La lezione dell’Emilia-Romagna: la Bestia si sconfigge andando a votare

Quasi il 70% degli emiliano-romagnoli ha esercitato il voto, per la prima volta da anni forse sentendolo come un dovere e non solo come un diritto.

Salvini

Salvini

Giuseppe Cassarà 27 gennaio 2020

Il sollievo, meritato e liberatorio, godiamocelo. Sono stati mesi intensi, cattivi, surreali. Nelle ultime settimane il livello di infamia ha raggiunto il parossismo, abbiamo assistito a scene che hanno mortificato la nostra democrazia, la nostra dignità di persone, che ci hanno fatto (o avrebbero dovuto farci) vergognare di essere italiani, di condividere la stessa terra, la stessa aria con chi umilia pubblicamente una famiglia di Bologna, o con chi imbratta le porte di chi ha combattuto da partigiana per liberare questo Paese.


Brindiamo, festeggiamo, celebriamo una vittoria che non era per nulla scontata. Ma poi basta. Poi, dovremo tornare in trincea.


Perché da domani la Lega si riorganizzerà. Se davanti alle telecamere, per forza di cose, Salvini già a mezzanotte e mezza ha di fatto ammesso la sconfitta con sportività, per quanto gli fosse possibile (‘Lucia, come donna, è stata trattata in modo vergognoso’ dice quello che ha portato sul palco di Pontida una bambola gonfiabile con le fattezze di Laura Boldrini), a microfoni spenti la Bestia sta ruggendo.


Due mesi fa, la comparsa delle Sardine è stata una scossa che ha destabilizzato tanto la destra quanto ciò che rimane della sinistra. Parliamoci chiaro: senza Mattia Santori e le altre tre sardine fondatrici (che hanno scelto, saggiamente, la via dell’anonimato) Bonaccini avrebbe perso. Di più: ne sarebbe uscito umiliato e oggi ci risveglieremmo in un’Italia ancora più cupa.


Come da tragedia greca, il deus ex machina ha preso la forma di un megafono e nel modo più semplice del mondo, con il passaparola, ha radunato nelle piazze un popolo che in quelle piazze non ci credeva più. E abbiamo scoperto di essere tanti.


Le novità non piacciono a nessuno, nemmeno ai più ‘aperti’ di noi. Dopo la grande adunanza di Roma di dicembre, alcuni (me compreso, lo ammetto con una certa vergogna) davano le Sardine per finite. Avevano fatto quel che dovevano fare, e il cinismo e il disfattismo cui questo paese ci ha abituati ci impediva di credere al miracolo.


Eppure siamo costretti a ricrederci. Le Sardine hanno dimostrato due cose, che dovrebbero essere scontate ma che in questa Italia allo sbando hanno il valore del fuoco per i primitivi: la prima è che baciare i salumi non è sufficiente a vincere, e di questo state pur certi che Salvini prenderà nota.


La seconda, ed è una vera rivelazione, che Salvini si sconfigge nel modo più semplice del mondo: andando a votare.


La vera vittoria di queste elezioni è stata, infatti, quella della democrazia. Quasi il 70% degli emiliano-romagnoli ha esercitato il voto, per la prima volta da anni forse sentendolo come un dovere e non solo come un diritto. E, come dicevamo sopra, abbiamo scoperto di essere tanti, accomunati da una sola cosa: non volere consegnare questo paese alla Lega.


Perché le Sardine, e mi permetto di dare un consiglio non richiesto anche io, sono nate ‘contro’, ed è giusto che lo rimangano. Perché il contro, per logica, è anche ‘pro’. Se si è contro il razzismo, si è pro integrazione; se si è contro la violenza, si è pro pace.


Rivendichiamo quindi il nostro essere ‘contro’, perché essere contro la Lega, contro Salvini che suona ai citofoni, contro gli insulti razzisti, contro i migranti bloccati, contro la retorica dell’odio, essere contro tutto questo è motivo di vanto, non di vergogna.


Da questo dovrebbe partire la ‘fase 3’, che avrà inizio a Scampia il 14 marzo. Non dalla politica, ma dalla cultura della democrazia. Le Sardine possono essere una fucina, un movimento culturale che formi le menti, che abitui a pensare la società, l’Italia in un modo diverso. Che dia voce a chi non pensava di averla, che dia comunità a chi credeva di essere solo. E chissà che da questa fucina non esca qualcosa, che da questa materia grezza non nasca un gioiello da far impallidire la Bestia.


Tra maggio e giugno, altre sei regioni saranno chiamate alle urne: la Toscana, la Liguria, il Veneto, le Marche, la Campania e la Puglia. Dal palco di Roma, Salvini aveva detto ‘ce le prendiamo tutte e nove’, parlando delle regioni italiane come se fosse caselle del Monopoli. L’Emilia-Romagna non se l’è presa. L’Emilia-Romagna ha detto no. Possiamo dirlo, finalmente: la sinistra riparta dall’Emilia-Romagna.