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I pm di Agrigento chiedono l'archiviazione per Casarini e il Comandante della nave

Mare Jonio
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30 Gennaio 2020 - 13.21


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Dopo il salvataggio dei 50 naufraghi nel Mediterraneo, avvenuto nel marzo 2019 la nave Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans “non poteva dirigersi verso la Libia”, ritenuta “porto non sicuro” ma neppure verso Malta “date anche le precedenti esperienze vissute dall’equipaggio della stessa nave Mare Jonio, poiché Malta non forniva le garanzie necessarie per poter portare a termine in sicurezza il salvataggio dei naufraghi”. E’ quanto scrivono i pm di Agrigento nella richiesta di archiviazione per Luca Casarini e il comandante della Jonio, Pietro Marrone. “Allo stesso modo, anche la scelta di non dirigersi in Tunisia è giustificata e comprensibile”, dicono i magistrati.

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“L’equipaggio del rimorchiatore Mare Jonio non ha violato regole e principi imposti dalle fonti di diritto sovranazionale che disciplinano le operazioni di salvataggio in mare”. Così i pm di Agrigento nella richiesta di archiviazione per Luca Casarini e Pietro Marrone, rispettivamente capo missione e comandante della nave Mare Jonio. Per la Procura “le condotte poste in essere da Marrone e Casarini” indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per avere disatteso un ordine della Gdf , “non possono dirsi antigiuridiche, perché poste in essere nel corso di una doverosa attività di soccorso di vite in mare e, pertanto, scriminate sia dallo stato di necessità che dall’adempimento di un dovere giuridico”.

“La Libia non è un porto sicuro” perché “i migranti recuperati dalla Guardia costiera libica e ricondotti in Libia sono stati sistematicamente sottoposti a detenzioni arbitrarie, torture, ed estorsioni,lavori forzati e violenze sessuali”. A scriverlo, nero su bianco, sono i magistrati della Procura di Agrigento nella richiesta di archiviazione per Luca Casarini e Pietro Marrone, rispettivamente capo missione e comandante della nave Mare Jonio, indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per non avere rispettato, nel marzo 2019, un ordine militare. Nella richiesta, visionata dall’Adnkronos, il Procuratore capo Luigi Patronaggio, l’aggiunto Salvatore Vella e la pm Cecilia Baravelli, ricordano di essersi rivolti lo scorso giugno scorso all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) e. in particolare, all’ufficio della Rappresentanza Regionale per il Sud Europa, se la Libia possa essere considerata un “Place of safety”, cioè un porto sicuro.

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La Nazioni Unite hanno risposto in data 3.10.2019 “allegando un rapporto nel quale, dopo aver ripercorso i conflitti in corso in Libia nell’anno 2019, esaminava la situazione di richiedenti asilo, rifugiati e migranti in quei territori, evidenziando come alcune migliaia di loro si trovano in condizione di detenzione arbitraria e sottoposti a violazioni dei loro diritti umani”, si legge nella richiesta di archiviazione.

“Veniva rappresentato, inoltre, che in data 21.07.2019, in una lettera al Ministro dell’interno Libico l’Unione Europea, l’Unione Africana, Unsmil, Unhcr, i maggiori Paesi donatori coinvolti nella situazione della migrazione in Libia (Stati Uniti, Canada, Francia. Italia, Regno Unito, Olanda, Svezia. Spagna, Germania e Svizzera) e il Forum Ingo chiedevano la fine della detenzione arbitraria di rifugiati e migranti in Libia e la chiusura dei centri di detenzione”.

L’Unhacr “concludeva affermando che, alla luce delle descritte circostanze, dell’instabile situazione di sicurezza, degli abusi nei confronti di richiedenti asilo, migranti e rifugiati, dell’assenza di protezione da tali abusi e dell’assenza di soluzioni durevoli, la Libia si ritiene non soddisfi i requisiti per poter essere considerata come un luogo sicuro ai fini dello sbarco all’esito di soccorso in mare”.

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“Nella medesima nota – ricordano i magistrati della Procura di Agrigento – l’Unhcr aggiungeva che: “ai comandanti, che si trovano ad assistere persone in situazioni di emergenza in mare, non può essere chiesto, ordinato, e gli stessi non possono sentirsi costretti, a sbarcare in Libia le persone soccorse, per paura di incorrere in sanzioni o ritardi nell’assegnazione di un porto sicurò.
Le stesse posizioni vengono assunte nelle Raccomandazioni emanate dal Consiglio europeo nel giugno 2019, dove si afferma a chiare lettere che “la Libia non può essere considerata un porto sicuro”″. I pm ricordano, quindi, che “a sostegno di tale assunto vengono citati gli studi effettuati dagli organismi delle Nazioni Unite, l’Alto commissariato per i diritti umani e l’Alto commissariato per i rifugiati, nonché da diverse ONG, dai quali è emerso che i migranti recuperati dalla Guardia costiera libica e ricondotti in Libia, sono stati sistematicamente sottoposti a detenzioni arbitrarie, torture, estorsioni, lavori forzati, violenze sessuali, nonché ad altri trattamenti inumani e degradanti”.

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