiale si fonda su un universalismo a “fin di bene” (alias salvezza e pace per tutti) e questo a prescindere dalle ignominie commesse dai vari nazionalismi che si sono succeduti e che ancora oggi esistono in alcuni Stati europei, come nel caso del regime autoritario di Viktor Orban.

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Va da sé che si debbano condannare le ignobili leggi da questi approvate negli ultimi giorni, nonché i pieni poteri che ha assunto per gestire lemergenza. Però è proprio nellennesima prova di impotenza dellUe nei confronti di Orban che occorre indagare per capire se è possibile cambiare il nostro modo di guardare allUe.

Assegnarle il compito di pacificatrice dei conflitti, di garante della democrazia e dei diritti umani, non sembra un esercizio di realismo. Anche se animati da nobili intenti, finiremmo ad adottare un atteggiamento utopistico, quello di chi, innamorato di unastratta idea di cultura e di interesse umano, non riuscirà mai a trovare appuntamento con la realtà e con i problemi che vi si presentano.

Lo abbiamo già visto con lemergenza migranti e con gli accordi stretti sulla vita dei migranti con il dittatore turco.

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Lo attestano, con accelerazione sconcertante, lapprestamento di sistemi di “tutela” dell’economia (e quindi delle società) dei Paesi aderenti, che si risolvono nello smantellamento del sistema pubblico e del poco che resta in termini di discrezionalità nazionale: basti pensare al Mes e alle sue condizionalità (leggi privatizzazioni di quel poco che resta ancora di pubblico).

Lo prova la mancanza di una politica estera comune e, in definitiva, levidente deficit di solidarietà effettiva nei momenti che contano davvero nella vita di ogni Paese.

Invece di continuare a illuderci ancora che questa Europa sia l’Europa immaginata dai suoi padri fondatori, occorrerebbe guardare bene a fondo la realtà. Forse, passando da Kant al Machiavelli repubblicano dei Discorsi, capiremmo che per esistere come Paese dovremmo anzitutto partire dal recuperare amor proprio e amor di Patria, non per chiudersi in angusti confini nazionalistici, ma per incontrare le altre nazioni in una vera solidarietà continentale, in unEuropa dei popoli più coesa e in fondo più giusta. E capace di aiutare ognuno di noi. Quando conta veramente. 

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