Salvati: contro la pena di morte c’è l’Africa in prima fila (dopo l’Europa)

Un convegno promosso dalla comunità di Sant’Egidio alla Camera affronta il tema dell’abolizione della sentenza capitale che si celebra il 30 novembre

Luci contro la pena di morte sul Colosseo

Luci contro la pena di morte sul Colosseo

globalist 28 novembre 2019
“Un mondo senza pena di morte”: è il convegno che si tiene nella nuova aula dei Gruppi parlamentari alla Camera dei Deputati in via di Campo di Marzio 78 a Roma venerdì 29, dalle 10 alle 10.30. L’appuntamento è promosso dalla Comunità di Sant’Egidio con ministri della Giustizia e rappresentanti di oltre 20 Paesi sia abolizionisti sia altri che mantengono la sentenza capitale. Il sottotitolo è “Prepariamo la strada: sconfiggiamo l’odio. Per un mondo senza la pena di morte”. Sabato 30 è la giornata in cui oltre duemila città nel mondo illumineranno i loro monumenti nel giorno in cui si ricorda la prima abolizione della pena di morte ad opera di uno Stato, il Granducato di Toscana, nel 1786. A Roma, dalle 18 si terrà un appuntamento pubblico davanti al Colosseo.
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Antonio Salvati: La «via africana» verso l'abolizione della pena di morte

L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere, avvertiva Ryszard Kapuściński, straordinario reporter morto nel 2007. Il continente africano è «un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa non esiste».

Gravi problemi investono ancora oggi l’Africa. Innanzitutto, quelli relativi ai conflitti etnici e alle guerre; l’urbanizzazione è uno dei fenomeni più evidenti della globalizzazione, soprattutto in questo continente, dove continua a restare caotica; il costo della corruzione è di 150 miliardi di dollari l’anno. Infine, l’importante capitolo delle migrazioni. Il giovane africano urbanizzato - condizionato dalla fragilità della famiglia e dalla fine dei sistemi tradizionali di protezione, dalla mancanza di lavoro e dal rischio di ammalarsi - è convinto che emigrare per assicurarsi un futuro migliore sia un diritto inalienabile.
Eppure, nonostante il presente non possa che apparire nella sua drammaticità, l’Africa non è soltanto sinonimo di miseria e arretratezza. L’Africa è cambiata! È diventata la terra delle mille opportunità. I dati assoluti rivelano che la crescita è enorme ed è l’unico continente a non conoscere la crisi. In altri termini, accanto alle cifre spaventose che tutti conosciamo – sulla povertà, l’Aids e la guerra – vi sono anche altri dati, che tanti ignorano. Pochi sanno che i Paesi dell’Africa subsahariana hanno vissuto e attraversano una fase di straordinaria espansione economica.

Riguardo l’applicazione della pena di morte nel continente africano il panorama è di certo più confortante rispetto a quello asiatico. L’Africa ha dato e sta dando un contributo notevole al percorso abolizionista e va configurandosi come il secondo continente, dopo l’Europa, sulla strada dell’abolizione della pena capitale. La lotta alla pena di morte è diventato un elemento importante nell’ambito delle relazioni internazionali, come hanno ben compreso molti Paesi africani. In larga parte del mondo questa lotta è associata alla ricerca di una vera giustizia, non vendicativa ma sempre riabilitativa.

Se ne parlerà al prossimo Incontro Internazionale dei Ministri della Giustizia Prepariamo la strada: sconfiggiamo l'odio. Per un mondo senza la pena di morte, promosso dalla comunità di Sant’Egidio, che si terrà a Roma il prossimo venerdì 29 novembre 2019 presso l’Aula del Palazzo dei Gruppi parlamentari alla Camera dei deputati. Da diversi anni Sant’Egidio sviluppa nuove strategie e visioni comuni. Organizza annualmente conferenze di ministri della Giustizia, giuristi, membri delle Corti Supreme, provenienti sia da Paesi che hanno abolito la pena capitale sia da Paesi mantenitori, con un’attenzione particolare al continente africano, sostenendo i percorsi legislativi, sociali, parlamentari, di supporto alle opinioni pubbliche fino alla riduzione o alla fine delle esecuzioni, di fatto o di legge, e all’abolizione. All’edizione di quest’anno parteciperanno oltre venti ministri della Giustizia, provenienti in particolar modo dal continente africano e asiatico, radunati da Sant’Egidio con la convinzione che insieme è possibile fronteggiare la geopolitica delle emozioni, fatta di paura e frustrazione, di cui scrive Dominique Moisi.

Nel 1989, quando Amnesty International cominciò a censire e ad analizzare i dati statistici sulla situazione globale della pena di morte, registrò come l’unico Paese africano ad aver abolito formalmente la pena di morte fosse l’ex colonia portoghese del Capo Verde, con una legge approvata nel 1981. Quasi quarant’anni dopo, la situazione è cambiata in misura significativa. A partire dal 1989 venti Stati africani hanno abolito per legge la pena di morte e altri possono essere aggiunti all’elenco degli abolizionisti di fatto. Negli ultimi anni, dopo il Togo e il Burundi nel 2009, il Gabon nel 2010, il Madagascar nel 2014, la Repubblica del Congo nel 2015, il Benin nel 2016, la Guinea Conakry nel 2017, il Burkina Faso nel 2018 sono gli ultimi Paesi africani ad aver abolito la pena di morte. Altri dati sono ricavabili nel mio ultimo volume L’Africa non uccide più.
Oggi parlare di abolizione della pena di morte in un tempo in cui domina la “percezione” della realtà sulla realtà stessa, sembra difficile. Sulla pena di morte è facile lasciarsi trascinare, specie dopo efferati delitti. E magari trovare di volta in volta giustificazioni al suo utilizzo nella religione, ma anche nella (molto secolarizzata) ricerca di stabilità o di tranquillità.

Perché occuparci ancora della pena di morte? Vale la pena combattere la morte “legalizzata” se quella illegale o coperta dai conflitti è così enorme, disumana, generalizzata? La battaglia contro la pena di morte toglie di per sé stessa ogni legittimità a qualunque morte, omicidio, violenza e, soprattutto, a qualunque guerra dichiarata o non dichiarata, giustificata o non giustificata. Battersi per questo diritto alla vita sempre e in ogni caso, anche in quello del colpevole condannato da un giusto processo (facendo in modo che non sia possibile togliergli la vita quand’anche l’avesse tolta egli stesso), lancia un potente segnale contro tutte le altre violenze, morti per guerra o uccisione extra legale, in affannosa cerca di legittimazione. Il nichilismo che c’è dietro a chi si batte per togliere la vita agli altri non è contestato ma avvalorato dalla pena di morte. L’abolizione della pena di morte nei sistemi giuridici, toglie, cancella, abolisce in radice ogni tentativo giustificatorio, giuridico-legale, storico, antropologico, etnico o ideologico che sia. Si tratta quindi di un messaggio culturale di estrema importanza.