Calenda si risveglia di sinistra: "Per trent'anni ho detto caz**te sul liberismo"

Dopo una manifestazione al Mise, Carlo Calenda fa mea culpa: "sostenevo cazzate come il fatto che non va tutelato il posto di lavoro ma il lavoro"

Carlo Calenda

Carlo Calenda

globalist 4 ottobre 2019

Il mea culpa di Carlo Calenda arriva inaspettato: ieri il parlamentare europeo ha manifestato sotto al Ministero dello Sviluppo Economico insieme agli operai della ex Embraco per chiedere chiarezza sul piano industriale della nuova proprietà della italo-cino-israeliana Ventures. Proprio durante la protesta, Calenda è stato più volte zittito da un lavoratore che lo accusava di avere "409 lavoratori sulla coscienza". Calenda alla fine ha sbottato: "senza di me eravate tutti licenziati". 
E sull'episodio Calenda è tornato di sera, alla presentazione dell'ultimo libro di Antonio Polito, con Massimo D'Alema: "Oggi vengo da cinque ore al ministero dello Sviluppo, per una volta non sopra ma sotto. La Embraco è un’azienda di straordinaria capacità. Gli operai sono i migliori. A un certo punto l’azienda gli dice di andare a fare training agli operai slovacchi. Loro ci vanno, ma intanto chiedono: “Mica chiuderete e vi trasferite?”. E quelli assicurano che no, non lo faranno. Ma poi gli chiudono la fabbrica”.


E poi l'inaspettata riflessione: "Una delle più grandi cazzate che abbiamo raccontato è che non si salvano i posti di lavoro, ma si salva il lavoro. Per cui pensiamo che un operaio di cinquant’anni che ha passato la vita a fare impianti può andare a lavorare nell’economia delle app. Queste cazzate le abbiamo sostenute, io le ho sostenute, per 30 anni. E poi dice che vincono i sovranisti...”.
Per l’europarlamentare “bisogna ricentrarsi su un liberalismo di metodo. La democrazia liberale deve recuperare il pragmatismo. E se la società va meno veloce del progresso, la società salta per aria”. Il paradigma di riferimento deve essere il liberalismo sociale. “Io per 30 anni ho ripetuto tutte le banalità che si sono dette nel liberismo economico. Quando Giavazzi e Alesina scrivevano sul Corriere che non bisognava salvaguardare il posto di lavoro ma il lavoro, io dicevo ‘oh che gran figata’. Poi quando ho avuto davanti l’operaio dell’Embraco ho capito che era una gran cacchiata”.