Il Senato non è il Papeete: Salvini tenta la mossa del cavallo ma viene disarcionato

Il tentativo di extremis di Capitan Nutella di approvare una legge Costituzionale per poi lasciarla a metà e andare a votare è fallito e ha fatto anche arrabbiare il Quirinale

Un fotomontaggio di Salvini

Un fotomontaggio di Salvini

globalist 14 agosto 2019

Massa del cavallo intelligente? Pare proprio di no. Perché l’accettazione a giochi fatti del taglio dei parlamentari è stata una mossa inutile, irrealizzabile e che - perfino - ha fatto indispettire il Quirinale, dove pure sono ormai abituati tutto visto il governo scombinato che ha l’Italia.


Così Capitan Nutella alla fine è restato disarcionato. E la votazione da lui stesso voluta si è rivelata un fallimento.
Fonte vicine a Mattarella hanno fatto filtrare l’irritazione del presidente perché l’uscita del leader leghista ha cambiato «le carte in tavola» nel percorso della crisi, ipotizzando uno scenario che «non sta né in cielo né in terra».
Perché? Come ha osservato il quirinalista Marzio Breda si è trattato di una mossa istituzionalmente scorretta, oltre che sgrammaticata dal punto di vista degli equilibri fra poteri. “Come altrimenti definire la proposta del ministro dell’Interno uscente all’ormai ex partner grillino di procedere con urgenza («tornando qui in Aula anche domani», ha tuonato) alla quarta e definitiva votazione della legge per tagliare 345 parlamentari, per poi congelarla cinque anni e intanto tornare subito alle urne e chiudere la legislatura, facendo finta che quella legge non sia stata approvata?”
Ha aggiunto Marzio Breda parlando di Mattarella: “Per lui, che è stato docente di diritto parlamentare e membro della Consulta e dunque sensibilissimo su questi temi, la sola idea che si voglia portare la sfida politica su una legge costituzionale che modifica in profondità le regole del Parlamento, ritenendo di poter procrastinarne l’entrata in vigore secondo i propri calcoli di convenienza, è semplicemente inammissibile. E non solo perché non fa i conti con l’articolo 138 della Carta, laddove si prevedono certi margini di attesa per eventuali richieste di referendum, dopo un simile voto. Quanto perché la provocazione configura, di fatto, l’ennesima frattura di un sistema che ormai si pretenderebbe di mettere sbrigativamente in liquidazione”.
Che dire? Il Senato non è il Papeete e il blitz salviniano si è arenato