Bruxelles smentisce Salvini: “La Libia non è un porto sicuro”

"Tutte le navi battenti bandiera europea sono obbligate a rispettare il diritto internazionale e il salvataggio in mare che comporta la necessità di portare delle persone in un posto sicuro. La Libia non lo è"

Migrante sulla Sea Watch

Migrante sulla Sea Watch

globalist 14 giugno 2019
Nella querelle che vede contrapposti in queste ore il comandante della Sea Watch, con 53 migranti a bordo, e il ministro dell’Interno Matteo Salvini, interviene anche Bruxelles. Che sembra sposare la scelta della Ong. «Non commentiamo i commenti di un ministro - ha dichiarato la portavoce della Commissione Ue, Matasha Bertaud - In generale la Commissione non ha le competenze per decidere se una nave può sbarcare persone o indicare un posto per lo sbarco. Tutte le navi battenti bandiera europea sono obbligate a rispettare il diritto internazionale e il diritto sulla ricerca e salvataggio in mare che comporta la necessità di portare delle persone in un posto sicuro. La Commissione ha sempre detto che queste condizioni non si trovano in Libia».
Il riferimento è alle parole di Salvini che in mattinata ha reiteratamente parlato della Sea Watch come nave fuorilegge per non aver acconsentito a riportare i migranti salvati in Libia, nonostante per la prima volta la Marina libica avesse offerto il porto di Tripoli come luogo per lo sbarco.

«La Sea Watch sta andando avanti e indietro - ha dichiarato Salvini - ha dimostrato per l’ennesima volta che opera al di fuori della legge. Mi domando perché qualcuno in procura non abbiamo confermato il sequestro di persona e non sia andato avanti con le indagini, perché mi sembra evidente che non rispettano la legge e che favoriscano nei fatti i trafficanti di esseri umani».


Parole a cui ha immediatamente risposto la stessa Ong con un tweet: «Sea Watch rimane senza un porto sicuro assegnato con a bordo 53 persone di cui 5 minori, due molto piccoli. Davvero un ministro della Repubblica italiana vuole costringerci a portare queste persone in un Paese in guerra? Davvero l’Ue permette una tale violazione dei diritti umani?».


Di recente anche un tribunale italiano ha dichiarato che la Libia non è un Paese in cui si possono riportare i migranti. Lo ha fatto assolvendo un sudanese e un ghanese accusati di resistenza per essersi opposti con la forza alla decisione di essere riconsegnati alle autorità libiche e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nel caso Vos Thalassa/Diciotti. Il giudice, pur riconoscendo la sussistenza dei fatti, ha assolto i due migranti perché avrebbero agito per legittima difesa. Secondo il tribunale, anche in relazione alle note acquisite agli atti da parte dell’Unhcr, la Libia non può ritenersi un Paese sicuro e l’accordo stipulato nel 2017 tra Italia e Libia è un memorandum «giuridicamente non vincolante e non avente natura legislativa» visto che non è stato nemmeno ratificato dal Parlamento e risulta in palese contrasto con la normativa internazionale, in particolare con la Convenzione di Amburgo che impone agli Stati di garantire, una volta terminate le operazioni di ricerca e salvataggio, che i naufraghi vengano condotti in un luogo sicuro.