Quel 3 ottobre che trasformò il Mediterraneo in una madre addolorata e in lutto

Trecentosessantasei migranti morirono urlando Aiuto!

Ecatombe al largo di Lampedusa

Ecatombe al largo di Lampedusa

Onofrio Dispenza 3 ottobre 2019
E' bello crescere guardando il mare. Se te ne distacchi, ad accompagnarti più che la nostalgia sarà sempre una sensazione di asfissia. La claustrofobia come compagna di un viaggio dopo il distacco. Se poi il tuo mare guarda a Sud, quello è il più bello, ti offre per intero la vista della parabola del sole che nasce ad Est, e lo vedi mentre si alza all'orizzonte, e a sera alla tua sinistra, quando lascia campo alla notte.
Non ne perdi un attimo. Ho passato gli anni della crescita con la mia stanza alta sul Mediterraneo, con la sensazione che alzandoti sulla punta delle scarpe o montando su una sedia si potesse arrivare a vedere l'Africa. Nel mio mare, nel mio orizzonte, un fenomeno che si ripete a novembre offriva ed offre, laggiù, ad Ovest, al tramonto, la sagoma di Pantelleria, una delle isole che ricordano una antica, diversa geografia, un concetto diverso di Sud e Nord.
In quel mare - già sono passati sei anni - un 3 ottobre si scrisse la più atroce delle stragi di uomini, donne e bambini che le storture del mondo avevano spinto e continuano a spingere a puntare verso Nord, sfidando anche l'impossibile. Il loro Sud è violenza morte e fame.
Trecentosessantasei migranti morirono urlando Aiuto! in un tratto tra i più belli del Mediterraneo, poco al largo di Lampedusa, alla "Tabaccara", ineguagliabile mare cartolina. Racconta uno che con la barca era lì vicino come l'aria all'improvviso si riempisse di urla, come il mare cominciasse a friggere dei movimenti disperati delle braccia di chi moriva. Con la sua barca, l'uomo che ricorda ne salvò quasi cinquanta. Fu come scendere all'inferno, con le onde al posto delle lingue di fuoco. L'uomo non dormi per notti e notti, settimane e mesi. Ed anche oggi il suo sonno deve fare i conti con quel 3 ottobre. L'uomo che con la sua barca salvò una cinquantina di naufraghi ha venduto la sua barca e non è entrato più in mare, lui che era tutt'uno con il mare. Ecco, per uno che è cresciuto svegliandosi e andando a dormire guardando il Mediterraneo, e che in quel mare ha conosciuto l'avventura del primo bagno, di quelli temerari da ragazzo che punta all'orizzonte, di quelli legati all'amicizia e all'amore, quel che è stato consumato in questi anni è una ferita che segna profondamente, irrimediabilmente.
Oltraggia il tuo rapporto col mare amato. Da ragazzo i lutti legati al mare erano rari: un peschereccio che naufraga per il mare in tempesta, un ragazzo dell'entroterra che si avventura nel mare grosso della domenica. Il lutto si viveva con dolore anche collettivo, poi il mare tornava ad essere quello di sempre, soprattutto lavoro vita e gioia. Ora, il nostro Olocausto contemporaneo ha cambiato tutto, Il Mediterraneo, che i francesi chiamano al femminile, La Mediterranee, appare come una donna un tempo bellissima ora segnata dal dolore e dal lutto.
Una bella donna che ha conosciuto la perdita di un figlio e da quella perdita invecchiata. Bella ma dolorosa, come una madre è rappresentata nelle più belle realizzazioni sacre dell'arte più alta. E quei 366 morti di quel 3 ottobre sono le rughe più profonde del suo viso.