Salvini festeggia il ‘trionfo’ contro Alan Kurdi, ma si è salvato solo per mancanza di una legge chiara

La parata social di Salvini è cominciata e ora la Lega rivendica il successo per l'archiviazione della sentenza. Ma le cose non stanno esattamente come dice lui

Matteo Salvini
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27 Novembre 2019 - 17.51


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Matteo Salvini gongola per il successo dell’archiviazione, da parte del Tribunale dei ministri di Roma, delle accuse di omissione di atti d’ufficio e abuso d’ufficio verso di lui e il suo ex capo di Gabinetto, Matteo Piantedosi, per aver negato lo sbarco ai 65 migranti a bordo della Alan Kurdi, lo scorso aprile. E il suo gongolare si è trasformato in una rivendicazione di un trionfo personale contro i suoi ‘nemici’, come Carola Rackete e Roberto Saviano, cui è stato dedicato un post a parte. 
Ma come stanno davvero le cose? Matteo Salvini è salvo da ogni accusa? Affatto. Ma questo lui si guarda bene dal dirlo. 
Che cosa ha deciso il Tribunale dei Ministri
Secondo il Tribunale, la responsabilità di assegnare un porto sicuro alle navi con migranti a bordo spetta allo ‘stato di primo contatto’. Su questa base erano state formulate le accuse, perché i pm avevano inteso come ‘stato di primo contatto’ proprio l’Italia. Ma il Tribunale ritiene invece che questo vada identificato nello stato bandiera della nave. Questo perché, spiega la sentenza, “l’assenza di norme di portata precettiva chiara applicabili alla vicenda non consente di individuare, con riferimento all’ipotizzato, indebito rifiuto di indicazione del Pos (Place of safety), precisi obblighi di legge violati dagli indagati, e di conseguenza di ricondurre i loro comportamenti a fattispecie di rilevanza penale”. 
Insomma, Salvini non si è salvato perché il Tribunale gli ha dato ragione. In verità, i giudici Maurizio Silvestri, Marcella Trovato e Chiara Gallo hanno specificato che non esiste una legge chiara in materia, e quindi non si può procedere penalmente nei confronti degli accusati. Le leggi sono inadeguate, e tutto è rimesso a “una concreta e fattiva cooperazione tra gli Stati interessati che, fino a oggi, è di fatto scritta solo sulla carta” scrivono ancora i giudici. 
La posizione della Procura 
A ulteriore dimostrazione che la legge non è chiara c’è il fatto che anche la Procura aveva chiesto l’archiviazione della pratica, ma per motivazioni totalmente diverse: secondo il pm Sergio Colaiocco, infatti, l’Italia avrebbe in effetti l’obbligo di fornire il porto sicuro, ma che la responsabilità non è del Viminale bensì della Guardia Costiera, che fa capo al Ministero delle Infrastrutture. In pratica, il ministro interessato dovrebbe essere Danilo Toninelli, ex ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Nel 2015, un atto del Ministero dei Trasporti aveva delegato al Viminale la pratica della fornitura del porto sicuro, ma non la responsabilità per eventuali omissioni. 
I pm avevano quindi considerato la direttiva di divieto d’ingresso emanata da Piantedosi per ordine di Salvini come “in contrasto con più di una disposizione di legge”, ma tecnicamente la responsabilità non era sua. In pratica, l’illecito c’è stato eccome, ma la legge è talmente intricata da non permettere alla giustizia di fare il suo corso. 

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